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9.5/10
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Quando si parla di Osamu Tezuka, il celeberrimo “dio dei manga”, bisogna indiscutibilmente tener conto dell’epoca a cui egli è appartenuto. Tezuka nacque nel 1928 e morì nel 1989, ormai quasi quarant’anni fa, vivendo per più di settant’anni, il che gli permise di attraversare il ventesimo secolo nella quasi sua totale interezza. Come è logico che sia, inquadrare il periodo storico in cui egli è vissuto e gli eventi che lo hanno segnato è fondamentale per comprendere la sua stessa opera. Sul finire degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, spopolò negli USA il fenomeno Walt Disney, che acquisì consensi in tutto il mondo grazie al suo personaggio più iconico: Topolino. Come molti, probabilmente tutti sanno, il Tezuka degli esordi subì enormemente le influenze disneyane. Eppure, Walt Disney non fu l’unico a fornirgli l’ispirazione per le sue opere, perché negli anni Trenta fecero il loro esordio sul grande schermo anche Betty Boop e Braccio di Ferro, ideati dalle menti geniali dei fratelli Fleischer, Max e David, immigrati ebrei a New York. Ed è proprio l’origine dei due animatori ad interessarci in questo spazio, perché, specialmente negli anni successivi, Tezuka mostrò un interesse genuino verso la diaspora ebraica, la dispersione del popolo ebraico dalla terra d'Israele. Argomento di cui Tezuka parla sia nel tetro “Apollo no Uta” del 1970, sia ne “Il libro dell’Alba”, uno dei capitoli dell’opera “La Fenice”. Nel medesimo periodo in cui nacque questo interesse, Tezuka visse un’esperienza drammatica: la Seconda Guerra Mondiale. Da giovane Tezuka lavorò in una fabbrica che sosteneva lo sforzo bellico nipponico e, soprattutto, visse gli orrori della guerra nella sua totalità fatta di campagne militari, raid aerei e sgancio di bombe atomiche. L’esperienza della guerra lo segnò profondamente, tanto da diventare, nel 1983, uno dei temi centrali di uno dei suoi manga più famosi, in cui Tezuka rievocò anche quell’interesse mai sopito per la diaspora ebraica. Nacque così “I tre Adolf”, o meglio “La storia dei tre Adolf”.

Il racconto prende le mosse dalle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove il reporter Sohei Toge lavora come inviato di una rivista giapponese. In seguito alla scomparsa di suo fratello, studente comunista sequestrato dalla Gestapo, Toge intraprende un’indagine che lo porta sulle tracce di un complotto internazionale volto a rovesciare il regime nazista. A questo punto, l’intreccio si snoda con le vicende parallele dei tre personaggi chiave, i tre Adolf del titolo: Adolf Kamil, ebreo tedesco la cui famiglia, in fuga dalla Germania nazista, ha trovato rifugio nella città giapponese di Kobe; Adolf Kaufmann, figlio di un alto diplomatico tedesco che vive nella medesima città del ragazzo con origini ebraiche; e infine Adolf Hitler, il famigerato führer del Terzo Reich. Dopo aver subito atti di bullismo da parte di bambini che li trattano come pericolosi stranieri, i due giovani Adolf diventano buoni amici, nonostante l'opposizione delle loro famiglie. Eppure, l’amicizia si trasformerà in aspro odio quando le loro strade si divideranno ed eventi più grandi li metteranno su fronti opposti della storia.

