Recensione
Shabake
7.0/10
Dalla presentazione della serie me la ero immaginata come una serie di investigazioni unita ad un po’ di sovrannaturale. Nel corso degli anni ho visto parecchie serie con al centro un detective, da “Angie Girl” a “Detective Conan”, da “Woodpeaker Detective’s Office” al recentissimo “Detectives These Days are Crazy!”, quindi da storie strampalate nate per far ridere a serie che presentano casi possibili con i protagonisti più disperati. Il mistero mi piace, come apprezzo una buona narrazione, e “Shabake”, tolti i primi episodi di ambientazione che sono corsi lenti, quasi noiosi e che facevano pensare non avrebbe ingranato mai, alla fine si è rivelato un prodotto discreto, andando direi in crescendo.
Ci sono omicidi, c’è mistero, c’è un ragazzo che prende spunto da ciò per improvvisarsi detective, ci sono gli aiutanti, e infine la scia di delitti legati al sovrannaturale.
Passando ai dati dell’anime, la serie è prodotta dalla Bandai Namco Pictures, società fondata nel 2015, che ha portato molte cose sul piccolo schermo: io ho ancora da recuperare “Raven of the Inner Palace”, per il resto tutta fuffa (benché “Tiger & Bunny” e “Il rock è il diletto di una lady” abbiano avuto sul mercato una buona accoglienza...).
La storia è tratta da una serie di romanzi dell’autrice Megumi Hatakenaka, siamo già arrivati al ventitreesimo volume, ma è ancora in corso, sintomo che ha creato una base di lettori appassionati; il regista invece è Takahiro Okawa, al suo debutto in questo ruolo: aveva infatti fatto da regista ad alcuni episodi di altre serie, ma questa è la prima opera tutta sua. Ha anche un’esperienza coi disegni chiave e gli storyboard (nel primo ruolo ha lavorato anche per “My Hero Academia”).
Mi è piaciuto il design di alcuni yokai resi in forma umana, per il resto il character design è dimenticabile.
C’è qualcosa che ha brillato? Sì: le musiche di Rei Ishizuka, la bellissima opening “Inochi no Parade” cantata da Kujira e la ending “Myaku-Myaku” cantata dai KAFUNE, artisti tutto sommato alle prime armi, ma che secondo me hanno raggiunto le alte vette della musicalità con queste canzoni.
Voto? Leggermente sopra il sette.
Ci sono omicidi, c’è mistero, c’è un ragazzo che prende spunto da ciò per improvvisarsi detective, ci sono gli aiutanti, e infine la scia di delitti legati al sovrannaturale.
Passando ai dati dell’anime, la serie è prodotta dalla Bandai Namco Pictures, società fondata nel 2015, che ha portato molte cose sul piccolo schermo: io ho ancora da recuperare “Raven of the Inner Palace”, per il resto tutta fuffa (benché “Tiger & Bunny” e “Il rock è il diletto di una lady” abbiano avuto sul mercato una buona accoglienza...).
La storia è tratta da una serie di romanzi dell’autrice Megumi Hatakenaka, siamo già arrivati al ventitreesimo volume, ma è ancora in corso, sintomo che ha creato una base di lettori appassionati; il regista invece è Takahiro Okawa, al suo debutto in questo ruolo: aveva infatti fatto da regista ad alcuni episodi di altre serie, ma questa è la prima opera tutta sua. Ha anche un’esperienza coi disegni chiave e gli storyboard (nel primo ruolo ha lavorato anche per “My Hero Academia”).
Mi è piaciuto il design di alcuni yokai resi in forma umana, per il resto il character design è dimenticabile.
C’è qualcosa che ha brillato? Sì: le musiche di Rei Ishizuka, la bellissima opening “Inochi no Parade” cantata da Kujira e la ending “Myaku-Myaku” cantata dai KAFUNE, artisti tutto sommato alle prime armi, ma che secondo me hanno raggiunto le alte vette della musicalità con queste canzoni.
Voto? Leggermente sopra il sette.
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