Recensione
100 metri - Hyakuemu
9.0/10
Per chi si diletta nella nobile e antica arte della corsa, come il sottoscritto – ovviamente a livello amatoriale, l’atto in sé del correre può assumere sfumature diverse. Per alcuni, la corsa è un dovere, un obbligo nei confronti di sé stessi o di qualcun altro, specialmente quando la si pratica a livello agonistico. Per altri, correre è relax, è dedicare un’ora o due, alcuni giorni alla settimana, a sé stessi e al proprio benessere fisico e mentale. Per altri ancora, è fatica, uno sforzo che si deve sopportare se si vuole migliorare o, semplicemente, ci si vuole tenere in forma ma non si conoscono altri metodi validi. Per tutti, o quasi, però, correre è sfidare sé stessi, mettersi in gioco, porsi dei limiti per poi provare a superarli, cercare di volta in volta, allenamento dopo allenamento, di ridurre anche solo di un secondo il proprio tempo. Per chi ama davvero questo sport, purtroppo o per fortuna, correre è una maledetta ossessione, che può migliorarti o logorarti. Questo è quanto emerge chiaramente al termine della visione di “100 metri – Hyakuemu”, film di Kenji Iwaisawa, distribuito da Netflix e adattamento animato dell’omonimo manga di Uoto, autore che si è affermato presso il grande pubblico con il suo “Il movimento della Terra”.
Togashi è nato per essere veloce, non ha nessun altro talento particolare a parte la sua capacità di correre velocemente. Questa sua caratteristica gli ha permesso di ottenere un certo status a scuola e fa da ponte con i suoi amici: praticamente, è tutto quello che ha. Un giorno, Togashi incontra un ragazzo che, come lui, corre al massimo delle proprie capacità per sfuggire alle avversità della vita. Non è particolarmente veloce, ma Togashi riconosce in lui una passione ardente, contagiosa ed euforica, tant’è che, gradualmente, ne viene influenzato, fino a sentire egli stesso il medesimo bisogno di Komiya – questo il nome del ragazzo – di dare tutto sé stesso per la corsa.
Ciò che salta immediatamente all’occhio è lo stile con cui il film è realizzato. Alla regia, Kenji Iwaisawa opta per la tecnica del rotoscopio, che consiste nel filmare dal vivo le scene per poi ricalcarle in animazione. Animazioni realizzate interamente a mano, sotto l'occhio attento e meticoloso di Keisuke Kojima. La tecnica del rotoscopio dona alla pellicola un dinamismo che ben si sposa con il tema di fondo della storia, l’elemento che fa da collante tra i protagonisti: la corsa. In questo modo, lo spettatore ha l’idea di appartenere a quella medesima realtà di cui Kenji Iwaisawa sta raccontando. Al dinamismo e al realismo generali del film contribuiscono poi le inquadrature mosse della macchina da presa, che proiettano lo spettatore al fianco di quei ragazzi di cui sta appassionatamente seguendo le vicende. Ad un neofita o, semplicemente, a chi non è avvezzo ad uno stile grafico così particolare, l’effetto finale potrà risultare addirittura grottesco – complici anche le numerose “sfumature” e le linee spesso disegnate approssimativamente. Eppure, questo stile si sposa perfettamente con la storia di Togashi e Komiya.
Questi due ragazzi dimostrano di possedere un autentico dono per la corsa, tant’è che arrivano a praticarla a livello agonistico, gareggiando per i cento metri su palcoscenici nazionali ed internazionali. Sin da quando sono solo degli studenti delle medie, Togashi e Komiya si interrogano sulla ragione per cui corrono. All’inizio, entrambi lo fanno per sfuggire ad una realtà cui sentono di non appartenere, complice lo spaesamento della loro giovane età. Crescendo, i ragazzi cambiano e così anche il loro modo di rapportarsi alla vita e alla corsa, eppure la domanda resta, anzi, se ne aggiunge un’altra, addirittura più stringente: cosa rimane dopo quei maledetti cento metri, dopo quei dieci secondi che posso cambiare il loro destino di atleti? Fondamentalmente, entrambe i quesiti restano irrisolti, perché il compito del regista è esclusivamente quello di porre le domande giuste, mentre allo spettatore spetta l’arduo compito di trovare la risposta. Personalmente, quella che ho trovato è questa: non importa per quale ragione si corra, l’importante è farlo al massimo delle proprie capacità, senza dimenticare di divertirsi, come si vede fare a Togashi e Komiya in quella fantastica sequenza finale rimasta “incompiuta”. Su quel che verrà dopo i cento metri, tanto vale interrogarsi una volta averli corsi, senza fare del presente un crogiolo di domande destinate a rimanere senza risposta.
