Journal with Witch
Attenzione: la recensione contiene spoiler
Questo commento non è stato affatto semplice rispetto ad altre recensioni. Perché "Journal with Witch" non è un anime accessibile come tanti altri. E serve un momento in più per elaborarlo.
Questa recensione, come tutte le altre che scrivo, contiene spoiler. Avvertiti.
Leggendo la sinossi della serie, mi sono subito incuriosito ma, vuoi per mancanza di tempo e perché ne seguivo altre in contemporanea, ho atteso la sua conclusione, per gustarmela tutta in una volta. Scelta azzeccata. Perché "Journal with Witch" , sebbene sia un anime a tratti anche episodico, possiede una progressione lenta ma costante. L'elaborazione del lutto, la comprensione e l'accettazione delle proprie emozioni e di quelle degli altri, la paura di scegliere e il coraggio di provare. Tutti gli ingredienti di "Journal with Witch" vengono gestiti al meglio.
Come al solito non mi soffermo sulla trama spicciola, vado dritto alle mie impressioni. È indubbio che Makio e Asa siano due personaggi scritti con cura certosina e la loro chimica è il fulcro della serie. È nei primissimi episodi che "Journal with Witch" mostra i suoi lati migliori: l'elaborazione del lutto è una sfida che può risultare pressoché insormontabile in prima battuta. E Asa si trova anche in un contesto che non le dà indicazioni in merito, visto che Makio non aveva più rapporti con la sorella e madre della ragazza, deceduta in un incidente insieme al marito. Un odio che non viene mai giustificato in maniera palese, resta una sensazione di sfondo, affidata ad alcuni flashback che mostrano Makio provare a esprimere se stessa e i suoi interessi - su tutti la scrittura - vessata psicologicamente dalla sorella Minori. Di quest'ultima però si apprezza anche una netta ambivalenza interna, perché veniamo a sapere come fosse in una certa misura orgogliosa del successo di Makio come scrittrice.
Asa è un'adolescente e in quanto tale, in prima battuta, fa fatica a tirare fuori un sentimento definito in merito alla morte dei genitori. Ma i sentimenti sono i suoi e lei sola ha diritto di gestirli, le dice Makio. Un concetto apparentemente semplice, ma del quale spesso ci dimentichiamo: ognuno elabora a modo proprio. I picchi emotivi della prima fase dell'anime sono due e gestiti in maniera sublime. Asa torna a scuola il giorno di chiusura della scuola media, spera di vivere un diploma sereno. L'amica di sempre, Emiri, ha però fatto diffondere involontariamente la notizia e ora tutti sanno. La ragazza esplode come una furia in aula insegnanti perché il suo unico desiderio era vivere un giorno normale, senza compassione o giudizi altri. Sfoga la sua rabbia anche con Emiri, ma le due si riappacificheranno e si ritroveranno al liceo. Il secondo episodio è di grande intensità drammatica, il momento nel quale Asa infine sembra accettare in una certa misura il presente, la tragedia che ha vissuto e sta vivendo: un pianto disperato, in piena notte, come una rivelazione, con Makio che la consola senza che sia necessario aggiungere alcunché. E d'altronde la donna è un elemento tutto fuorché accondiscendente, lascia alla nipote grande libertà ma non le fornisce alcun appiglio per facili consolazioni. Sebbene lei non viva la morte della sorella come un dramma vero e proprio, non forza mai Asa a superare il suo dolore, anzi l'invito è di tenerselo stretto perché è un sentimento reale, che non va soffocato.
È proprio nel rendere verosimili questi momenti, con misurato equilibrio e con dei dialoghi mai sopra la righe, la forza di "Journal with Witch". Così come nello spessore dei personaggi. Ogni individuo in scena risulta disfunzionale a modo suo. Dalle protagoniste Makio e Asa, l'una scrittrice sociopatica, l'altra condizionata dalle sovrastrutture imposte dalla madre. Quest'ultima aveva un atteggiamento apertamente dicotomico: da un lato incoraggiava la figlia, dall'altro imponeva in qualche modo le sue di scelte e la ragazza, nel presente della storia, ne è ancora influenzata. Asa sembra vivere ogni momento nel ricordo e nell'ombra della madre, emblematici i dubbi riguardanti l'iscrizione al club musicale o al mettersi in mostra partecipando all'esibizione nel giardino della scuola. Avrebbe mai approvato? Emiri poi vive nella menzogna, nascondendo a tutti, persino alla sua migliore amica, la relazione con un'altra ragazza. Anche le controparti maschili non sono da meno: il padre di Asa era assente e disinteressato, quello di Kasamachi severo e anaffettivo, lo stesso Kasamachi si palesa vulnerabile parlando di un periodo di depressione.
Qui e lì la serie ha comunque qualche piccolo scricchiolio. La prima parte è di grandissimo impatto, poi il ritmo rallenta nella seconda metà, con alcuni episodi di passaggio, sebbene poi il finale sia solido e oltremodo convincente. Asa accetta che quel deserto di solitudine nel quale si figura spesso, può essere la sua casa, basta prendersene cura. Non mi ha poi convinto il rendere alcuni compagni di scuola di Asa - leggi Chiyo e Yuto - per quanto secondari molto simili a Makio e Kasamachi dal punto di vista estetico. Capisco voler dettare un parallelo ma entrambi sembrano i fratelli minori o i figli dei due adulti. Le scene riguardanti Yoshimura poi non si amalgamano mai alla storia: la giovane promessa del baseball della scuola fa intuire in un paio di parentesi il suo malessere e Asa stessa sembra dargli qualche occhiata ogni tanto. Eppure il ragazzo non si unisce mai al coro narrativo.
Nel complesso "Journal with Witch" è comunque una serie ottima, con picchi di eccellenza per quanto riguarda la scrittura. Al netto dei difetti di cui sopra, è senza dubbio uno degli anime della stagione e, probabilmente, dell'anno.
Questo commento non è stato affatto semplice rispetto ad altre recensioni. Perché "Journal with Witch" non è un anime accessibile come tanti altri. E serve un momento in più per elaborarlo.
