Far East Film Festival: intervista a Sang-Il Lee, regista di Kokuho - Il maestro di Kabuki

L'incontro esclusivo al 28° festival: Sang-Il Lee racconta la speciale alchimia del film

di zettaiLara

In occasione della 28° edizione del Far East Film Festival, la kermesse udinese dedicata al cinema asiatico a tutto tondo, abbiamo avuto la possibilità di partecipare agli incontri organizzati per la stampa con gli autori, registi e attori di determinate pellicole.
 
Intervista Lee copertina


Per il pluripremiato film giapponese Kokuho - Il maestro di Kabuki, è giunto a Udine il regista Sang-Il Lee; lo abbiamo incontrato in privato, per sviscerare alcuni dettagli dell'opera attraverso l'intervista che segue.
Ricordiamo che l'opera è stata proiettata in anteprima al festival, prima della distribuzione nei cinema italiani dal 30 aprile 2026.
 

Kokuho - Il maestro di Kabuki ~ Trailer completo in italiano


 
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KOKUHO - IL MAESTRO DI KABUKI: recensione breve

Kokuhou-serpenti
 
"Lascia tutto, ed entra nel mio mondo." 
È piuttosto arduo trovare parole adeguate per raccontare ciò che la visione di un film come Kokuho instilla nello spettatore. Più semplice affidarsi alle emozioni che suscita, capaci di veicolare un vero e proprio turbine di sensazioni, talora di brividi che corrono lungo la schiena. Complesse e radicate in un'arte antica come quella del kabuki, le vicende narrate dispiegano grande fascino, intense e magnetiche nell'esperienza audiovisiva, persino crudeli sul fronte psicologico. Dalle performance del cast allo strenuo impegno dello staff del film, emerge un'alchimia tale da regalare un'opera monumentale nella costruzione e impeccabile nei dettagli
L'affresco che si fa della figura dell'onnagata, ovvero di attori maschi che interpretano ruoli femminili a teatro, si sviluppa dagli anni '60 attraverso decenni di evoluzione di vocazione artistica, di sacrifici personali e di esibizioni sul palco che fanno trattenere il respiro.
"Che io resti in vita o muoia, tutto è già deciso. Solo la morte laverà via la vergogna". 
Molteplici le chiavi narrative di lettura, ma senza dubbio il legame tra i due protagonisti, Kikuo e Shunsuke, interseca preponderante i quarant'anni di storia narrata, e alimenta senza soluzione di continuità lo stimolo, la tensione, l'invidia e l'attaccamento che l'uno avverte nei confronti dell'altro. Crescendo, soffrendo e sognando assieme, i due volgono lo sguardo sempre più in alto inseguendo perfezione e bellezza, ma non possono soffocare le conseguenze del loro talento; una ragione di vita che li fa ardere di ambizione e li consuma al contempo, obbligandoli ad affacciarsi anche sempre più giù, alle porte dell'inferno. "Io non ce la farei a vivere così", confessa uno dei personaggi chiave del film, osservandoli mentre entrambi offrono al kabuki tutto quanto hanno da dare di loro stessi, e persino di più. Eppure nessuno riesce a distogliere lo sguardo da loro. Né è possibile farlo dal film. Perché Kokuho, in effetti, è davvero una mirabile esperienza tutta da vivere.


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Animeclick: buongiorno, sono Lara di Animeclick, testata online dedicata a manga, anime, drama e cinematografia nipponica e asiatica.

Sang-Il Lee: buongiorno, molto piacere.

AC: guardiamo all'impegno profuso da tutto il cast e lo staff, largamente premiato anche ai recenti Japan Academy Prize, e guardiamo ai risultati di questo film, intesi come ciò che quest'opera ha seminato in Giappone e sta continuando a fare, allargandosi sempre di più in tutto il mondo.
Lei ritiene che il film di Kokuho possa ambire esso stesso a diventare un 'kokuho', ovvero un tesoro nazionale?


