Marco, Pollyanna, Lassie: ascesa e declino del World Masterpiece Theater

1976 - 1996: 20 anni di meisaku Nippon Animation

di Slanzard

Gennaio è sempre stato il mese in cui le serie animate del World Masterpiece Theater di Nippon Animation avevano inizio. In questo gennaio 2026 ricorrono pertanto ben tre anniversari legati a questo importante e storico filone di opere di animazione giapponese tratte da classici della letteratura occidentale: Marco dagli Appennini alle Ande (1976), Pollyanna (1986) e Meiken Lassie (1996).


Nippon Animation e World Masterpiece Theater


World Masterpiece Theater (世界名作劇場 Sekai meisaku gekijō) è un nome ben noto agli appassionati di animazione giapponese con cui viene designato, in Occidente, quel gruppo di serie animate di qualità generalmente medio-alta tratte da romanzi occidentali realizzate da Nippon Animation, punta di diamante di un intero filone di anime che conquistò il Giappone (ma anche paesi occidentali come l'Italia) per circa due decenni, educando i bambini e divertendo gli adulti.
Per approfondire la genesi e le caratteristiche di questo filone di anime vi rimandiamo ai nostri articoli dedicati a Shigehito Takahashi, Le favole della foresta e Heidi:
 
Shigehito Takahashi: 10 anni fa moriva il papà dei meisaku
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Le favole della foresta: 50 anni per il proto-meisaku di Yasuji Mori
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Heidi: 50 anni per una pietra miliare dell'animazione giapponese
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Meisaku e World Masterpiece Theater: note sulla nomenclatura


Meisaku (名作) è un termine con cui viene identificato il filone di anime tratti da classici della letteratura occidentale particolarmente in voga negli anni '70 e '80. La parola è presa da Sekai meisaku gekijo, il termine originale giapponese con cui è conosciuto il World Masterpiece Theater. Ufficialmente si è iniziato a utilizzare Sekai meisaku gekijo solamente dopo la fine della collaborazione con Calpis nel 1978, tuttavia retroattivamente nelle pubblicazioni ufficiali rientrano in tale definizione tutte le serie della Nippon Animation trasmesse su Fuji TV la domenica alle 19:30 a partire dal 1975.
 
Spinte dal successo di questo filone ci furono tuttavia altre compagnie che decisero di adattare classici della letteratura occidentale, con la stessa Nippon Animation che realizzò altri titoli "minori" al di fuori del canone ufficiale del World Masterpiece Theater. In base alle preferenze personali degli appassionati, a volte il termine meisaku viene espanso per indicare anche tutti questi progetti extra-WMT o di altri studi.
 
Gli eroi del World Masterpiece Theater

Marco dagli Appennini alle Ande (1976)


La conclusione di Patrash vide il ritorno del trio che aveva dato vita ad Heidi. Isao Takahata, Hayao Miyazaki e Yoichi Kotabe ripresero i loro vecchi ruoli per la realizzazione della seconda serie del Calpis Children's Theater. Si trattò di un adattamento più difficile rispetto ad Heidi, partendo da una semplice storia breve da dover ampliare per raggiungere i 52 episodi di una trasmissione annuale. Ad aiutare Takahata nella sceneggiatura fu un suo vecchio collaboratore dai tempi di Hols, Kazuo Fukasawa, mentre alla direzione artistica fu scelto un pittore destinato a diventare uno dei giganti del settore, Takamura Mukuo. Come già fatto con la Svizzera per Heidi, il viaggio in Italia per studiare l'ambientazione della storia fu estremamente importante per definire la visione artistica alla base della serie. Sebbene di poco inferiore a quello di Patrash, il successo di Marco fu enorme, segnando il terzo miglior share di tutto il World Masterpiece (nonchè il migliore tra le serie di Isao Takahata).
 
L'opera è ispirata da un brano inserito in “Cuore”, romanzo pedagogico scritto da Edmondo De Amicis, nel quale lo scrittore faceva narrare ad un maestro Torinese un racconto mensile alla sua classe.
Marco è un bambino genovese che vive col padre aspettando con ansia le lettere della madre, emigrata in Argentina per lavoro. D’un tratto il rapporto epistolare s’interrompe, facendo sprofondare il ragazzo in uno stato di angoscia che lo spingerà ad imbarcarsi clandestino su una nave diretta in sud America alla ricerca della madre.



