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Felpato12

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9
Per chi si diletta nella nobile e antica arte della corsa, come il sottoscritto – ovviamente a livello amatoriale, l’atto in sé del correre può assumere sfumature diverse. Per alcuni, la corsa è un dovere, un obbligo nei confronti di sé stessi o di qualcun altro, specialmente quando la si pratica a livello agonistico. Per altri, correre è relax, è dedicare un’ora o due, alcuni giorni alla settimana, a sé stessi e al proprio benessere fisico e mentale. Per altri ancora, è fatica, uno sforzo che si deve sopportare se si vuole migliorare o, semplicemente, ci si vuole tenere in forma ma non si conoscono altri metodi validi. Per tutti, o quasi, però, correre è sfidare sé stessi, mettersi in gioco, porsi dei limiti per poi provare a superarli, cercare di volta in volta, allenamento dopo allenamento, di ridurre anche solo di un secondo il proprio tempo. Per chi ama davvero questo sport, purtroppo o per fortuna, correre è una maledetta ossessione, che può migliorarti o logorarti. Questo è quanto emerge chiaramente al termine della visione di “100 metri – Hyakuemu”, film di Kenji Iwaisawa, distribuito da Netflix e adattamento animato dell’omonimo manga di Uoto, autore che si è affermato presso il grande pubblico con il suo “Il movimento della Terra”.

Togashi è nato per essere veloce, non ha nessun altro talento particolare a parte la sua capacità di correre velocemente. Questa sua caratteristica gli ha permesso di ottenere un certo status a scuola e fa da ponte con i suoi amici: praticamente, è tutto quello che ha. Un giorno, Togashi incontra un ragazzo che, come lui, corre al massimo delle proprie capacità per sfuggire alle avversità della vita. Non è particolarmente veloce, ma Togashi riconosce in lui una passione ardente, contagiosa ed euforica, tant’è che, gradualmente, ne viene influenzato, fino a sentire egli stesso il medesimo bisogno di Komiya – questo il nome del ragazzo – di dare tutto sé stesso per la corsa.

Ciò che salta immediatamente all’occhio è lo stile con cui il film è realizzato. Alla regia, Kenji Iwaisawa opta per la tecnica del rotoscopio, che consiste nel filmare dal vivo le scene per poi ricalcarle in animazione. Animazioni realizzate interamente a mano, sotto l'occhio attento e meticoloso di Keisuke Kojima. La tecnica del rotoscopio dona alla pellicola un dinamismo che ben si sposa con il tema di fondo della storia, l’elemento che fa da collante tra i protagonisti: la corsa. In questo modo, lo spettatore ha l’idea di appartenere a quella medesima realtà di cui Kenji Iwaisawa sta raccontando. Al dinamismo e al realismo generali del film contribuiscono poi le inquadrature mosse della macchina da presa, che proiettano lo spettatore al fianco di quei ragazzi di cui sta appassionatamente seguendo le vicende. Ad un neofita o, semplicemente, a chi non è avvezzo ad uno stile grafico così particolare, l’effetto finale potrà risultare addirittura grottesco – complici anche le numerose “sfumature” e le linee spesso disegnate approssimativamente. Eppure, questo stile si sposa perfettamente con la storia di Togashi e Komiya.

Questi due ragazzi dimostrano di possedere un autentico dono per la corsa, tant’è che arrivano a praticarla a livello agonistico, gareggiando per i cento metri su palcoscenici nazionali ed internazionali. Sin da quando sono solo degli studenti delle medie, Togashi e Komiya si interrogano sulla ragione per cui corrono. All’inizio, entrambi lo fanno per sfuggire ad una realtà cui sentono di non appartenere, complice lo spaesamento della loro giovane età. Crescendo, i ragazzi cambiano e così anche il loro modo di rapportarsi alla vita e alla corsa, eppure la domanda resta, anzi, se ne aggiunge un’altra, addirittura più stringente: cosa rimane dopo quei maledetti cento metri, dopo quei dieci secondi che posso cambiare il loro destino di atleti? Fondamentalmente, entrambe i quesiti restano irrisolti, perché il compito del regista è esclusivamente quello di porre le domande giuste, mentre allo spettatore spetta l’arduo compito di trovare la risposta. Personalmente, quella che ho trovato è questa: non importa per quale ragione si corra, l’importante è farlo al massimo delle proprie capacità, senza dimenticare di divertirsi, come si vede fare a Togashi e Komiya in quella fantastica sequenza finale rimasta “incompiuta”. Su quel che verrà dopo i cento metri, tanto vale interrogarsi una volta averli corsi, senza fare del presente un crogiolo di domande destinate a rimanere senza risposta.