S. L.: oh, ecco... io lo spererei tanto (Yoshida si esprime in inglese per questa frase, ndr), ma...
Vorrei davvero che un giorno anche il film possa diventare esso stesso un 'kokuho', ovvero un tesoro nazionale, solo che questa definizione viene data da alcune regole abbastanza ferree in Giappone, e tendenzialmente è un riconoscimento molto legato al mondo dell'arte e delle tradizioni.
Chiaramente anche il cinema fa parte dell'arte, assolutamente, però al contempo dietro ci sono molti altri fattori in gioco, business correlati e tanto altro.
Diciamo che il cinema in Giappone non è ancora percepito come un tipo di arte tradizionale 'forte' come possa essere invece il nostro teatro; pertanto il fatto che la categoria del cinema possa entrare nel novero delle possibili eccellenze, probabilmente sarà un pochino difficile. 
Per fare comunque un ulteriore esempio a questo proposito, l'attore Koji Yakusho, ospite premiato qui a Udine in questi giorni, a mio parere potrebbe tranquillamente essere riconosciuto come 'kokuho', un vero e proprio tesoro nazionale.

 
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AC: forse un giorno anche gli attori di Kokuho potrebbero ambire a un tale riconoscimento?

S. L.: beh, affinché un'arte possa essere riconosciuta come tradizione, è una cosa che richiede moltissimo tempo e moltissima dedizione. Magari un attore o una attrice ottengono un successo con una certa opera, ma poi capita loro di sbagliare cinque o sei volte, o molte volte in più rispetto a quell'unico grande successo (possibile implicito riferimento del regista allo 'scandalo' in cui era stato coinvolto nel 2025 l'attore protagonista Ryo Yoshizawa, alcuni mesi prima del rilascio di Kokuho nei cinema - ndr). Tutti questi fattori, nel complesso, contano.
Per poter proclamare un 'kokuho', bisogna far notare anche il modo di vivere che una persona ha, per poter appunto essere riconosciuto come un'arte. Da definire cioè come 'kokuho'.

 
AC: sappiamo che la versione iniziale del film durava oltre quattro ore e mezzo, il che significa che il girato che inizialmente era stato pensato per racchiudere tutte le 800 pagine del romanzo, in realtà è stato quasi dimezzato.
Come ha effettuato la scelta di cosa tenere e cosa no, all'interno del film? Nel cogliere cioè l'essenziale per la versione finale definitiva, senza al contempo perdere nulla.


S. L.: dove mi sono concentrato di più, è stato chiaramente nella storia del protagonista Kikuo. Vediamo che c'è una gerarchia estremamente complessa all'interno del mondo del kabuki, e lui vi entra come un estraneo. Vive il suo nuovo mondo da vero e proprio 'outsider'.
All'interno del romanzo invece c'erano moltissimi dettagli in più sui tanti personaggi secondari esistenti nella storia. In questo caso nel film non potevo inserire tutto di tutti, quindi mi sono concentrato soprattutto nella raffigurazione di come ha vissuto il protagonista nel corso degli anni, e di tutte le persone che lo circondano.
In questo senso siamo riusciti a far ridurre il minutaggio complessivo, rispetto all'idea iniziale. 

 
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AC: sempre in riferimento a questo, sappiamo che il progetto di Kokuho ha alle spalle una genesi particolare. E' vero che esiste un romanzo da cui è stato tratto il film, ma è altrettanto vero che lei stesso ha ispirato e coinvolto l'autore del romanzo, Shuichi Yoshida, sul tema dell'onnagata.
A sua volta Yoshida ha poi scritto un romanzo che è uscito piuttosto diverso da ciò che lei aveva in mente inizialmente come concept.
Cosa intendeva dunque rappresentare lei della figura dell'onnagata, rispetto a quella che emerge dal romanzo di Yoshida? Lei stesso ha fatto delle ulteriori ricerche sul tema, oltre a quelle già condotte sul campo da Yoshida in veste di 'kuroko' (letteralmente 'uomo nero', indica gli assistenti e i macchinisti 'invisibili' del teatro, ndr)
Infine, vi è poi stato l'intervento di Satoko Okudera, incaricata della sceneggiatura del film, la quale immaginiamo abbia modificato ulteriormente la visione rispetto al libro.
Vorremmo chiederle pertanto l'evoluzione della figura dell'onnagata, che si vede in Kokuho, attraverso i vari passaggi chiave.


