Meeting Dr. Sun
Lefty è un liceale di Taipei in arretrato con la retta scolastica. Per rimediare i soldi necessari escogita un piano ingegnoso per rubare dalla scuola una vecchia statua in acciaio di Sun Yat‑sen (padre della Cina moderna) abbandonata in un magazzino. Fiancheggiato da tre compagni nelle sue stesse condizioni, è tutto intento a studiare il colpo nei minimi particolari, quando accidentalmente trova un quaderno smarrito che gli rivela il piano segreto di un altro studente che ha avuto la sua stessa idea. Tra i due, spalleggiati dai rispettivi gruppetti di compagni, si scatenerà un duello senza esclusione di colpi.
In prima visione europea, il 17° Far East Film Festival presenta l’ultima fatica del regista, sceneggiatore e produttore Yee Chih‑yen che, a tredici anni di distanza dal suo ultimo film per il cinema Incrocio d’amore (Blue Gate Crossing), riprende il filo della tematica giovanile allargando la prospettiva sulla questione sociale della disuguaglianza economica.
Il regista descrive, in tono faceto ma con un fondo di mestizia, le condizioni disagiate di un gruppo di ragazzi che appartengono a una generazione ormai priva di pastoie ideologiche e di impegno politico, ma che diventano loro malgrado gli (anti)eroi capaci di riportare in auge un vecchio simbolo della rivoluzione ormai obliato come Sun Yat‑sen, liberandolo dalle ragnatele del dimenticatoio e facendolo scorrazzare per le vie del centro di Taipei.
Ai tempi della legge marziale di Chiang Kai‑shek, le effigi di quest’ultimo e di Sun Yat‑sen erano presenti praticamente ovunque, a testimoniare l’egemonia politica che si estendeva in ogni angolo del suolo cinese. Ma dopo il processo di democratizzazione di Taiwan, queste figure mitizzate dal Kuomintang sono diventate obsolete reminiscenze di un passato remoto, ferri vecchi da riciclare.
I ragazzi protagonisti di Meeting Dr. Sun, nati nell’era post‑legge marziale, non hanno mai conosciuto la repressione politica; tuttavia sono costretti a una presa di posizione e a una riflessione sulla propria condizione proprio a causa delle ristrettezze economiche.
Così la loro attenzione per la statua impolverata del Dottor Sun è dettata prima di tutto da motivazioni meramente materiali, ma in controluce si intravede un sotto‑testo affatto banale e una rivalutazione dei suoi ideali rivoluzionari di redistribuzione della ricchezza.
Il film non si sbilancia in critiche dirette al sistema: semplicemente invita a meditare sui poveri che sono da sempre poveri e saranno sempre più poveri. E poi c’è la battuta ricorrente del protagonista, che da sola dice molto sull’argomento in tono canzonatorio: “Mi chiamo Lefty, come quelli di sinistra!”.
La comica contesa fra i due gruppi di adolescenti termina nell’aula scolastica, dove i ragazzi — costretti a scrivere un’autocritica sull’accaduto e sulle motivazioni che li hanno spinti — finiscono per contendersi il ruolo di più squattrinato, andando a ritroso per generazioni nelle loro rispettive famiglie indigenti.
La reazione del pubblico in sala è stata a dir poco entusiastica, trascinata dalla contagiosa simpatia dei protagonisti e da un intreccio brillante e coinvolgente. L’ora e mezza di proiezione vola via sulle note reinterpretate, in maniera originale e leggera, de “La Primavera” di Vivaldi, colonna sonora ideale per un film di ambientazione giovanile.
Ci sono voluti anni di preparazione e ricerca per la scelta del cast e per la scrittura della sceneggiatura, ma bisogna riconoscere un lavoro di grande qualità nell’intreccio. Il ritratto dei giovani di Taipei è puntuale e meticoloso, e più o meno tutti i giovani attori risultano all’altezza del loro ruolo, con interpretazioni naturali e convincenti che emanano simpatia e complicità nello spettatore, il quale si ritrova completamente dalla loro parte.
L’interprete principale ha anche ricevuto un premio AFA (Asian Film Award) come miglior attore emergente.
