Ieri sera Alberto Angela ha portato l'universo pop giapponese su Rai 1, nel secondo appuntamento di Ulisse, il piacere della scoperta. La puntata, intitolata "Dai samurai ai manga", ha attraversato il Giappone tra Tokyo e Kyoto, toccando molti dei temi che da decenni alimentano l'interesse degli italiani per questo paese: la tradizione dei samurai, il mondo del fumetto e dell'animazione, la cucina, i templi. Ospiti della serata Yōichi Takahashi, il mangaka creatore di Capitan Tsubasa, e la scrittrice Laura Imai Messina, romana di nascita e residente a Tokyo da oltre vent'anni.

E già questo, diciamocelo, non è poco. Chi minimizza totalmente il ruolo della televisione generalista nel 2026 a mio avviso sbaglia: c'è ancora una fetta enorme di popolazione per cui quella finestra sul mondo esiste solo lì, sul divano, dopo cena. E per chi vuole approfondire, c'è sempre RaiPlay. Quindi l'operazione in sé aveva senso, eccome.
Detto questo, e lo diciamo come chi fa divulgazione su questo mondo da anni, come chi conosce certi quartieri di Tokyo come pezzi del proprio cuore, molte cose dette risultavano abbastanza scontate, con quel tono enciclopedico che sa di voce fuori campo su Wikipedia. Ma fermiamoci subito, perché siamo i primi a dirlo: spogliamoci dei panni dell'appassionato. Il target non eravamo noi. Era il collega di ufficio. Era quella persona vicina che pensa ancora che chi ha a che fare con gli anime sia una specie di santone. Per loro, quella puntata poteva funzionare. Le semplificazioni, in quest'ottica, le accettiamo.
Sorridiamo, però, non possiamo farci niente, quando vediamo quelle scene di geisha per strada a Kyoto. Perché chi ci è stato davvero lo sa: le geisha sono quasi impossibili da avvistare e le stesse maiko si fanno vedere poco, e se per caso ne incroci una, sparisce in mezzo secondo prima ancora che tu possa tirare fuori il telefono.
Ma la cosa che nel 2026 proprio non riusciamo a far passare è la pronuncia. Go Nahai. Tayakì. Con tutti gli strumenti disponibili oggi, con tutte le persone competenti che esistono, sentire i nomi storpiati così fa un certo effetto. Non è un dettaglio: è rispetto per una cultura che stai raccontando.

Speriamo comunque che questa puntata abbia acceso qualche scintilla, fatto venire un pizzico di curiosità a qualcuno. Perché spiegare perché ci si innamora del Giappone è una delle cose più difficili che esistano, un po' come spiegare perché ami una persona. Non è solo la bellezza. Non è solo la nostalgia di un'infanzia fatta di cartoni e fumetti. Non è solo il cibo. Non è solo niente di singolo: è tutto un insieme!
Noi che ci viviamo dentro da anni abbiamo ancora il foglio bianco davanti quando qualcuno ci chiede il perché. Figuriamoci una puntata di Ulisse.
Tutto sommato ho trovato molto più vero Angela che gioca a fare Star Wars con la spada laser nel ventre di Tokyo. Forse quell'immagine riassume meglio lo spirito fanciullesco del Giappone che i cat cafe o i cosplayer
Certo che per mostrare un assaggio di tutto non sarebbe bastata l'intera serie di Ulisse ma per chi come me è profondamente interessato alla cultura giapponese ed ha avuto l'occasione di andarci alcune volte la soddisfazione nel vedere questa puntata è effimera...
Gli interventi di Laura Imai Messina, quella che avrebbe potuto parlare con competenza del tema, sono stati limitati e focalizzati su determinate voci, un occasione persa.
Diciamo "Giappone a volo d'uccello", per smuovere le acque e stuzzicare la curiosità di chi confonde i giapponesi con cinesi, coreani e via dicendo.
Per quanto riguarda le pronunce dei vari termini giapponesi le mie orecchie stanno ancora cercando di riprendersi. XDD
Bella la parte sull'ambasciata italiana (che non conoscevo) e anche quella su Odaiba (di cui ho un bellissimo ricordo). Peccato non aver potuto vedere di più, ma il tempo è tiranno anche per le produzioni. Mi è mancata Osaka in particolare, ma anche Nara o Kamakura (quest'ultima nemmeno mi sembra sia stata citata).
Non ho apprezzato per niente il medley di Cristina d'Avena (che ha trascurato tutta una tradizione alternativa a partire dai Cavalieri del Re), la parte di Hachiko raccontata con le immagini del film di R. Gere invece che di quello originale giapponese e non ho apprezzato nemmeno la mancanza di qualunque musica/canzone di sottofondo giapponese (a favore di tutta una pletora di musichette da pubblicità).
Peccato, insomma, per qualche superficialità di troppo. In ogni caso da vedere con chi di Giappone sa poco o niente.
Sono d'accordo nel dire che il documentario sia stato anche molto generico e non molto approfondito, ma secondo me sono difetti dovuti più alla mancanza di tempo, che ad una vera e propria volontà di trascurare qualcosa. Era impossibile comprimere tutto in una serata.
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