Recensione
I am a Hero
10.0/10
Moprh3usX
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Guarda, se parliamo di I am a Hero, non stiamo parlando di un semplice fumetto, ma di un’ossessione. È uno di quei rari casi in cui un autore prende un genere ormai stra-abusato come quello degli zombie e lo ribalta completamente, rendendolo qualcosa di profondamente malato e, allo stesso tempo, tremendamente vero.
La vera forza, secondo me, è quanto sia "disagiato" Hideo. È uno di noi, ma nel senso peggiore del termine: un assistente mangaka frustrato, mezzo schizofrenico, che parla da solo per non sentirsi solo e che si aggrappa alle regole di una società che sta letteralmente crollando. Il fatto che giri con un fucile vero ma abbia il terrore di usarlo per non violare la legge — mentre fuori la gente si sbrana — è un tocco di genio che descrive il Giappone meglio di mille saggi. Ti senti un po' a disagio per lui, eppure non riesci a smettere di fare il tifo per questo poveraccio.
E poi, cavolo, i disegni. Hanazawa è un mostro. Ci sono delle tavole che sono dei veri e propri pugni nello stomaco: i suoi "zombie", gli ZQN, sono la roba più disturbante mai vista. Il fatto che non siano solo mostri, ma che mantengano quei residui di coscienza ripetendo gesti della loro vita quotidiana (tipo il tizio che continua a fare il pendolare o la vecchia che pulisce), mi ha messo addosso un'angoscia che pochi altri horror mi hanno trasmesso. Non è splatter fine a se stesso, è proprio un senso di "perturbante" che ti entra sotto la pelle.
È una lettura che ti logora. Inizia lentissimo, ti fa quasi venire voglia di mollare perché sembra non succeda nulla, e poi — BAM — ti trascina in un incubo iperrealistico da cui non esci più. Se cerchi la solita storia d’azione tutto muscoli e sopravvivenza, lascia stare. Ma se vuoi un’opera che scavi nell'alienazione moderna e che ti faccia dubitare di cosa sia davvero la normalità, allora devi recuperarlo subito. È un capolavoro sporco, cattivo e necessario.
La vera forza, secondo me, è quanto sia "disagiato" Hideo. È uno di noi, ma nel senso peggiore del termine: un assistente mangaka frustrato, mezzo schizofrenico, che parla da solo per non sentirsi solo e che si aggrappa alle regole di una società che sta letteralmente crollando. Il fatto che giri con un fucile vero ma abbia il terrore di usarlo per non violare la legge — mentre fuori la gente si sbrana — è un tocco di genio che descrive il Giappone meglio di mille saggi. Ti senti un po' a disagio per lui, eppure non riesci a smettere di fare il tifo per questo poveraccio.
E poi, cavolo, i disegni. Hanazawa è un mostro. Ci sono delle tavole che sono dei veri e propri pugni nello stomaco: i suoi "zombie", gli ZQN, sono la roba più disturbante mai vista. Il fatto che non siano solo mostri, ma che mantengano quei residui di coscienza ripetendo gesti della loro vita quotidiana (tipo il tizio che continua a fare il pendolare o la vecchia che pulisce), mi ha messo addosso un'angoscia che pochi altri horror mi hanno trasmesso. Non è splatter fine a se stesso, è proprio un senso di "perturbante" che ti entra sotto la pelle.
È una lettura che ti logora. Inizia lentissimo, ti fa quasi venire voglia di mollare perché sembra non succeda nulla, e poi — BAM — ti trascina in un incubo iperrealistico da cui non esci più. Se cerchi la solita storia d’azione tutto muscoli e sopravvivenza, lascia stare. Ma se vuoi un’opera che scavi nell'alienazione moderna e che ti faccia dubitare di cosa sia davvero la normalità, allora devi recuperarlo subito. È un capolavoro sporco, cattivo e necessario.
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