Questa recensione, come tutte le altre che scrivo, contiene spoiler. Avvertiti.
Leggendo la sinossi della serie, mi sono subito incuriosito ma, vuoi per mancanza di tempo e perché ne seguivo altre in contemporanea, ho atteso la sua conclusione, per gustarmela tutta in una volta. Scelta azzeccata. Perché "Journal with Witch" , sebbene sia un anime a tratti anche episodico, possiede una progressione lenta ma costante. L'elaborazione del lutto, la comprensione e l'accettazione delle proprie emozioni e di quelle degli altri, la paura di scegliere e il coraggio di provare. Tutti gli ingredienti di "Journal with Witch" vengono gestiti al meglio.
Come al solito non mi soffermo sulla trama spicciola, vado dritto alle mie impressioni. È indubbio che Makio e Asa siano due personaggi scritti con cura certosina e la loro chimica è il fulcro della serie. È nei primissimi episodi che "Journal with Witch" mostra i suoi lati migliori: l'elaborazione del lutto è una sfida che può risultare pressoché insormontabile in prima battuta. E Asa si trova anche in un contesto che non le dà indicazioni in merito, visto che Makio non aveva più rapporti con la sorella e madre della ragazza, deceduta in un incidente insieme al marito. Un odio che non viene mai giustificato in maniera palese, resta una sensazione di sfondo, affidata ad alcuni flashback che mostrano Makio provare a esprimere se stessa e i suoi interessi - su tutti la scrittura - vessata psicologicamente dalla sorella Minori. Di quest'ultima però si apprezza anche una netta ambivalenza interna, perché veniamo a sapere come fosse in una certa misura orgogliosa del successo di Makio come scrittrice.
Asa è un'adolescente e in quanto tale, in prima battuta, fa fatica a tirare fuori un sentimento definito in merito alla morte dei genitori. Ma i sentimenti sono i suoi e lei sola ha diritto di gestirli, le dice Makio. Un concetto apparentemente semplice, ma del quale spesso ci dimentichiamo: ognuno elabora a modo proprio. I picchi emotivi della prima fase dell'anime sono due e gestiti in maniera sublime. Asa torna a scuola il giorno di chiusura della scuola media, spera di vivere un diploma sereno. L'amica di sempre, Emiri, ha però fatto diffondere involontariamente la notizia e ora tutti sanno. La ragazza esplode come una furia in aula insegnanti perché il suo unico desiderio era vivere un giorno normale, senza compassione o giudizi altri. Sfoga la sua rabbia anche con Emiri, ma le due si riappacificheranno e si ritroveranno al liceo. Il secondo episodio è di grande intensità drammatica, il momento nel quale Asa infine sembra accettare in una certa misura il presente, la tragedia che ha vissuto e sta vivendo: un pianto disperato, in piena notte, come una rivelazione, con Makio che la consola senza che sia necessario aggiungere alcunché. E d'altronde la donna è un elemento tutto fuorché accondiscendente, lascia alla nipote grande libertà ma non le fornisce alcun appiglio per facili consolazioni. Sebbene lei non viva la morte della sorella come un dramma vero e proprio, non forza mai Asa a superare il suo dolore, anzi l'invito è di tenerselo stretto perché è un sentimento reale, che non va soffocato.
È proprio nel rendere verosimili questi momenti, con misurato equilibrio e con dei dialoghi mai sopra la righe, la forza di "Journal with Witch". Così come nello spessore dei personaggi. Ogni individuo in scena risulta disfunzionale a modo suo. Dalle protagoniste Makio e Asa, l'una scrittrice sociopatica, l'altra condizionata dalle sovrastrutture imposte dalla madre. Quest'ultima aveva un atteggiamento apertamente dicotomico: da un lato incoraggiava la figlia, dall'altro imponeva in qualche modo le sue di scelte e la ragazza, nel presente della storia, ne è ancora influenzata. Asa sembra vivere ogni momento nel ricordo e nell'ombra della madre, emblematici i dubbi riguardanti l'iscrizione al club musicale o al mettersi in mostra partecipando all'esibizione nel giardino della scuola. Avrebbe mai approvato? Emiri poi vive nella menzogna, nascondendo a tutti, persino alla sua migliore amica, la relazione con un'altra ragazza. Anche le controparti maschili non sono da meno: il padre di Asa era assente e disinteressato, quello di Kasamachi severo e anaffettivo, lo stesso Kasamachi si palesa vulnerabile parlando di un periodo di depressione.
Qui e lì la serie ha comunque qualche piccolo scricchiolio. La prima parte è di grandissimo impatto, poi il ritmo rallenta nella seconda metà, con alcuni episodi di passaggio, sebbene poi il finale sia solido e oltremodo convincente. Asa accetta che quel deserto di solitudine nel quale si figura spesso, può essere la sua casa, basta prendersene cura. Non mi ha poi convinto il rendere alcuni compagni di scuola di Asa - leggi Chiyo e Yuto - per quanto secondari molto simili a Makio e Kasamachi dal punto di vista estetico. Capisco voler dettare un parallelo ma entrambi sembrano i fratelli minori o i figli dei due adulti. Le scene riguardanti Yoshimura poi non si amalgamano mai alla storia: la giovane promessa del baseball della scuola fa intuire in un paio di parentesi il suo malessere e Asa stessa sembra dargli qualche occhiata ogni tanto. Eppure il ragazzo non si unisce mai al coro narrativo.
Nel complesso "Journal with Witch" è comunque una serie ottima, con picchi di eccellenza per quanto riguarda la scrittura. Al netto dei difetti di cui sopra, è senza dubbio uno degli anime della stagione e, probabilmente, dell'anno.
"[...] Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita" ("Uno, nessuno e centomila" - La vita non conclude - Luigi Pirandello)
Inizio questa recensione con la mia solita "provocazione" dialettica ispirandomi a un passo di una delle opere letterarie che preferisco e che utilizzo in modo un po' arbitrario e decontestualizzato come introduzione alla serie di impressioni che mi ha suscitato la visione di "Journal with witch".
