Mecha Design Ep. 1 — Il controverso design di Gundam Wing: quando il marketing prende il sopravvento
La speciale rubrica sul Mecha Design trasposta in formato di articolo: viste le ultime news, cominciamo da Gundam Wing
di Marcello Ribuffo
Ma viste le ultime novità annunciate alla Gundam Conference 2026, cominciamo proprio da Gundam Wing e al suo stravagante design.
Si tratta di una delle serie di maggior successo del franchise e per molti è stato il primo passo per entrare in questo mondo assai intricato. La regia è di Masashi Ikeda (già dietro I Cinque Samurai) mentre il mecha design è diviso tra Kunio Okawara per i design originali e Hajime Katoki per i redesign di Endless Waltz. Il successo di Gundam Wing è dovuto anche a una scelta oculata di Sunrise: questa serie infatti venne scelta per l'esportazione in occidente (soprattutto USA) proprio perché G Gundam era ritenuta troppo lontana dagli stilemi classici, mentre After War, avendo già fallito in Giappone, non aveva senso riproporla.
Dopo l'insuccesso di Victory Gundam, Sunrise pensò a prodotti totalmente nuovi: Wing, After War e G Gundam sono state serie ispirate da diversi temi, dal fighting al post-apocalittico, alla ricerca di nuovo pubblico. Soprattutto Gundam Wing cercava un'apertura verso una nuova fanbase giovane, composta anche in buona parte da pubblico femminile. Se c'è una cosa su cui bisogna fare attenzione in questo tipo di analisi sta proprio nel marketing, legato in modo assai profondo alle varie opere e plasmate dal possibile successo che i Gunpla derivanti possano avere.
Il design vive della stretta collaborazione tra questi due mondi: i Mobile Suit devono essere i più desiderabili possibile, attirare il pubblico a comprare nuovi Gunpla e merchandise adiacente. E questo, ha creato un profondo cortocircuito.
Mobile Suit Gundam infatti, ha dato vita al cosiddetto Real Robot, una nuova via del mecha design che puntava a rendere queste macchine veritiere, attraverso schemi di funzionamento delle varie parti, sistemi di energia e possibilità di movimento. I Mobile Suit erano mezzi militari, pensati per essere efficienti più che sgargianti e con impronta eroistica.
L'intromissione del marketing l'abbiamo già dalla primissima serie del 1979 e sarà un connubio legato all'autorialità che genererà situazioni controverse. Già dalla prima serie infatti, si è intervenuto sui colori dell'RX-78-2, passando dall'originale binomio bianco-grigio a un più sgargiante blu-rosso-giallo. Fu la bravura di Okawara a far sì che questi colori divennero iconici.

Questi colori sono stati la base per quasi ogni Gundam protagonista, un marchio di fabbrica legato alla propria identità visiva. Questo preambolo è necessario per capire come nasce e come si sviluppa il design di Gundam Wing, proprio perché lo stilema del Real Robot, qui comincia a venir meno, sacrificato sull'altare del marketing. Ma prima di addentrarci nel concreto, bisogna mettere il punto su qualcosa di fondamentale: design e stile sono cose profondamente diverse. Il primo riguarda la pura progettazione, cercando una soluzione funzionale e coerente. Lo stile è l'elemento estetico che dà forma a quella progettazione e quando i due trovano equilibrio, il risultato è un oggetto tanto funzionale quanto desiderabile. Quando invece lo stile prende il sopravvento, la forma comincia a raccontare qualcosa di diverso da ciò che l'oggetto è davvero.
E lo strano scontro di stili in Gundam Wing tra quello iniziale di Okawara e quello finale di Katoki, lo fa capire benissimo. Un buon prodotto è quello che trova un equilibrio efficace tra funzionalità e desiderabilità, un equilibrio difficile da ottenere ma non impossibile. Mentre le serie precedenti cercavano di ottenerlo, Katoki ha spostato la bilancia verso lo stile: nei primi Mobile Suit si mantiene una certa pulizia nella propria silhouette e meccanismi, ma in Endless Waltz la situazione cambia drasticamente. Il passaggio ai Gundam di Wing, rispetto le precedenti iterazioni (G Gundam è un caso a parte) è drastico, mostrando elementi più vicini ai Super Robot che ai Real Robot.
Ma, considerato il marketing, il lavoro di Katoki venne ampiamente apprezzato, riuscendo a dare quel tocco "esotico" in grado di spingere il pubblico ad acquistare i gunpla in massa. Il Gundam Wing Zero Custom è entrato nell'immaginario collettivo ma Sunrise premiò ulteriormente il lavoro di Katoki dedicandogli un'intera linea di Gunpla: le versioni Ver.Ka infatti, sono rielaborazioni del famoso designer di alcuni dei mobil suit più iconici, portando modifiche mirate al fine di renderli più moderni e accattivanti.
Iniziamo questo viaggio partendo però dai puri inizi: un elemento cardine del design dei vari Gundam (escludendo eccezioni come Turn A o GquuuuuuX) è la sua testa (elmo): l'RX-78-2 è la pietra di paragone, con ogni elemento che possiede una funzione specifica. Occhi come telecamere, altoparlante, sensori, antenna come riferimento al copricapo samurai e sensori nella parte superiore come chonmage.