S. L.: in primo luogo, questo progetto nasce dal fatto che io desideravo raccontare la storia di un attore di kabuki realmente esistito (Lee non lo cita esplicitamente, ma si riferisce probabilmente a Nakamura Utaemon VI, ritenuto il più grande onnagata del dopoguerra, designato come Kokuho nel 1968, ndr), mancato ormai moltissimi anni fa. Lui era un onnagata attivo nel periodo precedente alla Seconda Guerra Mondiale, oltre che nel dopoguerra; io volevo appunto ritrarre il fatto che un attore di kabuki vivesse come tale anche al di fuori dal palcoscenico. 
Un tempo gli onnagata vivevano tale ruolo ventiquattro ore su ventiquattro, anche al di fuori del teatro. Ovviamente con questo non si intende un'omosessualità o cose del genere, ma semplicemente proprio il ruolo dell'onnagata del teatro, vissuto appunto in maniera immersiva anche nella vita quotidiana.
Yoshida, invece, ha voluto far vertere il romanzo molto più sulla storia, sulle tradizioni e sul mondo del kabuki, unendo il tutto alla storia di un personaggio che non nasce all'interno di questo mondo ma proviene invece dal mondo dall'esterno. Come dicevamo prima, un outsider. 
Nel fare questo, Yoshida ha voluto approfondire anche tutte le molteplici e sfaccettate emozioni che possono scaturire nei rapporti fra i vari personaggi coinvolti: la rabbia, l'invidia che porta poi a una crescita personale, e a una rivalità che si crea fra Kikuo e Shunsuke, l'altro personaggio principale. Diciamo che lui è riuscito a trasformare il tutto in una storia non di un solo personaggio, come pensavo inizialmente io, bensì condivisa tra due protagonisti e molte altre figure. 


AC: certo. Da questo punto di vista, ora comprendiamo come mai lei avesse una certa idea iniziale, ma poi in realtà sia rimasto così tanto affascinato da come si è evoluta, da voler portare avanti quest'ultima. E' comprensibile, ed è davvero interessantissimo. Grazie.
 
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AC: in Giappone, ma anche in Europa, e soprattutto fra i più giovani, è più diffusa la cultura del cinema giapponese come film d'animazione. Invece questo film ha riscosso un enorme successo pur essendo un live action, tanto da essere candidato al premio Oscar come Miglior Trucco. 
Secondo lei questo tipo di cinema può diffondersi ulteriormente sia in Giappone e soprattutto in Europa, abbracciando una maggior fetta di pubblico e modificando un po' questa tendenza?


S. L.: penso che il modo di esprimersi nell'animazione e nel live action vengano sicuramente trasmessi in modalità molto diverse. Dato che io nel mio lavoro mi sono occupato sempre di live action, certamente mi piacerebbe che nel mondo del cinema questa componente rimanesse solida e potesse anzi crescere ulteriormente.
Quello che una persona può trasmettere in un film dal vivo è per forza di cose molto diverso da quello che si vede nell'animazione, anche per esprimere delle emozioni che si hanno in profondità. Indubbiamente in storie d'animazione a volte è più semplice sovrapporre i protagonisti a storie del nostro quotidiano e immedesimarci, però ciò che può offrire una persona reale rimane in qualche modo diverso.
Per esempio, per quanto riguarda questo film nello specifico, non si tratta solo di osservare un attore che è riuscito a calarsi bene nella sua parte, ma sono invece tutti attori che non avevano mai provato nulla del kabuki nella loro vita, che si sono lungamente esercitati e hanno cercato di riportare chiaramente quello che succede realmente nel mondo del kabuki. Sono tutti riusciti pertanto a trasmettere non solo la loro bravura come attori, ma proprio tutto quell'intero e complesso modo di vivere che potesse avere un attore di kabuki nel suo mondo. E questa è una cosa che secondo me può essere trasmessa solamente da un live action, che l'animazione non può fare. 

AC: in merito a questo, ricordiamo che all'idea che un film come Kokuho potesse avere successo, non credevano nemmeno i dirigenti della Toho che lo ha distribuito in Giappone.
In alcune occasioni lei ha riferito alla stampa che non puntava a un successo commerciale, tuttavia è accaduto veramente, il successo è stato reale. Sicuramente, quindi, questo film ha spostato l'asticella verso un qualcosa che non era mai stato raggiunto prima. Da lì, secondo me, la possibilità di crescere ulteriormente a questo punto si può porre, perché no? 