Questi fattori contribuiscono a fare di “100 metri – Hyakuemu” un’esperienza totalizzante, un film spettacolare che lascia il segno nello spettatore, anche quello meno avvezzo al genere spokon – d’altronde, come già in “Run with the Wind”, anche qui la corsa si fa mera e semplice metafora di vita. Ciononostante, la pellicola non è priva di difetti. Il più evidente è sicuramente il modo in cui la pellicola accelera in alcuni punti della storia, tralasciando le vicende di diversi personaggi e mancando di approfondire ulteriormente quelle dei protagonisti. In particolar modo, credo proprio che il rapporto tra Togashi e Komiya potesse essere raccontato leggermente meglio. Tutto ciò, però, non inficia la visione del film, piacevole ed assolutamente consigliata.


 3
Mirokusama

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9
Faccio una premessa, sono un grande appassionato di sport (finchè è praticato dagli altri) e non ho mai avuto dubbi che, visto l’argomento in questione di "Hyakuemu", prima o poi avrei visto questo film. Se però, al contrario di me, l’argomento sportivo risulta respingente per i vostri gusti e magari potrebbe indurvi ad evitare questo film, posso dire subito che non vale assolutamente la pena farsi prendere da timori perché alla fine della visione l’ultima cosa che mi è rimasta impressa della pellicola è stata proprio quella corsa che sembrava dovesse essere l’argomento principale, questo nonostante sia ben resa ed estremamente interessante da guardare.
Il perché è presto detto: “Hyakuemu” (lett. '100 metri', un adattamento dell’omonimo manga di Uoto) racconta la storia di Togashi, che detto in parole povere è semplicemente un predestinato della corsa; veloce come il vento, non ha rivali alle elementari e la corsa rappresenta tutto quello che ha e tutto quello in cui sembra poter credere. La conoscenza di Komiya, nuovo ragazzo appena trasferito nella sua classe, amplia i suoi orizzonti visto che Komiya ama correre per sfuggire dalla realtà come lui, pur senza avere minimamente il talento e la velocità che dimostra Togashi. Nonostante la differenza di abilità però i due stringono un bel legame e Togashi si dedica ad allenare costantemente Komiya per farlo migliorare, finchè il repentino trasferimento dell’amico pone fine a questo rapporto particolare.

Questa chiusura netta coglie un po’ impreparato lo spettatore che si stava abituando a una classica storia fatta di amicizia/rivalità con l’amico che parte svantaggiato rispetto al protagonista ma, con allenamento e forza di volontà, riesce a migliorare tanto da diventare competitivo col talento che pareva inarrivabile. Il film invece accantona completamente questa dinamica per concentrarsi su un Togashi che, cresciuto e studente liceale, pare essersi già stufato di quell’universo rappresentato dalla corsa che tanto gli ha dato e tanto sembra togliergli costantemente. Qui si sviluppa il vero tema del film che sfrutta quella rapida corsa di 100 metri, quel lasso di tempo che, se sei bravo, si racchiude in una decina di secondi, come riflessione sulla vita dei protagonisti, che in quei rapidi momenti bruciano la loro esistenza senza avere la certezza di cosa li aspetti dopo, di che direzione prenderà la loro vita nel momento in cui un centesimo di secondo in più o in meno può portarli alla gloria o all’anonimato. Ma basterà vincere poi per trovare le risposte che si cercano? E’ un dubbio che serpeggia per tutta la lunga seconda parte del film che segue la crescita di Togashi, il suo allontanamento e riavvicinamento alla corsa, che pure da adulto resta il leit motiv della sua esistenza nonché il presupposto per cui riesce a lavorare nella sua azienda, ma anche il confronto e il rapporto che riesce a costruire con gli altri personaggi che condividono la sua posizione, partendo ovviamente da quel Komiya cresciuto e ossessionato anche lui dalla vittoria. Non tutti questi personaggi riescono a risaltare nel film come lui, e questo è un piccolo difetto di una storia che a volte sembra voler correre anche lei lungo la pista come i suoi protagonisti, ma ciò non toglie che la resa finale è talmente coinvolgente da farti dimenticare a volte di vedere un personaggio ritagliarsi uno spazio così importante nonostante si conosca da pochi secondi.