Questi elementi li ritroveremo quasi sempre e Gundam Wing non fa eccezione. Ma è interessante notare la genesi delle ali. Queste infatti non rappresentano un concetto nuovo per il franchise: escludendo le trasformazioni precedenti di Z e ZZ Gundam, possiamo trovare alcuni riferimenti più precisi, segno che questa soluzione era in studio. Possiamo trovare infatti concetti di questo elemento già a partire dai radiatori a "piuma" dell'F91 ma soprattutto, nelle ali di luce del V2 Gundam (usate con eleganza per simboleggiare la trascendenza di Uso Irving come New Type).
Visto che Katoki aveva lavorato anche a Victory, questo concetto arriva anche in Wing, anche se diversamente. Tutto diventa manifesto, con le ali d'angelo che sì saranno anche iconiche, ma anche un po'... barocche. La mancanza di un sub-strato narrativo efficace è quello che rende questo elemento puramente stilistico e lontano dal funzionale.
Iniziamo l'analisi partendo dal Leo, la controparte degli anni '90 degli Zaku. Il biglietto da visita di Okawara. Rimane il classico “mono-occhio” e una certa semplificazione di fondo. Questo perché i Leo sono prodotti in serie ed è per questo che prima di tutto il design deve essere funzionale. Ampi pannelli per la manutenzione ed elementi customizzabili lo rendono perfetto per adattarsi a ogni condizione, che sia combattimento terrestre o spaziale. Ma c'è di più: il Leo è volutamente spartano anche per una questione psicologica: lo stacco con i Gundam principali deve essere perentorio, in modo da colpire immediatamente le emozioni viscerali dello spettatore. Inoltre, vi è forte contrasto cromatico e questo lo vediamo già dal primo episodio della serie.
Un Leo con classici colori militari, spenti ma del tutto realistici fanno spiccare ancor di più la sgargiante livrea del Wing Gundam, mostrando le immediate differenze tra il puro mezzo industriale e quello di cosiddetto Asso. Del resto, anche nella realtà assistiamo a piccole decorazioni di mezzi militari quando questi sono pilotati da persone formidabili. La comunione Barone Rosso e Char Aznable non nasce a caso e i Mobile Suit protagonisti, rispettano questa speciale tradizione.

Ma passiamo a una piccola evoluzione del Leo. Il Taurus, anch'esso prodotto in serie, è un mezzo predisposto anche per il volo e questo, ne cambia la silhouette. La corazza si fa affusolata per riuscire a penetrare l'aria e questa novità, unita alla nuova palette di colori nero-rosso, lo rende anche più minaccioso. Il Taurus suggerisce che sì, si tratta di un upgrade del Leo, ma non va sottovalutato, segno che il gap con i Gundam si è ridotto. Tuttavia, la produzione in serie è di minore entità: la complicazione delle parti lo rende più complesso da produrre e assemblare ed è per questo che lo si vede più raramente rispetto al Leo.
Ma arriviamo al primo Mobile Suit customizzato. Il Tallgeese, ispirato all'epica greco-romana, mostra segni evidenti di parentela con il Leo. Risulta però più corazzato e possente, anche perché deve sostenere un peso maggiore dovuti a diversi sistemi d'armamento. Ma la particolarità sta nella testa. Il Tallgeese e i cinque Gundam condividono la stessa origine progettuale: sono stati tutti sviluppati dagli stessi cinque scienziati, che dopo aver completato il Tallgeese per OZ si separarono e usarono quei dati come base per i Gundam protagonisti. È per questo che il Tallgeese possiede alcuni elementi simili ai robot protagonisti. Non solo la silhouette ma anche alcuni elementi funzionali, come le feritoie ad altezza naso (raffreddamento per le vulcan), suggeriscono una certa parentela. Il suo mostrarsi così fiero è anche un richiamo alla caratterizzazione del suo pilota Zechs Merquise, combattente di primo livello ma rispettoso degli stilemi cavallereschi.
Piccola curiosità, le ali d'angelo del Wing Gundam derivano da un particolare prototipo basato proprio su questo Mobile Suit, come raccontato nel manga Glory of the Losers.
Tocca ai Gundam. Il Wing Gundam è paradossalmente il più contenuto dei cinque protagonisti e, non a caso, è quello che funziona meglio. Le ali a geometria variabile — probabilmente ispirate all'F-14 Tomcat, già visto in Macross — hanno una logica funzionale precisa: si retraggono per il combattimento e si estendono per la trasformazione in modalità bird. L'armatura richiama quella dei samurai ma con linee più pulite e aerodinamiche. La trasformazione, pur semplificata rispetto alla complessità meccanica di Macross, mantiene una sua coerenza interna. Heero Yui è il personaggio più freddo e spietato del gruppo, e il suo Gundam lo riflette: niente fronzoli, niente eccessi. È il più vicino al Real Robot tra i cinque, e probabilmente per questo è anche il più riuscito narrativamente. E sarà così almeno sino alla conclusione della serie principale, nonostante una palette di colori fin troppo accesa. Tuttavia, non mancano le perplessità. La trasformazione in bird non è ragionata vista la posizione della cabina di pilotaggio e poi, possiede degli artigli che non hanno alcuna valenza funzionale.