In tutta onestà, non mi è mai capitato di vedere una serie o film di animazione simili a questa, non solo per il messaggio che sembra voler veicolare ma anche per il modo adottato per narrarlo.
Astraendomi un momento dal contesto della storia narrata e dei temi trattati, uno dei significati più profondi che l'opera mi è sembrato trasmettere è quello che l'esistenza è un flusso continuo, mutevole e inarrestabile, incompatibile con definizioni statiche, nomi fissi o identità cristallizzate per assurgere a libertà dalla "forma": le protagoniste, Asa e Makio, passando attraverso le vicissitudini più dolorose e difficili, cercano un loro modo di essere e di vivere per provare a superarle, vivendo non tanto assecondando le aspettative familiari, e sociali, ma nel superare ogni forma di incasellamento per arrivare ad un "divenire continuo" e senza una vera e propria conclusione, positiva o negativa che possa essere.
Eh già, perché questa serie "non conclude": sembra più una rappresentazione di un percorso di liberazione quasi mistica e nichilista al contempo, dove la ricerca dell'essere se stessi (agli occhi degli altri) diventa l'unica vera forma di libertà e di autodeterminazione, forse anche per il raggiungimento della propria felicità.
La serie non conclude, ed è il suo enorme pregio. "Journal with Witch" rappresenta una porzione del percorso esistenziale che le due protagoniste provano a intraprendere senza essere salvate da qualcuno o ispirandosi ai soliti principi retorici tanto cari a tante opere, in una sorta di inno dell’incompiuto e del rifiuto della "salvezza" a tutti i costi. "Journal with Witch" (tratto dal manga concluso "Ikoku Nikki" di Tomoko Yamashita) non rappresenta una storia di guarigione, né un racconto di formazione in senso tradizionale.
È, piuttosto, un’opera che rifiuta il paradigma stesso secondo cui una storia deve condurre da uno stato di tensione, frattura a uno stato di completezza e senso positivo, magari anche morale.
In questo tipo di narrazioni, il valore non risiede tanto nella trasformazione più o meno completa della weltanschaaung dei personaggi, ma nella loro capacità di "convivere" continuamente col dolore, la sofferenza interiore, il disagio, il senso di inadeguatezza e di incapacità a non disattendere le aspettative altrui, le relazioni interpersonali imperfette, il quotidiano non appagante o deludente o disillusorio.
E, in un certo senso, "Journal with witch" persegue questa scelta impostazione spostando il leit motiv della narrazione dall’interiorità illustrata nelle sue minime sfaccettature al gesto minimo dell'esistenza senza sovrastrutture, chiavi di lettura esplicite e di facile assimilazione per lo spettatore.
In questa opera non si assiste alla classica "crescita" dei personaggi attraverso l'evento traumatico per eccellenza: il lutto inatteso e improvviso di persone care in cui il dolore diventa un facilitatore di una nuova consapevolezza, la crisi profonda l'occasione di maturazione verso una versione migliore del soggetto in una sorta di percorso teleologico morale. "Journal with witch fortunatamente non propone un'alternativa salvifica per le protagoniste: Asa non “impara una lezione” dalla morte dei genitori né la zia Makio non supera l’odio verso la sorella defunta né il disagio nelle interazioni interpersonali. Il loro rapporto, nato per senso di responsabilità di Makio come parente più stretta verso Asa, non si stabilizza in una forma armonica e completamente positiva. Makio e Asa sembrano due persone che fanno fatica a capirsi, a venirsi incontro: si tollerano, a tratti si apprezzano, ma non dialogano come ci si potrebbe attendere.
Il lutto, ossia la condizione scatenante della convivenza tra zia e nipote, non diventa una fase del loro percorso ma resta una condizione con cui entrambe cercano di convivere. Asa non elabora il lutto in modo lineare e sebbene ci sia una scena rivelatrice in cui dopo alcuni episodi realizza che i genitori non ci sono più con relativo culmine emotivo, il lutto resta una presenza intermittente ma sempre presente e perciò realistico. La rara bellezza di "Journal with Witch" risiede proprio nella negazione di trasformare il dolore in catarsi simbolica perché non per tutti la perdita di una persona cara nobilita, insegna, o rende migliori. È solo una grave lacuna con cui chi resta deve continuare a convivere senza che debba essere giustificata o superata.
L'originalità di quest'opera si palesa anche e soprattutto nel personaggio della zia dell'orfana Asa, Makio. La sua caratterizzazione è lontanissima dai soliti stereotipi che lo spettatore si attenderebbe in un'opera incentrata sul lutto. Rispetto ad una serie simile, alludo a "Usagi Drop" o "Wolf Children", il tenore della serie è tutt'altro che ispirato al buonismo, alla gentilezza, alla nobiltà d'animo, alla tenerezza, alla resilienza per amore, in un percorso in cui l'adulto e la bambina si affezionano sempre più.
Makio è un personaggio adulto femminile tra i più atarassici in modo radicale che mi sia capitato di incrociare nel mondo dell'animazione: salvo un paio di eccezioni, da l'impressione di essere anaffettiva, poco o per nulla empatica, talvolta incapace di dire la cosa giusta e sempre ossessionata dalla sua questione irrisolta con la sorella maggiore di cui ora si ritrova ad occuparsi della figlia rimasta orfana di entrambi i genitori. La sua professione di scrittrice e il momento di scarsa ispirazione alla scrittura la rendono ulteriormente sgradevole in alcuni frangenti. Insomma, una specie di "istrice". Eppure, pur essendo consapevole del suo carattere difficile non si astiene dal provare ad accudire Asa nel suo momento più difficile, non si sottrae ad una sorta di impegno quasi morale e a rappresentare per la nipote una sorta di punto di riferimento, non sempre comprensibile nel momento in cui elargisce i suoi pareri. Chiaramente non si inspira alla bontà tout court, piuttosto a cercare di essere presente per quanto a lei possibile senza compiere gesti ad effetto. Un personaggio per me molto particolare nel panorama dell'animazione perché a differenza dei soliti adulti dediti a tutto tranne che alla cura della prole, lei rappresenta un personaggio consapevole della propria inadeguatezza ma capace di non essere assente come tanti genitori. E quando le due non riescono a comunicare con le parole, viene in soccorso la scrittura: per entrambe sembra uno stratagemma per sopravvivere. Non per capire ma per sopravvivere in un lento percorso che potrebbe non portare alla guarigione. Ed è significativo che Makio scopra e poi faccia leggere ad Asa il diario scritto dalla sorella: una sorta di fil rouge che accomuna tutte e tre in una sorta di dramma della incomunicabilità di linguaggio cui cercano di porre rimedio con la scrittura.