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Marco è un meisaku classicissimo, che segue i successi di "Heidi" (1974) e "Il fedele Patrasche" (1975). Prodotto dalla Nippon Animation nel 1976 è realizzato da una triade di autori di altissimo livello: Takahata alla regia, Kotabe alla sceneggiatura e al character design, e Miyazaki agli scenari. Si tratta degli stessi autori di Heidi e la somiglianza tra Heidi e Marco a livello di character design è evidente. È anche evidente la somiglianza tra il chara di Violetta (la figlia del burattinaio Pepe, grande amica di Marco) e molti personaggi femminili delle opere di Miyazaki, a partire dalla Miss Monsley di Conan il ragazzo del futuro. Già solo per il character design e per le associazioni positive che comporta, Marco si prende un punto di merito.
A questo vanno aggiunti altri punti per gli stupendi scenari in cui Miyazaki supera sé stesso, date le possibilità tecniche degli anni in cui la serie viene realizzata. Quasi ogni scenario sembra un quadro dipinto: in particolare sono indimenticabili i tramonti sullo sfondo della sterminata pampa argentina. Non per questo si possono trascurare le meravigliose scene con Marco che corre attraverso i vicoli di Genova (Miyazaki si documentò di persona visitando la città) e le vedute aeree dei tetti di Genova.

La regia è pure di livello eccellente, tanto che una serie così lunga (52 episodi) invece di stancare con il tempo, visto anche il ritmo piuttosto lento, diventa sempre più avvincente. Anzi, con il passare delle puntate diventa impossibile staccarsi dallo schermo e, specialmente nelle puntate finali, si sente veramente la fatica di Marco impegnato a percorrere gli ultimi durissimi chilometri che lo separano dalla madre, senza una scarpa, con un piede ferito, senza cibo e in mezzo a una tormenta di neve nella pampa sconfinata.
Tutti i personaggi sono ben studiati e ben caratterizzati, anche quelli che s'intravedono per una sola puntata. A differenza dalle serie moderne edulcorate, a Marco capita di tutto: a volte incontra brave persone che lo aiutano, a volte incontra profittatori che lo imbrogliano o lo derubano, altre volte incontra tipacci dal pugno duro e dal coltello facile, oppure gauchos taciturni dal cuore d'oro, ma anche odiose megere e dolcissime suore: insomma, tutto un vastissimo campionario d'umanità.

Assegno una nota di merito anche per la sigla italiana - opera di Vince Tempera - che è una di quelle che si fanno ricordare nei decenni. Io ci vedo una qualche somiglianza con la sigla di Anna dai capelli rossi, sempre a opera dello stesso Tempera. Del resto il maestro Tempera ha firmato più o meno tutte le sigle degli anime trasmessi dalla Rai in quegli anni, a partire da Atlas Ufo Robot. Concludo con una nota personale. Ho visto Marco solo di recente. Da bambino ne ho fuggito la visione, perché ero in un'età in cui il genere meisaku mi era venuto in odio, motivo per cui mi rifiutai di guardarlo. Lo lasciavo guardare a mia madre e a mio fratello piccolo, io ormai ero "grande" e guardavo i robottoni, non certo i meisaku, robetta da bambini e da femminucce! Inutile dire che con gli anni ho cambiato idea.
Voto complessivo: 8,5, ma lo arrotondo a 9 perché è un anime sempre in crescita.

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Dopo il successo internazionale di “Heidi” si consolidò un vero e proprio sotto-genere, un movimento denominato meisaku, che vedeva autori giapponesi ispirarsi a romanzi della letteratura occidentale per le loro serie animate. Dalla stessa formazione di “Heidi” e in particolare dal trittico Takahata (regia e sceneggiatura), Miyazaki (layout) e Kotabe (chara) nel 1976 nacque “Marco - Dagli Appennini alle Ande”, opera ispirata a un racconto presente nel romanzo pedagogico “Cuore” di Edmondo De Amicis.