Questi fattori contribuiscono a fare di “100 metri – Hyakuemu” un’esperienza totalizzante, un film spettacolare che lascia il segno nello spettatore, anche quello meno avvezzo al genere spokon – d’altronde, come già in “Run with the Wind”, anche qui la corsa si fa mera e semplice metafora di vita. Ciononostante, la pellicola non è priva di difetti. Il più evidente è sicuramente il modo in cui la pellicola accelera in alcuni punti della storia, tralasciando le vicende di diversi personaggi e mancando di approfondire ulteriormente quelle dei protagonisti. In particolar modo, credo proprio che il rapporto tra Togashi e Komiya potesse essere raccontato leggermente meglio. Tutto ciò, però, non inficia la visione del film, piacevole ed assolutamente consigliata.
Togashi è nato per essere veloce, non ha nessun altro talento particolare a parte la sua capacità di correre velocemente. Questa sua caratteristica gli ha permesso di ottenere un certo status a scuola e fa da ponte con i suoi amici: praticamente, è tutto quello che ha. Un giorno, Togashi incontra un ragazzo che, come lui, corre al massimo delle proprie capacità per sfuggire alle avversità della vita. Non è particolarmente veloce, ma Togashi riconosce in lui una passione ardente, contagiosa ed euforica, tant’è che, gradualmente, ne viene influenzato, fino a sentire egli stesso il medesimo bisogno di Komiya – questo il nome del ragazzo – di dare tutto sé stesso per la corsa.
Ciò che salta immediatamente all’occhio è lo stile con cui il film è realizzato. Alla regia, Kenji Iwaisawa opta per la tecnica del rotoscopio, che consiste nel filmare dal vivo le scene per poi ricalcarle in animazione. Animazioni realizzate interamente a mano, sotto l'occhio attento e meticoloso di Keisuke Kojima. La tecnica del rotoscopio dona alla pellicola un dinamismo che ben si sposa con il tema di fondo della storia, l’elemento che fa da collante tra i protagonisti: la corsa. In questo modo, lo spettatore ha l’idea di appartenere a quella medesima realtà di cui Kenji Iwaisawa sta raccontando. Al dinamismo e al realismo generali del film contribuiscono poi le inquadrature mosse della macchina da presa, che proiettano lo spettatore al fianco di quei ragazzi di cui sta appassionatamente seguendo le vicende. Ad un neofita o, semplicemente, a chi non è avvezzo ad uno stile grafico così particolare, l’effetto finale potrà risultare addirittura grottesco – complici anche le numerose “sfumature” e le linee spesso disegnate approssimativamente. Eppure, questo stile si sposa perfettamente con la storia di Togashi e Komiya.
Questi due ragazzi dimostrano di possedere un autentico dono per la corsa, tant’è che arrivano a praticarla a livello agonistico, gareggiando per i cento metri su palcoscenici nazionali ed internazionali. Sin da quando sono solo degli studenti delle medie, Togashi e Komiya si interrogano sulla ragione per cui corrono. All’inizio, entrambi lo fanno per sfuggire ad una realtà cui sentono di non appartenere, complice lo spaesamento della loro giovane età. Crescendo, i ragazzi cambiano e così anche il loro modo di rapportarsi alla vita e alla corsa, eppure la domanda resta, anzi, se ne aggiunge un’altra, addirittura più stringente: cosa rimane dopo quei maledetti cento metri, dopo quei dieci secondi che posso cambiare il loro destino di atleti? Fondamentalmente, entrambe i quesiti restano irrisolti, perché il compito del regista è esclusivamente quello di porre le domande giuste, mentre allo spettatore spetta l’arduo compito di trovare la risposta. Personalmente, quella che ho trovato è questa: non importa per quale ragione si corra, l’importante è farlo al massimo delle proprie capacità, senza dimenticare di divertirsi, come si vede fare a Togashi e Komiya in quella fantastica sequenza finale rimasta “incompiuta”. Su quel che verrà dopo i cento metri, tanto vale interrogarsi una volta averli corsi, senza fare del presente un crogiolo di domande destinate a rimanere senza risposta.
Questi fattori contribuiscono a fare di “100 metri – Hyakuemu” un’esperienza totalizzante, un film spettacolare che lascia il segno nello spettatore, anche quello meno avvezzo al genere spokon – d’altronde, come già in “Run with the Wind”, anche qui la corsa si fa mera e semplice metafora di vita. Ciononostante, la pellicola non è priva di difetti. Il più evidente è sicuramente il modo in cui la pellicola accelera in alcuni punti della storia, tralasciando le vicende di diversi personaggi e mancando di approfondire ulteriormente quelle dei protagonisti. In particolar modo, credo proprio che il rapporto tra Togashi e Komiya potesse essere raccontato leggermente meglio. Tutto ciò, però, non inficia la visione del film, piacevole ed assolutamente consigliata.
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