S. L.: Tom Cruise mi ha riferito esattamente la stessa cosa *sorride*. 

AC: oh santo cielo, davvero?! Sono imbarazzatissima al pensiero, però... wow, è fantastico!
 
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AC: riallacciandosi a questo aspetto, in Kokuho si è verificata una sorta di magica alchimia che ha riunito un'ottima storia, un ottimo cast, un ottimo staff che insieme hanno lavorato alla perfezione, magari anche perché in un certo senso sono arrivati tutti nel momento giusto. Non solo quindi gli attori, ma parliamo ad esempio anche di Sofian el Fani alla fotografia, Okudera alla sceneggiatura, e così via.
Lei ritiene che ci possa essere l'opportunità di "replicare" questi fattori anche in altri progetti futuri? Tanto più nell'ottica, come si diceva prima, di espandere il successo di live action di questo tipo?


S. L.: penso che sia veramente molto difficile poter riunire esattamente tutte le stesse persone per un progetto futuro, tuttavia di certo con qualcuno di loro ho intenzione di collaborare ancora. Io lavoro da vent'anni in questo mondo, ma per Kokuho c'erano anche persone del tutto nuove, così come tante altre persone con cui invece collaboravo già prima. Questa è proprio l'alchimia che citavi, la quale ha anche la possibilità di generare chiaramente un 'effetto sorpresa', proprio perché ciascuno proviene da esperienze differenti alle spalle.
L'unico aspetto che a me piace comunque sottolineare sempre è che ad accomunare tutti i miei collaboratori vi è non solo la loro bravura, ma anche la loro esperienza sul campo e soprattutto la passione: la passione che ciascuno di loro infonde nel proprio lavoro


AC: chiudiamo a questo punto con un augurio. In questo periodo il film di Kokuho è uscito dai confini del Giappone, quindi le persone lo stanno finalmente vedendo in Francia, negli Stati Uniti, in tanti altri Paesi e infine anche in Italia.
Rimane però ancora 'confinato' solo in Giappone il romanzo, perché per ora non ci sono notizie che ne sia stata annunciata la pubblicazione e traduzione in altre lingue. Un romanzo che, come ricordavamo prima, è stato creato e influenzato anche da lei.
 
Probabilmente del film non si può parlare come di una 'mera' trasposizione, quanto piuttosto di qualcosa di complementare insieme al romanzo: ciascuno dei due sono due visioni, due modalità diverse, di raccontare sfumature anche diverse.
Il nostro auspicio è che il successo del film di Kokuho possa aprire anche alla diffusione internazionale del romanzo originale.


S. L.: il kabuki è teatro, pertanto risulta piuttosto complesso trasmetterlo in maniera scritta. Questa è la parte che per i traduttori sarebbe assolutamente fondamentale curare, per poter far effettivamente arrivare al lettore tutta la storia e trasmetterne tutti i dettagli.
Io invece, attraverso il mezzo cinematografico, sono stato avvantaggiato: attraverso le immagini, i suoni e la fotografia ho avuto modo di poter veicolare tutto ciò, e sono tutti elementi che rimangono invariati anche col passaggio nei cinema in altre lingue. Da questo punto di vista, quindi, questa sarebbe senz'altro la parte più complessa nello scritto.

E' ben vero comunque che in Giappone, dopo l'uscita del film, il romanzo ha venduto cinque volte tanto!
 
Kokuhou-leone

AC: la ringraziamo davvero di cuore.
Con le domande abbiamo finito, tuttavia avremmo piacere di lasciarle un regalo, ovvero una borsa con all'interno anche la nostra spilletta.
Animeclick è infatti un sito di manga e anime che è al contempo web media partner del Far East Film Festival.

 
S. L.: grazie molte. E' un manekineko? Grazie mille (pronuncia le ultime parole in italiano, ndr)!
 
Lee saluto in sal


Fonti consultate:
Si ringrazia l'ufficio stampa del Far East Film Festival per la disponibilità
 

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