Nell’anno 120X, tutto finisce.” C. Epstein, il padre della rivoluzione orbale, profetizzò la fine del continente zemuriano. Con l'avvicinarsi dell'"X Day", un enorme razzo orbale sta per essere lanciato da una grande base militare costruita nella catena del Kunlun. “L’uomo può superare l’atmosfera del pianeta?”. “Cosa si trova alla fine del continente?”. “L’umanità sarà in grado di scoprire la vera natura del ‘mondo’?”. Questa operazione prende il nome di Progetto Startaker.

Mentre il popolo di Calvard si prepara ad assistere a questa conquista tecnologica destinata a cambiare la storia, presso il centro di addestramento della Compagnia Marduk, lo Spriggan Van Arkride, Feri e Bergard sono alle prese con un addestramento. Congiuntamente, nello stesso edificio, si trovano l’istruttore dell’Accademia militare Rean Schwarzer, la sua partner Altina e Kevin Graham, cavaliere Gralsritter della Chiesa Septiana. Con l’operazione Startaker sullo sfondo e alcune misteriose sparizioni nel distretto Blacklight, l’agenzia tuttofare Arkride, il gruppo di Rean e Kevin si ritrovano a Calvard, guidati ognuno dai propri obiettivi. 




Eiyū Densetsu: Kai no Kiseki -Farewell, O Zemuria- debutta in Giappone il 26 settembre 2024 per PlayStation 4 e PlayStation 5. Nel momento in cui sto scrivendo queste righe, gennaio 2026, non si hanno notizie alcune del nuovo capitolo della saga di The Legend of Heroes, pertanto, considerando che per il prossimo autunno è prevista l’uscita del remake di Trails in the Sky 2nd Chapter, la pausa intercorsa tra il tredicesimo capitolo della saga e il successivo è destinata a superare abbondantemente i due anni per arrivare ai tre, con l’unico precedente rappresentato da Trails of Cold Steel III, uscito nel settembre del 2017, esattamente tre anni dopo il precedente. Per qualsiasi altra serie jrpg, un intervallo simile è la norma e potrebbe sembrare una cosa da nulla (basti pensare che ne sono passati già quattro e mezzo, dall’ultimo Tales of), ma per Nihon Falcom assume l’aspetto non solo di una pausa riflessiva e riorganizzativa, ma di un vero e proprio segnale di soccorso. Toshihiro Kondo ha parlato, senza mezzi termini (cosa abbastanza rara), di “stanchezza” e di necessità di ricaricare le batterie, e conoscendo l’enormità di questi giochi, possiamo solo immaginare cosa significa, oggi, svilupparli ad un ritmo così serrato. Il remake di Trails in the Sky, dunque, non è servito soltanto ad avvicinare eventuali neofiti alla serie, ma anche a Nihon Falcom stessa per affrancarsi momentaneamente dal suo vincolo di catena di montaggio di sequel a profusione, con l’intento dichiarato di evitare un certo intorpidimento produttivo da parte del team di sviluppo.

Questo rallentamento ha permesso a noi occidentali, finalmente, di metterci in pari con le uscite giapponesi dei Trails, ciò includendo anche la distribuzione worldwide di Sky 1st; le attese infinite per una pubblicazione europea, i giochi che si accumulano e la minaccia degli spoiler dietro ogni angolo dei social sono destinati ora ad essere (più o meno) un retaggio del passato, ma questo maggior tempo a disposizione tra un gioco all’altro ci spingerà probabilmente anche a riflettere sulla sostenibilità stessa del metodo produttivo che richiede questa saga, tanto sugli sviluppatori quanto sui suoi seguaci. Il rischio accumulo, in realtà, è sempre concreto per coloro che non riescono a comprare un nuovo capitolo nel momento in cui questo esce; ciò è emerso in particolare con l’inizio dell’arco narrativo di Calvard, a lungo atteso dai fan che però, numeri alla mano, col passare degli anni e l’età media che avanza inesorabile, sono destinati ad assottigliarsi, le vendite in patria così come le dichiarazioni del produttore sull’importanza del mercato estero stanno lì a dimostrarcelo. The Legend of Heroes (titolo forse non a caso rimosso dal remake di Sky), saga composta da videogiochi-fiume da minimo settanta ore strettamente interconnessi tra loro, con un world bulding senza pari nel panorama dei JRPG, di questo passo rischia di crollare sotto il suo stesso peso, e lo dico da fan di lunga data che però, all’ennesima sidequest che ti chiede di fare il giro della città per “trovare la ricetta definitiva per i tacos”, o di pedinare qualcuno tramite una raffazzonata sezione stealth, si è fermato per qualche minuto a chiedersi per quanto ancora dobbiamo essere disposti a sopportare questa impalcatura basata sulla sovrabbondanza contenutistica.