"Journal with Witch" sembra pertanto ispirarsi ad una tradizione più minimalista che unita alla visione tipicamente orientale dell'esistenza rende il dramma cui si ispira non come un climax cui fa seguito un percorso di redenzione/crescita quanto come una sorta di presenza quotidiana perpetua del dramma stesso. Il tutto, unità ad una sensibilità e punto di vista che potrei osare definire prettamente femminili, rende quest'opera emotivamente ambigua senza offrire nemmeno una morale chiara. Sembra quasi un'opera scomoda perché afferma che continuare a vivere è già la soluzione. Questa visione diventa meno criptica nel finale in cui Asa riesce a dimostrare il suo talento e a dimostrare ad una compagna (vittima di una ingiustizia) che nonostante la sua sofferenza per lei la vita continua. L'apoteosi viene raggiunta quando Asa scopre un post di Makio sulla loro convivenza. Non spoilero nulla, mi limito solo ad osservare che riassume egregiamente la visione di Makio sul loro rapporto con una "personalissima" delicatezza in cui la scrittrice riesce a rivelare molto di sé proprio mentre cerca di fare di tutto per evitarlo.
"Journal with Witch" è un’opera che merita una visione e anche una lettura del manga da cui deriva. Offre un messaggio di fondo molto particolare: non si deve necessariamente crescere e quindi cambiare per superare le prove che la vita impone ma che il cambiamento può anche consistere nel non fare violenza su se stessi a tutti i costi. E' una svolta di non poco conto: si passa dall’idea che “si deve o bisogna sempre stare meglio” all’accettazione che "si può vivere col dolore o l'imperfezione, metabolizzandoli".
E allora ci si rende conto che maturare non significa diventare perfetti, ma smettere di pretendere di esserlo.
Inizio questa recensione con la mia solita "provocazione" dialettica ispirandomi a un passo di una delle opere letterarie che preferisco e che utilizzo in modo un po' arbitrario e decontestualizzato come introduzione alla serie di impressioni che mi ha suscitato la visione di "Journal with witch".
In tutta onestà, non mi è mai capitato di vedere una serie o film di animazione simili a questa, non solo per il messaggio che sembra voler veicolare ma anche per il modo adottato per narrarlo.
Astraendomi un momento dal contesto della storia narrata e dei temi trattati, uno dei significati più profondi che l'opera mi è sembrato trasmettere è quello che l'esistenza è un flusso continuo, mutevole e inarrestabile, incompatibile con definizioni statiche, nomi fissi o identità cristallizzate per assurgere a libertà dalla "forma": le protagoniste, Asa e Makio, passando attraverso le vicissitudini più dolorose e difficili, cercano un loro modo di essere e di vivere per provare a superarle, vivendo non tanto assecondando le aspettative familiari, e sociali, ma nel superare ogni forma di incasellamento per arrivare ad un "divenire continuo" e senza una vera e propria conclusione, positiva o negativa che possa essere.
Eh già, perché questa serie "non conclude": sembra più una rappresentazione di un percorso di liberazione quasi mistica e nichilista al contempo, dove la ricerca dell'essere se stessi (agli occhi degli altri) diventa l'unica vera forma di libertà e di autodeterminazione, forse anche per il raggiungimento della propria felicità.
La serie non conclude, ed è il suo enorme pregio. "Journal with Witch" rappresenta una porzione del percorso esistenziale che le due protagoniste provano a intraprendere senza essere salvate da qualcuno o ispirandosi ai soliti principi retorici tanto cari a tante opere, in una sorta di inno dell’incompiuto e del rifiuto della "salvezza" a tutti i costi. "Journal with Witch" (tratto dal manga concluso "Ikoku Nikki" di Tomoko Yamashita) non rappresenta una storia di guarigione, né un racconto di formazione in senso tradizionale.
È, piuttosto, un’opera che rifiuta il paradigma stesso secondo cui una storia deve condurre da uno stato di tensione, frattura a uno stato di completezza e senso positivo, magari anche morale.
In questo tipo di narrazioni, il valore non risiede tanto nella trasformazione più o meno completa della weltanschaaung dei personaggi, ma nella loro capacità di "convivere" continuamente col dolore, la sofferenza interiore, il disagio, il senso di inadeguatezza e di incapacità a non disattendere le aspettative altrui, le relazioni interpersonali imperfette, il quotidiano non appagante o deludente o disillusorio.
E, in un certo senso, "Journal with witch" persegue questa scelta impostazione spostando il leit motiv della narrazione dall’interiorità illustrata nelle sue minime sfaccettature al gesto minimo dell'esistenza senza sovrastrutture, chiavi di lettura esplicite e di facile assimilazione per lo spettatore.
In questa opera non si assiste alla classica "crescita" dei personaggi attraverso l'evento traumatico per eccellenza: il lutto inatteso e improvviso di persone care in cui il dolore diventa un facilitatore di una nuova consapevolezza, la crisi profonda l'occasione di maturazione verso una versione migliore del soggetto in una sorta di percorso teleologico morale. "Journal with witch fortunatamente non propone un'alternativa salvifica per le protagoniste: Asa non “impara una lezione” dalla morte dei genitori né la zia Makio non supera l’odio verso la sorella defunta né il disagio nelle interazioni interpersonali. Il loro rapporto, nato per senso di responsabilità di Makio come parente più stretta verso Asa, non si stabilizza in una forma armonica e completamente positiva. Makio e Asa sembrano due persone che fanno fatica a capirsi, a venirsi incontro: si tollerano, a tratti si apprezzano, ma non dialogano come ci si potrebbe attendere.