Attraverso le loro irresistibili avventure metropolitane filtra una forte carica simbolica e una lettura politica non troppo esplicita ma fortemente ironica, sottile e irriverente. Il padre della patria, Sun Yat‑sen — la cui immagine è tuttora stampata sulle banconote taiwanesi — che all’inizio del film è confinato in un polveroso scantinato, alla fine viene ritrovato in una centralissima via dell’opulento quartiere di Ximending (una sorta di Akihabara di Taipei). Una circostanza che dona all’incauta bravata dei personaggi un significato profondo su cui riflettere.
In prima visione europea, il 17° Far East Film Festival presenta l’ultima fatica del regista, sceneggiatore e produttore Yee Chih‑yen che, a tredici anni di distanza dal suo ultimo film per il cinema Incrocio d’amore (Blue Gate Crossing), riprende il filo della tematica giovanile allargando la prospettiva sulla questione sociale della disuguaglianza economica.
Il regista descrive, in tono faceto ma con un fondo di mestizia, le condizioni disagiate di un gruppo di ragazzi che appartengono a una generazione ormai priva di pastoie ideologiche e di impegno politico, ma che diventano loro malgrado gli (anti)eroi capaci di riportare in auge un vecchio simbolo della rivoluzione ormai obliato come Sun Yat‑sen, liberandolo dalle ragnatele del dimenticatoio e facendolo scorrazzare per le vie del centro di Taipei.
Ai tempi della legge marziale di Chiang Kai‑shek, le effigi di quest’ultimo e di Sun Yat‑sen erano presenti praticamente ovunque, a testimoniare l’egemonia politica che si estendeva in ogni angolo del suolo cinese. Ma dopo il processo di democratizzazione di Taiwan, queste figure mitizzate dal Kuomintang sono diventate obsolete reminiscenze di un passato remoto, ferri vecchi da riciclare.
I ragazzi protagonisti di Meeting Dr. Sun, nati nell’era post‑legge marziale, non hanno mai conosciuto la repressione politica; tuttavia sono costretti a una presa di posizione e a una riflessione sulla propria condizione proprio a causa delle ristrettezze economiche.
Così la loro attenzione per la statua impolverata del Dottor Sun è dettata prima di tutto da motivazioni meramente materiali, ma in controluce si intravede un sotto‑testo affatto banale e una rivalutazione dei suoi ideali rivoluzionari di redistribuzione della ricchezza.
Il film non si sbilancia in critiche dirette al sistema: semplicemente invita a meditare sui poveri che sono da sempre poveri e saranno sempre più poveri. E poi c’è la battuta ricorrente del protagonista, che da sola dice molto sull’argomento in tono canzonatorio: “Mi chiamo Lefty, come quelli di sinistra!”.
La comica contesa fra i due gruppi di adolescenti termina nell’aula scolastica, dove i ragazzi — costretti a scrivere un’autocritica sull’accaduto e sulle motivazioni che li hanno spinti — finiscono per contendersi il ruolo di più squattrinato, andando a ritroso per generazioni nelle loro rispettive famiglie indigenti.
La reazione del pubblico in sala è stata a dir poco entusiastica, trascinata dalla contagiosa simpatia dei protagonisti e da un intreccio brillante e coinvolgente. L’ora e mezza di proiezione vola via sulle note reinterpretate, in maniera originale e leggera, de “La Primavera” di Vivaldi, colonna sonora ideale per un film di ambientazione giovanile.
Ci sono voluti anni di preparazione e ricerca per la scelta del cast e per la scrittura della sceneggiatura, ma bisogna riconoscere un lavoro di grande qualità nell’intreccio. Il ritratto dei giovani di Taipei è puntuale e meticoloso, e più o meno tutti i giovani attori risultano all’altezza del loro ruolo, con interpretazioni naturali e convincenti che emanano simpatia e complicità nello spettatore, il quale si ritrova completamente dalla loro parte.
L’interprete principale ha anche ricevuto un premio AFA (Asian Film Award) come miglior attore emergente.
Attraverso le loro irresistibili avventure metropolitane filtra una forte carica simbolica e una lettura politica non troppo esplicita ma fortemente ironica, sottile e irriverente. Il padre della patria, Sun Yat‑sen — la cui immagine è tuttora stampata sulle banconote taiwanesi — che all’inizio del film è confinato in un polveroso scantinato, alla fine viene ritrovato in una centralissima via dell’opulento quartiere di Ximending (una sorta di Akihabara di Taipei). Una circostanza che dona all’incauta bravata dei personaggi un significato profondo su cui riflettere.