Fatto questo excursus riflessivo sulla ventennale creatura di Falcom, Trails Beyond the Horizon, tredicesimo capitolo della saga, al di là dei tacos porta in realtà avanti la storia in maniera decisa, archiviando fortunatamente le giravolte temporali di Daybreak II, indiscutibilmente il capitolo meno riuscito della serie, prendendo piuttosto spunto dalla struttura dei tre percorsi di Reverie, così da seguire le gesta di un cast di personaggi che si muove in maniera simultanea tra le varie località di Calvard, nazione che qui vede ancora di più la sua tecnologia superare quella di Erebonia. Fra i tre “eroi” quello che desta maggiore curiosità è sicuramente Kevin Graham, protagonista di Trails in the Sky 3rd e figura mai dimenticata tra i fan di vecchia data, in cagione del fatto che è rimasto a lungo sullo sfondo degli eventi, risultando tra i pochi personaggi a non aver partecipato attivamente alle “ammucchiate” dell’ultimo Cold Steel e del citato Reverie. Il suo ritorno in scena determina, di conseguenza, anche quello del ruolo della chiesa septiana e dei Dominion in questa fase storica di Zemuria, ordine di cui fanno parte anche Celis e Leon, ma soprattutto ci mostra una personalità sotto certi punti di vista ambigua e mai del tutto sincera neanche nei confronti dei suoi attuali alleati, ovvero il gruppetto composto da Rufus, Swin, Nadia e una ritrovata Lapis. Allo stesso modo si assiste anche al ritorno delle attività di Ouroboros, al netto di un inizio claudicante e di alcune, inevitabili fasi di annacquamento nell’Atto I, non c’è tentennamento e incoerenza in nessuna delle scelte narrative in questa fase avanzata ambientata a Calvard, riuscendo a gestire abbastanza bene la mole di eventi che tornano ad intersecarsi come nell’affannoso finale di Erebonia. Ecco, dunque, che la capitale Edith accoglie il giocatore in nuovi quartieri, uno su tutti quello altolocato, dove risiede la residenza Gramheart, per approfondire ulteriormente e battere su una superficie che troverà senso nel corso di una narrazione questa volta emotivamente compiuta, forte, persino destabilizzante in alcuni suoi scossoni a partire dall’Atto II.



Assistendo al triangolo formatosi con Elaine e Agnès e che qui prende una decisiva virata, è difficile non considerare come Falcom stia cercando di riallacciarsi ad un modo di fare jrpg che possiamo definire pre-Persona 3, dove il fattore sentimentale, specie laddove ben costruito, aveva un suo peso sulla storia e non solo un mero e asfittico waifu-choice, cercando di non cedere all’indefinitezza sentimentale e cogliere l’essenza di un momento anziché prediligere l’appagamento dell’intero cast di personaggi nell'affannosa ricerca di accontentare tutti, come è stato nella parte terminale di Cold Steel. I cinesi a suon di milioni possono imbastire la scena più bella del mondo tra Firefly e il Trailblazer in Honkai: Star Rail, ma sai benissimo che rimarrà un nulla di fatto, uno specchietto per le allodole per venderti un personaggio; Trails Beyond the Horizon non ha invece timore di prendere delle scelte determinanti, pur continuando a temporeggiare sulla scorza dura di Van, con il rischio di dare qualche doloroso calcio sullo stinco di chi sperava un risvolto diverso.
C’è chi potrebbe trovarsi spazientito, e forse anche proteso a un ironico sbuffo di dileggio, nell’affrontare le reiterazioni che Falcom si trascina da anni come elemento risolutivo di alcune situazioni, come l’arrivo di qualche alleato nel momento giusto, anche nei posti più impensabili, di una boss fight, al che ti viene il dubbio che stiano lì appostati, come del resto i nemici nelle piazzole dei dungeon, vagando tra i formati preimposti e adagiandosi su di una struttura che definire spremuta sarebbe eufemistico. Eppure, il risultato, anche stavolta, Falcom se lo porta a casa grazie anche ad un finale di rara potenza, che deflagra in un cliffhanger paragonabile non solo a quello di Trails of Cold Steel III ma qualcosa quasi ai livelli di Star Ocean: Till the end of Time, destinato a cambiare in maniera definitiva e irreversibile la storia di Zemuria e la prosecuzione della serie.