Il lutto, ossia la condizione scatenante della convivenza tra zia e nipote, non diventa una fase del loro percorso ma resta una condizione con cui entrambe cercano di convivere. Asa non elabora il lutto in modo lineare e sebbene ci sia una scena rivelatrice in cui dopo alcuni episodi realizza che i genitori non ci sono più con relativo culmine emotivo, il lutto resta una presenza intermittente ma sempre presente e perciò realistico. La rara bellezza di "Journal with Witch" risiede proprio nella negazione di trasformare il dolore in catarsi simbolica perché non per tutti la perdita di una persona cara nobilita, insegna, o rende migliori. È solo una grave lacuna con cui chi resta deve continuare a convivere senza che debba essere giustificata o superata.
L'originalità di quest'opera si palesa anche e soprattutto nel personaggio della zia dell'orfana Asa, Makio. La sua caratterizzazione è lontanissima dai soliti stereotipi che lo spettatore si attenderebbe in un'opera incentrata sul lutto. Rispetto ad una serie simile, alludo a "Usagi Drop" o "Wolf Children", il tenore della serie è tutt'altro che ispirato al buonismo, alla gentilezza, alla nobiltà d'animo, alla tenerezza, alla resilienza per amore, in un percorso in cui l'adulto e la bambina si affezionano sempre più.
Makio è un personaggio adulto femminile tra i più atarassici in modo radicale che mi sia capitato di incrociare nel mondo dell'animazione: salvo un paio di eccezioni, da l'impressione di essere anaffettiva, poco o per nulla empatica, talvolta incapace di dire la cosa giusta e sempre ossessionata dalla sua questione irrisolta con la sorella maggiore di cui ora si ritrova ad occuparsi della figlia rimasta orfana di entrambi i genitori. La sua professione di scrittrice e il momento di scarsa ispirazione alla scrittura la rendono ulteriormente sgradevole in alcuni frangenti. Insomma, una specie di "istrice". Eppure, pur essendo consapevole del suo carattere difficile non si astiene dal provare ad accudire Asa nel suo momento più difficile, non si sottrae ad una sorta di impegno quasi morale e a rappresentare per la nipote una sorta di punto di riferimento, non sempre comprensibile nel momento in cui elargisce i suoi pareri. Chiaramente non si inspira alla bontà tout court, piuttosto a cercare di essere presente per quanto a lei possibile senza compiere gesti ad effetto. Un personaggio per me molto particolare nel panorama dell'animazione perché a differenza dei soliti adulti dediti a tutto tranne che alla cura della prole, lei rappresenta un personaggio consapevole della propria inadeguatezza ma capace di non essere assente come tanti genitori. E quando le due non riescono a comunicare con le parole, viene in soccorso la scrittura: per entrambe sembra uno stratagemma per sopravvivere. Non per capire ma per sopravvivere in un lento percorso che potrebbe non portare alla guarigione. Ed è significativo che Makio scopra e poi faccia leggere ad Asa il diario scritto dalla sorella: una sorta di fil rouge che accomuna tutte e tre in una sorta di dramma della incomunicabilità di linguaggio cui cercano di porre rimedio con la scrittura.
"Journal with Witch" sembra pertanto ispirarsi ad una tradizione più minimalista che unita alla visione tipicamente orientale dell'esistenza rende il dramma cui si ispira non come un climax cui fa seguito un percorso di redenzione/crescita quanto come una sorta di presenza quotidiana perpetua del dramma stesso. Il tutto, unità ad una sensibilità e punto di vista che potrei osare definire prettamente femminili, rende quest'opera emotivamente ambigua senza offrire nemmeno una morale chiara. Sembra quasi un'opera scomoda perché afferma che continuare a vivere è già la soluzione. Questa visione diventa meno criptica nel finale in cui Asa riesce a dimostrare il suo talento e a dimostrare ad una compagna (vittima di una ingiustizia) che nonostante la sua sofferenza per lei la vita continua. L'apoteosi viene raggiunta quando Asa scopre un post di Makio sulla loro convivenza. Non spoilero nulla, mi limito solo ad osservare che riassume egregiamente la visione di Makio sul loro rapporto con una "personalissima" delicatezza in cui la scrittrice riesce a rivelare molto di sé proprio mentre cerca di fare di tutto per evitarlo.
"Journal with Witch" è un’opera che merita una visione e anche una lettura del manga da cui deriva. Offre un messaggio di fondo molto particolare: non si deve necessariamente crescere e quindi cambiare per superare le prove che la vita impone ma che il cambiamento può anche consistere nel non fare violenza su se stessi a tutti i costi. E' una svolta di non poco conto: si passa dall’idea che “si deve o bisogna sempre stare meglio” all’accettazione che "si può vivere col dolore o l'imperfezione, metabolizzandoli".
E allora ci si rende conto che maturare non significa diventare perfetti, ma smettere di pretendere di esserlo.
“Il suono della tastiera… A volte si ferma. A volte è frenetico come se volesse uccidere. Il suono delle pagine sfogliate. I respiri profondi. Le tende lasciate aperte. La notte luminosa fuori dalla finestra. Io sola soletta, sepolta da una montagna di libri […]. Dormo da sola, in un angolo della sala del trono della Regina di un paese lontano. E’ la notte che piace a me…”
Non avendo letto il manga di Tomoko Yamashita da cui l’anime è tratto, mi sono approcciata alla visione di “Journal with Witch” senza troppe aspettative, partendo dal presupposto che certe tematiche richiedano abilità e sensibilità particolari che spesso posseggono solo i grandi maestri. Ho dovuto tuttavia ricredermi sin dalle prime scene, rimanendo affascinata dall’approccio minimalista dell’opera. Una narrazione asciutta, senza fronzoli, lontana da qualsiasi tentazione melodrammatica nonostante l’incipit dai toni drammatici.