Con l'Heavyarms inizia il cortocircuito. Il Gundam di Trowa Barton è un arsenale ambulante e sulla carta il collegamento con il suo pilota, ex circense con un passato oscuro, ha una sua logica: è spettacolare e pirotecnico, regalando l'idea del combattimento come numero da palcoscenico. Il problema è che questa associazione la si comprende solo dopo una trentina di episodi e non a colpo d'occhio. Il design comunica "potenza di fuoco" e non la caratterizzazione del pilota "Trowa". Chiunque potrebbe pilotarlo. Prendiamo un esempio che va nella direzione opposta: il Cherudim di Lockon Stratos in Gundam 00, è progettato visivamente per un cecchino, con visore, armamenti a lunga gittata e struttura che privilegiano la precisione sul movimento. Lì il design parla prima della narrazione. Con l'Heavyarms è la narrazione a dover colmare un po' i vuoti.
Il Sandrock è quello che cambia meno tra la versione Okawara e quella Katoki, e questo è già di per sé sintomatico. Quatre Raberba Winner è uno dei personaggi con la maggiore evoluzione psicologica della serie: la sua discesa nella follia attraverso lo Zero System è uno dei momenti più crudi di Gundam Wing, eppure il suo Gundam rimane sostanzialmente invariato, come se quella trasformazione interiore non avesse trovato modo di riflettersi nel design. Ciò che invece emerge con forza è il richiamo geografico: siamo in Medio Oriente, e lo scudo con la testa di cobra e Shotel lo dicono senza mezzi termini. È uno stereotipo visivo che sostituisce la caratterizzazione psicologica. In questo caso, il pilota viene identificato con il suo territorio d'origine invece che con la sua personalità.
Se il Sandrock è un'occasione mancata, lo Shenlong e la sua evoluzione Altron sono il punto in cui il design di Gundam Wing mostra le crepe più profonde. Chang Wufei è un pilota ossessionato dall'onore e dalla giustizia, e il suo Gundam si rifà alla mitologia del drago cinese, simbolo di potenza, rigore, nobiltà guerriera. Il concetto c'è, e in astratto funziona. Poi però si guarda il braccio a forma di testa di drago che spara fiamme, e tutta la simbologia crolla come una castello di carte. L'Altron — "drago a due teste" — peggiora ulteriormente: la palette cambia drasticamente da blu marino a un "tempestoso" verde acqua, lo scudo è posizionato in modo da sbilanciare visivamente la silhouette, e le teste di drago che compongono il design delle braccia lo sovraccaricano ulteriormente. Lo Shenlong starebbe benissimo in G Gundam. In Gundam Wing, con il suo contesto di guerre politiche e intrighi diplomatici, stona in modo quasi comico.
Il Death Scythe è un prodotto culturalmente preciso: siamo a metà anni '90, nel pieno dell'esplosione dell'estetica goth-dark nella cultura pop, dello styling dark nel rock alternativo, dell'immaginario della morte estetizzata che stava conquistando una generazione intera. Il mantello nero che avvolge il Gundam come un sudario, la falce, gli elementi appuntiti: tutto questo parla un linguaggio visivo che in quel momento era immediatamente leggibile da un certo tipo di pubblico giovane. E funziona, nel suo contesto culturale. Il mantello presente in Endless Waltz però è risulta mal congegnato, anche perché aumenta il volume del mezzo, rendendolo più esposto al fuoco nemico. Sarebbe stato interessante un ripiegamento verso il retro, in modo da difendere efficacemente un punto cieco.
Il problema è che risulta slegato dalla narrazione in cui è inserito. Duo Maxwell è il personaggio più contraddittorio del cast: il "Dio della Morte" che in realtà detesta la guerra più di tutti è un simpaticone che però, nasconde un passato devastante. Solo che il suo Gundam non comunica questa contraddizione fermandosi all'iconografia superficiale. È quasi un design da villain e il fatto che sia associato a lui crea un piccolo cortocircuito.