“Marco - Dagli Appennini alle Ande” è la storia di Marco Rossi, un ragazzino genovese di nove anni che viaggerà fino in Argentina alla ricerca della madre costretta a emigrare dall’Italia per lavoro. Nel suo lungo e travagliato viaggio, passando per navi, treni e mezzi di fortuna, il bimbo attraverserà Marsiglia, Rio de Janeiro, Buenos Aires, Bahia Blanca, fino a giungere a Cordoba e infine a Tucumán, incontrando sul suo tragitto una miriade di personaggi, tutti degnamente caratterizzati e con una credibile demarcazione psicologica (alcuni veramente di spessore). Come il burattinaio Pepe, un alcolizzato cialtrone dal cuore tenero, e le sue tre figlie (Violetta, la secondogenita, nutre del tenero per il protagonista), con cui Marco, grazie anche alla sua estroversa scimmietta Peppino, allestirà per le strade acclamati spettacoli di marionette. Nei carruggi di Genova il ragazzino si tempra iniziando a lavorare, facendo conoscere il suo vigore e la sua determinazione a tutta la città, talvolta come postino altre volte spolverando bottiglie per un bottegaio, non disdegnando nulla che possa aiutarlo a racimolare il denaro utile per il biglietto della nave in grado di avvicinarlo alla mamma.
E con la determinazione e perseveranza tipiche di chi ha un obiettivo da conseguire, al seguito di non poche fatiche, Marco riesce finalmente a imbarcarsi sulla “Folgore”, nave diretta inizialmente a Marsiglia; dopo mille peripezie il bambino si lascia alle spalle gli Appennini italici insieme alle incomprensioni con il padre e il fratello maggiore Tonio, contrari alla sua partenza, in attesa di approdare nelle brulle e calde Ande argentine.

Il ritmo è compassato, e potrebbe scoraggiare gli amanti della nuova scuola giapponese abituati a ben altri standard, tuttavia, nonostante qualche episodio leggermente sottotono e le cinquantadue puntate non proprio coadiuvate dagli avvicendamenti centellinati e dilatati, la storia prosegue coerente dall’inizio alla fine, coinvolgendo lo spettatore, grazie anche a un ottimo cast di comprimari sempre sul pezzo.
In grande spolvero Takahata, nel fiore dei suoi anni, la cui impeccabile regia richiama molto da vicino il cinema neorealista del Vittorio De Sica di “Ladri di biciclette”, conduzione illuminata dagli splendidi fondali dell’allora gregario Miyazaki, che si recò in perlustrazione a Genova per studiarne la demologia e morfologia: la città è riprodotta in modo cosi esemplare, da sembrare viva. Tale realismo purtroppo non si riscontra in tutti gli aspetti della produzione: il fatto che Marco non abbia problemi di comunicazione con gli stranieri e che nella serie è come se ci fosse un’unica lingua universale lascia perplessi, visto e considerato anche lo smodato numero di luoghi visitati dal bambino e quindi le diverse etnie incontrate, togliendo qualcosa in termini di pura immedesimazione.
Non manca la denuncia sociale, gli autori non temono censura e toccano temi quali migrazione, bullismo, violenza sugli animali e sfruttamento minorile, mostrandoci spesso scenari di povertà ed esseri umani in situazioni di estrema precarietà, nonché la critica a determinate classi sociali come dottori, poliziotti o controllori. Particolarmente toccante la scena in cui un ferroviere tramortisce con violente manganellate Pablo, l’amico a cui Marco ha salvato la sorella e che prova a far di tutto per sdebitarsi, fino addirittura a rischiare la vita per garantire un posto abusivo al nostro protagonista sul treno che lo condurrebbe dalla madre; perché Marco è un bambino che merita tale riconoscenza, un piccolo eroe capace di donare i soldi messi da parte con tanto sudore, che gli avrebbero permesso di acquistare il biglietto del treno per Cordoba, a un dottore in grado di operare la sorellina di un amico appena conosciuto (“La mamma mi capirebbe”). Un bambino capace di strisciare al suolo stremato durante una bufera di neve con una scarpa rotta e un’unghia staccata, pur di avvicinarsi alla madre di qualche metro. Indubbiamente, un profilo tanto maturo sarebbe più credibile nelle vesti di un individuo adulto, ma questo è un compromesso accettabile, se il bimbo diventa il mezzo educativo attraverso il quale il maestro Takahata decide di comunicare con i più piccoli. Non dimentichiamoci che i meisaku nascono come opere principalmente formative. Il viaggio di Marco, ragazzino la cui tenuta etica è un esempio per tutti, ancor prima che un’avventura, è il percorso di maturazione di un bambino alla sua partenza per il Sudamerica divenuto un ometto al suo ritorno a Genova.