Infatti, un flashback ci catapulta subito in una realtà cruda e cupa. Un infausto evento (un incidente d’auto mortale) strappa la vita a entrambi i genitori di una ragazzina di soli 15 anni, Asa. Poi, l’incontro con la zia Makio in un’atmosfera stranamente calma, priva di apparenti tensioni emotive. Pochi convenevoli e poche parole, più che altro quelle necessarie a raccogliere le idee e ad affrontare gli aspetti pratici legati alla circostanza. Makio non appare sconvolta o addolorata (anzi, dichiarerà di detestare la defunta sorella) e non ha un legame affettivo con la nipote che a malapena conosce. Eppure, di fronte alla prospettiva di abbandonarla al suo destino di solitudine e tristezza, prevalgono l’empatia e la paura di un probabile futuro rimorso che la inducono istintivamente a proporle di venire ad abitare con lei. La convivenza tra le due appare inizialmente difficile ed improbabile. Makio è una scrittrice di 35 anni, dall’atteggiamento distaccato e dal temperamento riservato e tendenzialmente solitario. E’ single, indipendente, vive e lavora a casa in un disordine perenne, libera da vincoli e doveri di cura. Dall’altro lato, Asa, nonostante l’accaduto, appare sorprendentemente calma, quasi in uno stato di torpore emotivo, come anestetizzata da un dolore che all’apparenza sembra non riesca a raggiungerla e a toccarla nel profondo. Così, Makio - che non si contraddistingue certamente per un innato istinto materno - si troverà a confrontarsi con una grande responsabilità: crescere un’adolescente traumatizzata dalla perdita dei genitori, nei confronti della quale dovrà usare massima cautela per non ferirla ancora. Ed è fondamentalmente fra quattro mura che assistiamo all'evoluzione di due solitudini profondamente diverse, da cui nasce un legame affettivo nuovo, attraverso un difficile percorso in cui la fatica di crescere, il superamento della perdita, il dilemma interiore di riuscire a diventare ciò che si vuole (nonostante i condizionamenti sociali), diventano occasioni da cui partire o ripartire, da cui imparare ad esplorare nuove condizioni, da cui trovare la via d’uscita dal proprio deserto interiore.
Ma veniamo ai motivi per cui questa serie ha scalato la vetta delle mie opere preferite.
Innanzitutto per lo stile narrativo. Una narrazione lenta, fluida, credibile e realistica. I diversi flashback si incastrano perfettamente scandendo il ritmo del racconto in un susseguirsi di scene di vita quotidiana in cui i pensieri, i piccoli gesti, i dialoghi apparentemente insignificanti e i silenzi densi di significato diventano i tasselli di una storia fondamentalmente di crescita; una storia in cui le relazioni affettive restano, pur nella loro metamorfosi, il vero punto di riferimento di ogni esistenza.
La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto naturale e credibile, con un approfondimento introspettivo di rara delicatezza. Episodio dopo episodio, la loro personalità emerge in maniera sempre più definita, svelandone molteplici aspetti e sfaccettature e componendo un ritratto complessivo ricco di sfumature e chiaroscuri. Complice qualche raffinato stratagemma registico, come il montaggio di alcuni dialoghi che avvengono simultaneamente su argomenti comuni, per evidenziare diversi punti di vista e differenti tratti della personalità. Complessivamente, ogni scena ha il suo equilibrio perfetto: parole, suoni, espressioni e immagini riescono a regalare allo spettatore la percezione tangibile del percorso emotivo dei protagonisti, permettendo di osservare da vicino quel mondo complesso e multiforme dell’interiore umano.
Ed è forse per questo motivo che la visione di questa serie non mi ha lasciata indifferente. In fondo, quel mondo complesso ci riguarda tutti e “Journal with Witch” ha avuto indiscutibilmente la capacità di arrivare dritto al cuore, a volte toccando una corda sensibile, altre volte suscitando una sensazione, altre volte ancora provocando semplicemente una riflessione.
Se proprio devo trovare un limite, direi che ho trovato un paio di episodi meno incisivi (e forse un po' ripetitivi), mentre sarebbe stato più interessante approfondire alcuni temi che sono rimasti un po' sullo sfondo, quale ad esempio il rapporto tra Makio e la sorella.
Al netto di questo, in conclusione “Journal with Witch” è un’opera matura, di spessore, di rara bellezza e delicatezza. Probabilmente non adatto ad un pubblico che cerca solo pura evasione, ma che consiglio vivamente a chi spera di trovare anche contenuti di qualità.
“Dobbiamo vivere nel terrore che esistano risposte che non troveremo mai. Per cui, possiamo limitarci a tirare avanti con ciò che abbiamo ricevuto.”
Non avendo letto il manga di Tomoko Yamashita da cui l’anime è tratto, mi sono approcciata alla visione di “Journal with Witch” senza troppe aspettative, partendo dal presupposto che certe tematiche richiedano abilità e sensibilità particolari che spesso posseggono solo i grandi maestri. Ho dovuto tuttavia ricredermi sin dalle prime scene, rimanendo affascinata dall’approccio minimalista dell’opera. Una narrazione asciutta, senza fronzoli, lontana da qualsiasi tentazione melodrammatica nonostante l’incipit dai toni drammatici.