E il film riesce a fare questo soprattutto grazie al suo comparto tecnico, che in alcuni frangenti non può essere definito altro che spettacolare; la chiusura dell’incipit alle elementari, non a caso, infatti segna anche un curioso cambiamento nella resa delle immagini e delle animazioni nell’opera che, nella seconda parte, fa ampio uso del rotoscopio (quella tecnica che prevede di ricalcare i disegni per le animazioni seguendo scene girate dal vivo). Se l’effetto iniziale è straniante, soprattutto se si è abituati alla classica animazione seriale giapponese, l’impressione successiva è incredibile visto che questa tecnica restituisce in pieno i movimenti, la dinamica e la velocità delle azioni che propone, e trattandosi in questo caso di un gesto atletico basato sulla pura velocità si può ben immaginare quanto bene faccia alla riuscita finale. Come se non bastasse questo, il regista del film Kenji Iwaisawa (che avevo già apprezzato per il suo precedente, e ancora più particolare, film “On-gaku”) ci propone tanti momenti per immergerci completamente nel suo lavoro tra i quali vale la pena citare il piano sequenza proposto in occasione della gara decisiva ai campionati nazionali delle superiori, una ricostruzione fedelissima di una gara proposta anche nei suoi aspetti di contorno, dalla presentazione dei corridori a una panoramica del pubblico, il tutto sotto una pioggia battente che amplifica l’epicità del contesto, e questa telecamera in costante movimento che si ferma in un’ inquadratura degli atleti di spalle mentre il giudice li invita a prendere posizione, e noi siamo con loro in attesa di uno sparo che liberi in una frenetica rincorsa tutte le nostre ansie e preoccupazioni, nonostante nella realtà anche solo alzarci dal divano ci procuri dolori muscolari degni di un soggiorno in una RSA. A tutto questo partecipa attivamente la colonna sonora e il doppiaggio del film, purtroppo disponibile al momento solo in giapponese e non ancora in italiano.

C’è un motivo però se ho cominciato questa recensione sottolineando il fatto che anche chi non è un appassionato di sport o anime sportivi potesse apprezzare questo film, ed è il fatto che, nonostante una resa grafica spettacolare e che rimpiango di non aver potuto vedere sul grande schermo, in fin dei conti il risultato finale non entra mai in maniera preponderante nel contesto della narrazione che sì, gira intorno alle capacità del protagonista, ma di cui a conti fatti non ci viene mai proposto un riscontro cronometrico delle sue prove. Sappiamo che Togashi è veloce, lo vediamo spesso vincere, ma non sappiamo mai il tempo che fa, né quando migliori o peggiori col tempo. Eppure, attraverso le sue peripezie, i suoi punti di rottura che non riporto ulteriormente per non rovinare eccessivamente la visione a chi vorrà avvicinarsi al buio, e le volontà di chi lo circonda finiamo perfino per distaccarci dal mero aspetto agonistico, tanto che forse neanche ci importa di sapere chi riuscirà a vincere la gara finale. E probabilmente è meglio così.


 1
DaddyGojo

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9,5
"100 Meters" è un’esperienza travolgente, capace di unire spettacolo puro ed emozione sincera. Trasforma una gara di cento metri in un viaggio esistenziale sul senso del talento, della perseveranza e del perché si corre, dentro e fuori dalla pista.

Togashi e Komiya sono ritratti con una sensibilità rara: uno nato per vincere, l’altro costruito sulla caparbietà, entrambi straordinariamente umani. La regia è ispirata, l’animazione raggiunge vette altissime, cambiando stile con naturalezza per amplificare percezioni e stati d’animo.

Il lavoro tecnico è impressionante, ogni scena è curata con dedizione assoluta, la colonna sonora interviene con misura ed è sempre incisiva. Il film scorre con ritmo perfetto tra adrenalina e momenti contemplativi, emoziona, fa riflettere e rimane addosso. Solo in pochi passaggi i dialoghi possono risultare densi, ma è una minima ombra in un’opera luminosa, che conferma quanto l’animazione sia vero, grande cinema.