Il sistema di combattimento ibrido apprezzato nei due Daybreak viene qui rifinito e arricchito con nuove funzioni, tra cui gli Shard Command, ovvero una versione aggiornata dei Brave Order visti nei giochi finali della serie Cold Steel. Poiché hanno effetti in battaglia particolarmente impattanti (aumento o mitigazione dei danni, aumento di velocità o utilizzo di magie) quelli in dotazione dei boss sono decisamente pericolosi e se usati al momento opportuno, come ad esempio prima del lancio di una S-Break, possono ribaltare totalmente una battaglia, la strategia consiste dunque nel capire quando attivare questi buff per mitigare eventualmente quelli dei nemici lanciando gli anti-shard command in dotazione di alcuni personaggi. Un’altra aggiunta da tenere in considerazione è il comando ZOC, che alla pressione del tasto L1 e al costo di una barra boost permette di aggiungere un turno ulteriore, mentre nella Field Battle, la fase di battaglia in tempo reale, si rallenterà il tempo per qualche secondo. Oltre a questo, la fase action introduce anche lo stato Awakening, che conferisce ad alcuni personaggi, su tutti i tre protagonisti, un potenziamento temporaneo (al costo delle barre S-Boost), che andrà ad aumentare in maniera decisa la loro potenza e di conseguenza la velocità degli scontri con i nemici comuni. Gli spadaccini Rean e Shizuna entrano in modalità Divine Spirit, Van si trasforma in Grendel, Judith in trasforma in Grimcat mentre gli agenti Dominion degli Gralsritter come Kevin e Celis manifestano lo Stigma.



A livello prettamente contenutistico, Trails beyond the Horizon prende quanto di buono fatto in Daybreak II e lo porta su un livello ulteriore; il Märchen Garten lascia il posto al Grim Garten, decisamente meno monotono nella sua disposizione a caselle, oltre ad essere sempre rilevante dal punto di vista narrativo, tant’è che sarà spesso obbligatorio completare un livello del Garten per proseguire nella storia. Il Sanctum, che si apre nell’Atto II, sblocca ulteriori funzioni avvicinandolo maggiormente al Reverie Corridor di Trails into Reverie, contenente al suo interno negozi, terme dove rilassarsi e tutti i minigiochi, oltre alla possibilità, molto gradita, di recuperare eventi dating tralasciati nell’avventura principale. La colonna sonora fatica a tornare ai fasti della serie ma questo capitolo propone una buona quantità di tracce, sicuramente le migliori della trilogia di Calvard. Tra attività secondarie, vere o virtuali, storie aggiuntive nel Reminiscence Pedestal che approfondiscono la lore di Zemuria, curiosità nascoste nelle varie località e film R18 da vedere al cinema aspettando la successiva reazione dei tuoi compagni, Trails beyond Horizon ha davvero molto, molto da offrire, e visto che questo è l’ultimo capitolo pubblicato ad oggi e siamo finalmente in pari con le uscite giapponesi, possiamo prenderci il lusso di godere con calma uno dei migliori, più completi e profondi rpg mai realizzati da Falcom, e di conseguenza del genere tutto. Gioco testato su PS5, disponibile anche per PS4, Switch, Switch 2 e PC.

Recensioni della saga: Nayuta, Zero, Azure, Cold Steel I, II, III, IV, Reverie, Daybreak I, II, Sky 1st.


 
Chi è giunto fin qui non può ormai che essere avvezzo e non avrà difficoltà a perdersi nelle trame infinite, negli intermezzi distensivi, degli aneddoti nascosti, che sono la base strutturale del modus operandi Falcom. Una riaffermazione che trova la consacrazione in questo arco narrativo all’interno di un palcoscenico questa volta inevitabilmente – e gloriosamente – traboccante di luoghi, personaggi, colpi di scena, si avverte in Horizon un senso di resa dei conti, che è però anche la dichiarazione d’intenti di un futuro ora più che mai rivolto verso orizzonti ignoti.