Purtroppo la serie in Italia non ebbe un grandissimo riscontro, ottenebrata da altre produzioni che andarono in onda più o meno nello stesso periodo, come “Heidi” o “Anna dai capelli rossi”, le cui protagoniste femminili attiravano maggiormente anche le bambine.
Suona come un paradosso, visto che l’opera è ambientata per gran parte della sua durata proprio nel Bel Paese, ma in quel periodo preferivamo di gran lunga i robot.

Tecnicamente siamo su ottimi livelli, la resa visiva è quella di “Heidi” e, anche se oggi può risultare datata, all’epoca aveva quasi del miracoloso. L’utilizzo di pochi fotogrammi e una produzione decisamente low-budget rispetto a colossi come Disney non inficiano più di tanto la qualità delle animazioni, che seppur poco fluide e non proprio al passo coi tempi odierni riescono ancora a valorizzare i momenti più toccanti.

“Marco, dagli Appennini alle Ande” è un classico del meisaku, uno dei primissimi, poi innumerevoli fiori, nati dal sodalizio tra Takahata e Miyazaki, fiore dai cui petali poteva già scorgersi l’alba di un verdeggiante avvenire.

Voto: 8

Le avventure di Huckleberry Finn (1976)


Il grande successo dei meisaku spinse studi ed emittenti a espandere la produzione di questo tipo di opere. Da un lato Nippon Animation realizzò svariate serie secondarie da mandare su altre emittenti o altri orari, ma anche la stessa Fuji TV, al di fuori del contenitore principale, mandò serie realizzate da altri studi. Solo due giorni prima di Marco, il venerdì alle 19:00, fu trasmessa la trasposizione del romanzo di Mark Twain diretta da Mitsunobu Hiroyoshi e animata da Group TAC.
 
Serie basata sul romanzo, "Le avventure di Huckleberry Finn", scritto da Mark Twain. Le vicende narrate sono quelle delle avventure vissute da Huckleberry, lungo il Mississipi a bordo di una zattera, in compagnia dello schiavo fuggiasco Jim.


Pollyanna (1986)


A dieci anni di distanza dalla sua nascita, il World Masterpiece Theater continuava a mantenere un buon successo di pubblico, sebbene gli ascolti delle prime serie degli anni '70 fossero ormai ben lontani. Nippon Animation proseguì la proficua collaborazione con House Foods iniziata l'anno prima con Lovely Sara e che coincise con una netta ripresa degli ascolti. Pollyanna proseguì la crescita iniziata con Lovely Sara e raggiunse uno share medio del 17,5%, il quinto più alto del filone. In Pollyanna fece il suo debutto al Character Design Yoshiharu Sato, animatore formatosi in Nippon Animation e che in futuro sarebbe diventato un importante collaboratore dello Studio Ghibli.
 
Pollyanna è una bambina americana allegra e vivace che dopo la morte di suo padre si è trasferita nella casa di sua zia Polly, a Beldingsville. La donna, inizialmente si comporterà in modo freddo nei suoi confronti, ma ben presto anche lei si lascerà conquistare dal carattere dolce di Pollyanna, la quale, grazie agli insegnamenti del padre, tende a considerare sempre gli aspetti positivi di ogni cosa. Questo suo carattere sarà ciò che le consentirà di stringere molte nuove amicizie.