L’elemento catalizzatore del manga, intorno a cui ruota l’intera vicenda, sono dei documenti che, a detta di chi li stringe tra le mani nel corso della storia disegnata da Tezuka – il lettore non ha mai l’opportunità di vederli, parrebbero confermare la discendenza da parte ebraica di Hitler. Questi documenti, da soli, basterebbero a porre fine al Terzo Reich, e non è difficile comprenderne la ragione profonda. Questi documenti potrebbero rappresentare la salvezza per migliaia, anzi milioni di ebrei in tutto il mondo, ma sono una sventura per chi li possiede, perché Hitler è a conoscenza della loro esistenza e vuole farli scomparire a tutti i costi. Neanche a dirlo, questi documenti passano per le mani degli altri due Adolf, Kaufmann e Kamil, fungendo da collante tra i tre grandi protagonisti della storia. In realtà, però, per buona parte del manga, soprattutto all’inizio, il protagonista è un altro: il reporter giapponese Sohei Toge che, nel corso della vicenda, assume i tratti di un superuomo capace di gesta eroiche ed impensabili per un comune mortale. Per tale ragione, Sohei Toge è sicuramente il personaggio con cui è più facile empatizzare ma, allo stesso tempo, l’unico leggermente sopra le righe disegnato da Tezuka, che con i tre Adolf tratteggia dei personaggi umani, con le loro debolezze e sfaccettature.

Adolf Kaufmann è l’emblema dell’ambiguità della natura umana. Da giovane è un ragazzino solare e gentile ma, crescendo secondo i dettami della Hitler Schule, si trasforma in un uomo senza pietà e completamente amorale, ricordandoci che il male alberga, potenzialmente, dentro ognuno di noi. Adolf Kamil, un po’ più grande d’età del suo omonimo, è un ragazzo maturo e con la testa sulle spalle, che vive un’esistenza onesta improntata al duro lavoro e alla strenua difesa della propria identità di ebreo emigrato in estremo oriente. Come per l’amico e per milioni di persone in tutto il mondo, la guerra arriva anche per lui, pur riportando meno danni sulla sua personalità. La vicenda di Adolf Kamil ci insegna che, quando si è forti d’animo, si può attraversare qualsiasi tempesta e non uscirne obbligatoriamente malridotti. Adolf Hitler, il führer del Terzo Reich, disegnato da Tezuka con una certa vena caricaturale e spesso mostrato dall’autore stesso in tutta la sua follia. Hitler viene dipinto come un uomo a tratti geniale, ma divorato dalle sue manie di protagonismo e dalla sua ossessione per la questione della razza ariana, che lo porta a odiare profondamente gli ebrei. Un uomo mosso da ideali profondamente impuri e, per questo, destinati al fallimento, come la storia – accuratamente riportata da Tezuka nelle pagine del suo racconto – ci ha mostrato.

Se i tre protagonisti, anzi quattro sono i pilastri su cui si regge il manga, bisogna anche riconoscere che l’unico elemento indispensabile dell’opera è l’incommensurabile estro artistico di Osamu Tezuka. La narrazione segue un ritmo incalzante, scorrevole e per nulla pesante, nonostante l’argomento trattato. Il lettore si immerge completamente tra le pagine del manga, tanto da venirne inghiottito, per poi ritornare alla realtà quando il sensei orchestra uno dei suoi incredibili colpi di scena che lasciano a bocca aperta. La maestria di Tezuka risiede nell’intreccio impeccabile delle vicende dei protagonisti e nel suo saper raccontare senza annoiare e, cosa ancor più importante, senza tralasciare nulla. Nella narrazione di Tezuka, non c’è spazio per sbavature, imperfezioni o errori, ma solo ed unicamente per una perfezione senza eguali, difficilmente riscontrabile in altre opere. A ciò si aggiunge la maestria nel disegno. Le tavole di Tezuka sono costruite con il rigore e la cognizione di causa di chi il manga, come genere, lo ha inventato di sana pianta. Tezuka traduce in forma fumettistica il linguaggio tipico del cinema, regalando ai posteri tavole permeate da una dinamicità unica, che emerge soprattutto nelle scene di inseguimenti automobilistici, sparatorie e duelli all’ultimo sangue. Nei momenti di maggior tensione e suspense – e ce ne sono parecchi, Tezuka riesce a far comunicare i propri personaggi con un semplice sguardo, un’occhiata furtiva, rendendo vane e superflue le parole.

In questo modo, Tezuka ha creato un manga immortale, i cui temi principali – il fallimento del nazionalismo, la condanna al militarismo e all’odio raziale, e il ripudio della guerra – fungono da monito ancora oggi, in questo mondo dominato dalla follia, dall’incomprensione e dall’odio.