Infatti, un flashback ci catapulta subito in una realtà cruda e cupa. Un infausto evento (un incidente d’auto mortale) strappa la vita a entrambi i genitori di una ragazzina di soli 15 anni, Asa. Poi, l’incontro con la zia Makio in un’atmosfera stranamente calma, priva di apparenti tensioni emotive. Pochi convenevoli e poche parole, più che altro quelle necessarie a raccogliere le idee e ad affrontare gli aspetti pratici legati alla circostanza. Makio non appare sconvolta o addolorata (anzi, dichiarerà di detestare la defunta sorella) e non ha un legame affettivo con la nipote che a malapena conosce. Eppure, di fronte alla prospettiva di abbandonarla al suo destino di solitudine e tristezza, prevalgono l’empatia e la paura di un probabile futuro rimorso che la inducono istintivamente a proporle di venire ad abitare con lei. La convivenza tra le due appare inizialmente difficile ed improbabile. Makio è una scrittrice di 35 anni, dall’atteggiamento distaccato e dal temperamento riservato e tendenzialmente solitario. E’ single, indipendente, vive e lavora a casa in un disordine perenne, libera da vincoli e doveri di cura. Dall’altro lato, Asa, nonostante l’accaduto, appare sorprendentemente calma, quasi in uno stato di torpore emotivo, come anestetizzata da un dolore che all’apparenza sembra non riesca a raggiungerla e a toccarla nel profondo. Così, Makio - che non si contraddistingue certamente per un innato istinto materno - si troverà a confrontarsi con una grande responsabilità: crescere un’adolescente traumatizzata dalla perdita dei genitori, nei confronti della quale dovrà usare massima cautela per non ferirla ancora. Ed è fondamentalmente fra quattro mura che assistiamo all'evoluzione di due solitudini profondamente diverse, da cui nasce un legame affettivo nuovo, attraverso un difficile percorso in cui la fatica di crescere, il superamento della perdita, il dilemma interiore di riuscire a diventare ciò che si vuole (nonostante i condizionamenti sociali), diventano occasioni da cui partire o ripartire, da cui imparare ad esplorare nuove condizioni, da cui trovare la via d’uscita dal proprio deserto interiore.
Ma veniamo ai motivi per cui questa serie ha scalato la vetta delle mie opere preferite.
Innanzitutto per lo stile narrativo. Una narrazione lenta, fluida, credibile e realistica. I diversi flashback si incastrano perfettamente scandendo il ritmo del racconto in un susseguirsi di scene di vita quotidiana in cui i pensieri, i piccoli gesti, i dialoghi apparentemente insignificanti e i silenzi densi di significato diventano i tasselli di una storia fondamentalmente di crescita; una storia in cui le relazioni affettive restano, pur nella loro metamorfosi, il vero punto di riferimento di ogni esistenza.
La caratterizzazione dei personaggi è altrettanto naturale e credibile, con un approfondimento introspettivo di rara delicatezza. Episodio dopo episodio, la loro personalità emerge in maniera sempre più definita, svelandone molteplici aspetti e sfaccettature e componendo un ritratto complessivo ricco di sfumature e chiaroscuri. Complice qualche raffinato stratagemma registico, come il montaggio di alcuni dialoghi che avvengono simultaneamente su argomenti comuni, per evidenziare diversi punti di vista e differenti tratti della personalità. Complessivamente, ogni scena ha il suo equilibrio perfetto: parole, suoni, espressioni e immagini riescono a regalare allo spettatore la percezione tangibile del percorso emotivo dei protagonisti, permettendo di osservare da vicino quel mondo complesso e multiforme dell’interiore umano.
Ed è forse per questo motivo che la visione di questa serie non mi ha lasciata indifferente. In fondo, quel mondo complesso ci riguarda tutti e “Journal with Witch” ha avuto indiscutibilmente la capacità di arrivare dritto al cuore, a volte toccando una corda sensibile, altre volte suscitando una sensazione, altre volte ancora provocando semplicemente una riflessione.
Se proprio devo trovare un limite, direi che ho trovato un paio di episodi meno incisivi (e forse un po' ripetitivi), mentre sarebbe stato più interessante approfondire alcuni temi che sono rimasti un po' sullo sfondo, quale ad esempio il rapporto tra Makio e la sorella.
Al netto di questo, in conclusione “Journal with Witch” è un’opera matura, di spessore, di rara bellezza e delicatezza. Probabilmente non adatto ad un pubblico che cerca solo pura evasione, ma che consiglio vivamente a chi spera di trovare anche contenuti di qualità.
“Dobbiamo vivere nel terrore che esistano risposte che non troveremo mai. Per cui, possiamo limitarci a tirare avanti con ciò che abbiamo ricevuto.”
Una serie strana...
Fino ai due terzi sarebbe stata almeno da 8. Altamente introspettiva, tecnicamente valida, tragicamente emozionate e coinvolgente...
Poi però, quando si viene al dunque e si capisce dove vuole andare a parare l'autrice e quale sia il messaggio per cui sta costruendo tutto questo castello di emozioni si rimane abbastanza delusi...
Probabilmente la mia opinione sarà diversa da quella della maggioranza, e ripeto, quest'opera ha molti lati positivi e fino a un certo punto era - anche per me - candidata ad essere uno dei migliori anime della stagione, ma quando crei magistralmente l'antefatto e crei aspettativa rispetto al momento in cui trasmetterai il "senso" della serie, e il messaggio finale è deludente inevitabilmente questo rovina anche le premesse precedenti. So anche che di questi tempi fare commenti diversi rispetto al femminismo mainstream (anche quando è un femminismo distorto e misandrico, che nulla ha che fare con il vero femminismo o la parità dei sessi) ti porta spesso ad essere immediatamente categorizzato nel tipico maschio alpha tossico e misogino, anche quando sei lontanissimo da tale stereotipo).
Ma veniamo al perchè della mia delusione.
I personaggi maschili della serie sono uno peggio dell'altro, messi lì solo per mostrare quanto facciano schifo gli uomini.
Il padre di Asa? Un'ameba che non vuole impegnarsi o prendere posizione.
Il padre di Kasamachi? Uno scorbutico maleducato e dittatoriale.
I compagni di classe maschi? Vanno dagli immaturi maleducati ai dongiovanni superficiali.
Il professore? Un cretino insensibile.
L'allenatore di baseball? Un violento... (cacchio c'entra con la storia poi; accennato a caso solo per far vedere un altro esempio di maschio tossico).