10.0/10
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Pollyanna è la trasposizione animata dei romanzi di Eleanor H. Porter, "Pollyanna" (1913) e "Pollyanna cresce" (1915).
La protagonista, la piccola Pollyanna, orfana di madre, vive con il padre, un pastore di Chiesa, finché purtroppo questi, gravemente malato di cuore, muore. Perciò la bambina va a vivere a casa della zia, Polly Hurringhton, l'arcigna sorella minore della madre, rimasta nubile, che provava un forte rancore per il cognato, reo a suo avviso di averla separata per sempre dalla sorella, costringendola fra l'altro a una vita troppo dura per la sua costituzione delicata, causando così la sua prematura morte. Inizialmente la convivenza con la zia è difficile, ma grazie al suo bellissimo carattere Pollyanna non solo riesce a integrarsi benissimo nella sua nuova città - riuscendo, grazie al suo "gioco della felicità" ad aiutare diverse persone - ma inizia pian piano anche a sciogliere il suo cuore. Ovviamente mi fermo qui per non spoilerare troppo.
L'anime è molto fedele al primo romanzo (eccetto che per l'età della protagonista, che nel romanzo ha 11 anni, nell'anime solo 8), ma rispetto al secondo romanzo vi è una modifica ancora più importante, Pollyanna non cresce. Nel 2° romanzo della Porter rispetto al primo passano ben 6 anni e Pollyanna alla fine ha 20 anni, con conseguenti implicazioni sentimentali con altri personaggi, che nell'anime sono limitate a semplici situazioni legate all'amicizia.
Nonostante la discutibile - a mio avviso - infantilità delle situazioni, come tutte le storie della World Masterpiece Theater, Pollyanna resta comunque protagonista di un capolavoro, di una storia realistica e piena di valori positivi. In particolare, il messaggio di fondo che si vuole dare con il famoso "gioco della felicità", ovvero quello d'incoraggiare a cercare sempre i lati positivi in ogni situazione, fa riflettere.

Buona la caratterizzazione dei personaggi, Pollyanna non risulta mai antipatica nonostante sia spesso esaltata da tutti e, oltre a lei e alla zia, sono molti i personaggi interessanti, nessuno è banale. Anche il doppiaggio, come al solito, a mio avviso è ottimo.
Di questa serie mi piace molto anche la sigla, una delle mie preferite della D'Avena, anche perché risale ancora ai tempi in cui questa brava artista non era indotta a saccheggiare le sigle altrui pur di apparire.
Pollyanna è una serie assolutamente consigliata a tutti, il mio voto è 10.

9.0/10
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Pollyanna è un meisaku di seconda generazione, il primo di quelli prodotti dal House Foods World Masterpiece Theater. La differenza con i meisaku di prima generazione è evidentissima dal punto di vista grafico - i colori sono molto più vivaci e luminosi - ma molto di meno dal punto di vista delle tematiche. Pollyanna è ancora un meisaku tristissimo e strappalacrime e a livello di commozione può dare dei punti ai classici degli anni Settanta. In effetti la differenza tra la grafica (che ricorda quella del Piccolo Lord) e la storia narrata è sorprendente e può trarre in inganno l'incauto spettatore che si avventura nella visione di questa serie sprovvisto di fazzoletti. Personalmente ho visto Pollyanna soltanto di recente e sapevo già di trovarmi di fronte a una serie strappalacrime, avendo visto l'omonimo film della Disney molti anni fa: nonostante ciò sono stato colto impreparato dallo spaventoso cumulo di disgrazie che capitano alla povera Pollyanna. Al giorno d'oggi si considerano tristi anime come Clannad After Story, ma gli anime moderni fanno sorridere rispetto ai meisaku degli anni Settanta e Ottanta, in cui la morte e la malattia erano onnipresenti: e si tratta di morti vere e di malattie reali, non illusorie.

È facile criticare la filosofia che sta dietro l'anime di Pollyanna, che è tratto da una coppia di romanzi di Eleanor Porter, scritti nei primi del Novecento con un chiaro intento pedagogico ed educativo, all'interno di un quadro di riferimento cristiano - viene in mente La Casa nella Prateria, per chi conosce questo classico telefilm tratto dai libri di Laura Ingalls degli stessi anni. Il problema di fondo in Pollyanna è quello di riuscire a conciliare l'esistenza della sofferenza nel mondo con la visione cristiana di un Dio buono. Certamente la Porter non è Dostoevskij e la sua soluzione al problema può essere considerata semplicistica e buonista. Tutto si basa sul cosiddetto gioco della felicità: si tratta di un gioco insegnato a Pollyanna dal padre, un pastore protestante, che consiste nello di sforzarsi di vedere i lati positivi anche nelle situazioni più nere. Questo gioco permetterà a Pollyanna di superare tutte le difficilissime prove che la vita le riserverà. Personalmente non credo affatto che il gioco della felicità sia una cattiva idea, anzi cercare il lato positivo nella vita è la migliore cosa che si possa fare, ma di fronte a certe disgrazie che capitano a Pollyanna sembra veramente inverosimile che il gioco della felicità possa rincuorarla. Tuttavia ho scelto di non giudicare l'anime in base al punto di vista filosofico-religioso che propone, su cui ho delle riserve, ma piuttosto in base alla sua trama, al livello d'interesse, ai personaggi, ai colpi di scena e alle sorprese che presenta, e in relazione ad altri meisaku dell'epoca. In questo senso il giudizio non può che essere molto positivo, perché la serie non annoia mai per tutti e 51 gli episodi, anzi è sempre in crescendo e le vicende sono piuttosto imprevedibili. Molto interessante è la parte della serie ambientata a Boston.