A un certo punto entra in scena lo Zero System, forse l'elemento più interessante di tutta la serie. Introdotto come contraltare del concetto di New Type della serie classica, si tratta di un sistema di intelligenza artificiale programmato per raggiungere la cosiddetta Vittoria Perfetta: nessuna empatia, ma matematica pura, indifferente a eventuali effetti collaterali. Prevede ogni mossa in battaglia, ma le visioni che esso genera porta alla follia i piloti (Quatre ad esempio distrugge una colonia, Trowa perde la memoria). Solo Heero e Zechs riescono ad interfacciarsi con esso senza conseguenze irreversibili: il primo attraverso il Wing Zero, che montava il sistema fin dalla sua concezione originale, il secondo attraverso l'Epyon, che ne utilizzava una versione derivata voluta da Treize Khushrenada.
L'Epyon è il Gundam più divisivo della serie, amatissimo dal pubblico. Zechs Merquise è l'unico antagonista di Gundam Wing con una logica interna coerente, e il suo Gundam è il più estremo visivamente. Quantomeno, questo eccesso, rispecchia l'evoluzione psicologica del personaggio. Non è particolarmente elegante, ma è almeno onesto.
Detto questo, il design rimane difficile da difendere sul piano della progettazione. La trasformazione in drago a due teste (possibile richiamo alla mitologia celtica e normanna) con i piedi (dotati inspiegabilmente anche di “cabina di pilotaggio” ) che si configurano come le teste ad avvenuta trasformazione, squame sulle ali, artigli che non hanno alcuna funzione pratica nel contesto di un mezzo da combattimento realistico. La palette blu scuro, magenta e verde acceso non trova una sua coerenza. L'unica giustificazione convincente rimane quella narrativa: doveva essere il negativo visivo del Wing Zero, il demonio contrapposto all'eroe. Ma anche questo, come vedremo, è un'idea eseguita in modo troppo letterale. La particolarità dell'Epyon è che non possiede armi a lunga distanza: per il suo creatore Treize Khushrenada, combattere a distanza significa togliere l'elemento umano alla guerra. Una filosofia quasi cavalleresca che però stona con il design grottesco e sopra le righe. Forse per questo l'Epyon funziona meglio come estensione visiva di Zechs, che quella filosofia cavalleresca la abbandona consapevolmente nel suo percorso verso la distruzione.

Il Wing Zero Custom di Endless Waltz è probabilmente il Gundam più famoso in assoluto, quello che più di ogni altro è rimasto nell'immaginario collettivo. Le ali d'angelo bianche, la figura messianica di Heero che diventa simbolo di pace... in pratica c'è tutta la simbologia del Salvatore, il completamento del percorso narrativo di Relena Peacecraft. Il concetto è chiaro e volendo, è potente.
Il problema è che è... troppo chiaro. Come detto inizialmente, il V2 Gundam di Victory aveva già percorso questa strada, e lo aveva fatto con una eleganza che il Wing Zero Custom non raggiunge: le ali di luce del V2 non erano disegnate sul robot, erano energia che assumeva quella forma nel momento della trascendenza di Uso Irving. Il design rimaneva pulito, e il simbolismo emergeva dall'azione, non dalla forma statica del robot. Nel Wing Zero Custom invece le ali sono fisicamente presenti, sempre, incorporate nella struttura. E questo trasforma quello che avrebbe potuto essere un momento di rottura visiva in un elemento permanente e quindi normalizzato.
Paradossalmente, avendo sempre le ali, il Wing Zero non trasmette mai la sensazione di un limite superato. Le ali diventano parte integrante del design, come un'uniforme. Non quindi una trasformazione.
È qui la differenza sostanziale con i suoi predecessori: il V2 Gundam usa il design per raccontare un processo, un'evoluzione. Il Wing Zero Custom usa il design per dichiarare uno stato. Sicuramente è divenuto iconico ma è anche il punto in cui Gundam Wing smette di suggerire e comincia a urlare. Qui la dicotomia Real Robot e Super Robot raggiunge forse il suo picco: se inserito in un contesto di unione di stili, è possibile dire che funziona molto bene. Tuttavia, come abbiamo già visto, quello che racconta Gundam Wing mal si sposa con questo tipo di visione, rendendo il racconto e il mecha design quasi due elementi disomogenei nella stessa opera. Non si parlano, è questo il problema più grande della serie.

Arriviamo alla conclusione di questo lungo percorso. Mobile Suit Gundam Wing rappresenta un passaggio cruciale per il franchise, che via via ha abbandonato alcuni dei suoi stilemi classici per abbracciare sempre di più una visione da marketing. Ma si è anche cercato di porre rimedio ai problemi di questa serie: Gundam 00 infatti ne riprende la struttura, con un gruppo di piloti e i propri Gundam meglio legati al contesto. Ma questo è tema per un'altra live e per un altro articolo.