Gli unici due personaggi maschili descritti sotto una luce teoricamente positiva sono Kasamachi, che per quanto sia un bel personaggio è in sostanza uno zerbino che dopo essere stato mollato senza una vera ragione decide "per amore" di accontentarsi di essere amico della sua ex fidanzata e di accudirla e supportarla per anni, nonostante il caratteraccio di lei, aspettando che questa prima o poi cambi idea (e quando finalmente lei inizia a notarlo non è per tutto quello che lui ha fatto per lei per anni, ma perchè le scatta l'ormone e si accorge che è un figo "palestrato"... Alla faccia degli uomini che vedono le donne solo come oggetti sessuali...). L'altro è l'avvocato gnocco (ovviamente...) che a sua volta si fa in quattro per la protagonista senza un vero motivo e senza ricevere nulla in cambio.
A quanto pare per l'autrice l'unico ruolo positivo possibile per un maschio nella società è questo (lo schiavetto compiacente)... E bancomat: perché si, ad un certo punto, quando alla protagonista servono soldi, le viene candidamente suggerito da un'amica di chiederli al banchiere suo ex, che tanto li scucirebbe senza batter ciglio...
E ho dato più spazio io ai maschi in questa recensione che l'autrice nell'intera serie, perchè alla fine il 99% dei personaggi sono donne, e il messaggio che passa è poco più di uno pseudo-femminismo vittimista in cui le donne sono fantastiche e bravissime, ma oppresse dagli uomini e dalla società patriarcale.
Dopo un build up veramente interessante da cui ti aspetti un gran finale quello che arriva alla fine sono cose tipo:
- Non importa se non vuoi l'amore nella tua vita, è totalmente opzionale.
- E se lo vuoi comunque, innamorati di un'altra donna che probabilmente sarà più interessante dei maschi che ti ronzano attorno.
- I maschi bravi sono quelli che non si piegano ai "riti di iniziazione patriarcali" che vogliono che "usino le donne come oggetti" (e si, l'unica volta che i due personaggi maschili interagiscono tra loro è per parlare di questo e in questi esatti termini).
Io mi considero assolutamente per la parità dei sessi e il "vero" femminismo, e proprio per questo queste distorsioni misandriche mi danno sui nervi.
Ottime premesse e ottima profondità nei primi episodi, ma gli ultimi a mio avviso rovinano la serie.
Fino ai due terzi sarebbe stata almeno da 8. Altamente introspettiva, tecnicamente valida, tragicamente emozionate e coinvolgente...
Poi però, quando si viene al dunque e si capisce dove vuole andare a parare l'autrice e quale sia il messaggio per cui sta costruendo tutto questo castello di emozioni si rimane abbastanza delusi...
Probabilmente la mia opinione sarà diversa da quella della maggioranza, e ripeto, quest'opera ha molti lati positivi e fino a un certo punto era - anche per me - candidata ad essere uno dei migliori anime della stagione, ma quando crei magistralmente l'antefatto e crei aspettativa rispetto al momento in cui trasmetterai il "senso" della serie, e il messaggio finale è deludente inevitabilmente questo rovina anche le premesse precedenti. So anche che di questi tempi fare commenti diversi rispetto al femminismo mainstream (anche quando è un femminismo distorto e misandrico, che nulla ha che fare con il vero femminismo o la parità dei sessi) ti porta spesso ad essere immediatamente categorizzato nel tipico maschio alpha tossico e misogino, anche quando sei lontanissimo da tale stereotipo).
Ma veniamo al perchè della mia delusione.
I personaggi maschili della serie sono uno peggio dell'altro, messi lì solo per mostrare quanto facciano schifo gli uomini.
Il padre di Asa? Un'ameba che non vuole impegnarsi o prendere posizione.
Il padre di Kasamachi? Uno scorbutico maleducato e dittatoriale.
I compagni di classe maschi? Vanno dagli immaturi maleducati ai dongiovanni superficiali.
Il professore? Un cretino insensibile.
L'allenatore di baseball? Un violento... (cacchio c'entra con la storia poi; accennato a caso solo per far vedere un altro esempio di maschio tossico).
Gli unici due personaggi maschili descritti sotto una luce teoricamente positiva sono Kasamachi, che per quanto sia un bel personaggio è in sostanza uno zerbino che dopo essere stato mollato senza una vera ragione decide "per amore" di accontentarsi di essere amico della sua ex fidanzata e di accudirla e supportarla per anni, nonostante il caratteraccio di lei, aspettando che questa prima o poi cambi idea (e quando finalmente lei inizia a notarlo non è per tutto quello che lui ha fatto per lei per anni, ma perchè le scatta l'ormone e si accorge che è un figo "palestrato"... Alla faccia degli uomini che vedono le donne solo come oggetti sessuali...). L'altro è l'avvocato gnocco (ovviamente...) che a sua volta si fa in quattro per la protagonista senza un vero motivo e senza ricevere nulla in cambio.
A quanto pare per l'autrice l'unico ruolo positivo possibile per un maschio nella società è questo (lo schiavetto compiacente)... E bancomat: perché si, ad un certo punto, quando alla protagonista servono soldi, le viene candidamente suggerito da un'amica di chiederli al banchiere suo ex, che tanto li scucirebbe senza batter ciglio...
E ho dato più spazio io ai maschi in questa recensione che l'autrice nell'intera serie, perchè alla fine il 99% dei personaggi sono donne, e il messaggio che passa è poco più di uno pseudo-femminismo vittimista in cui le donne sono fantastiche e bravissime, ma oppresse dagli uomini e dalla società patriarcale.
Dopo un build up veramente interessante da cui ti aspetti un gran finale quello che arriva alla fine sono cose tipo:
- Non importa se non vuoi l'amore nella tua vita, è totalmente opzionale.
- E se lo vuoi comunque, innamorati di un'altra donna che probabilmente sarà più interessante dei maschi che ti ronzano attorno.
- I maschi bravi sono quelli che non si piegano ai "riti di iniziazione patriarcali" che vogliono che "usino le donne come oggetti" (e si, l'unica volta che i due personaggi maschili interagiscono tra loro è per parlare di questo e in questi esatti termini).
Io mi considero assolutamente per la parità dei sessi e il "vero" femminismo, e proprio per questo queste distorsioni misandriche mi danno sui nervi.
Ottime premesse e ottima profondità nei primi episodi, ma gli ultimi a mio avviso rovinano la serie.