Il finale è prevedibilissimo, ma questo non è un difetto, anzi è un bene: è fatto chiaramente per i piccoli spettatori e chiude la serie su una nota positiva, dopo tante disgrazie.
Do un voto alto perché per quanto fossi prevenuto e da lunga data avverso al genere strappalacrime e buonista, ciò nonostante questa serie è riuscita a commuovere anche me e quindi il suo scopo l'ha raggiunto degnamente. La sigla di Cristina d'Avena merita una nota: è sicuramente una sigla allegra e solare, in linea con il design della serie e non con le tematiche, è verosimilmente di dubbia qualità musicale, ma ha una caratteristica innegabile: una volta che ti entra in testa non riesci più a smettere di sentirla! M'immagino generazioni di piccoli spettatori che ricorderanno questa sigla per tutta la vita. Quindi nota di merito anche per l'opening italiana. Voto complessivo: 8,5.

Meiken Lassie (1996)


Dopo un decennio e mezzo di successi, l'entrata negli anni '90 indebolì non poco il successo del World Masterpiece Theater. I tempi erano ormai cambiati, e la nuova generazione di piccoli spettatori faceva sempre più fatica a immedesimarsi in storie del passato piene di orfani e bambini sfortunati in cerca del proprio posto nel mondo. Un cambiamento ben evidente nel crollo dello share e nella diminuzione del numero di episodi delle serie. Non era mai successo prima che una serie del filone principale della Nippon Animation non raggiungesse nemmeno il 10% di share, venisse cancellata per gli scarsi ascolti e durasse solamente due stagioni (26 episodi). L'ultimo episodio non fu nemmeno trasmesso a causa della concomitanza con una partita di baseball, e fu recuperato solamente in repliche successive. Il crollo proseguì con il successivo Remi, alla cui conclusione, il 23 marzo 1997, il World Masterpiece Theater ebbe termine e fu sostituito da Chuka Ichiban, primo anime non meisaku ad andare in onda la domenica alle 19:30 su Fuji TV dai tempi del Dororo del 1969.
 
 
Un bambino inglese di nome John un giorno incontra un cane e decide di prenderlo con sé e portarlo nella propria casa dandogli il nome di Lassie, da quel momento tra di loro si sviluppa un rapporto di amicizia profondo. Nel frattempo il proprietario della miniera di carbone che dà lavoro all'intero villaggio in cui abita John fallisce, così lui decide di convincere il proprietario a cercare nuove zone in cui eseguire scavi e continuare il lavoro. Il proprietario accetta, ma a una condizione; dovrà dargli il proprio cane in modo tale da poterlo regalare alla figlia, Priscilla. John, a malincuore, accetta. In una nuova città e con una nuova famiglia Lassie desidera ritornare a quella che qualifica come la propria casa, così tenta di scappare e allora viene chiuso in gabbia. Priscilla, che non desidera affatto avere un cane in gabbia triste e sofferente, decide di liberarlo e farlo andare via, così inizia il lungo viaggio di Lassie per ritornare a casa dove l'aspetta la vera famiglia.
 

Fonti consultate:
- Sito ufficiale Nippon Animation - Elenco meisaku
- Pagina wikipedia giapponese di Zuiyo, World Masterpiece Theater, Marco, Pollyanna e Lassie
- Animetudes - From the Apennines to the Andes
- AnimeTudes - Heidi, Girl of the Alps
- AnimeTudes - Yama nezumi Rocky Chuck


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