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"Devi avere un caos dentro di te per partorire una stella danzante" (Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra)

Per un titolo particolare come "Il prisma dell’amore" non potevo fare altro che rispolverare uno degli aforismi più noti di  Nietzsche che al termine della visione della serie è quanto mai calzante per riassumerne il senso.
Uscita in unica soluzione sulla arcinota piattaforma streaming mondiale, questa serie è il frutto della collaborazione tra nomi piuttosto noti nel panorama delle produzioni di animazione: la sceneggiatura originale è di Yoko Kamio (già nota per "Boys Over Flowers"), la regia di Kazuto Nakazawa e la produzione di WIT Studio.
La serie si compone di ben venti episodi di durata canonica (con qualche eccezione) e la narrazione rappresenta un interessante intreccio tra arti figurative, crescita personale, identità e sentimenti ambientati nella Londra in un periodo temporale che parte dagli anni appena antecedenti la prima guerra mondiale per arrivare con diversi timeskip fino ad una decade successiva.

Premetto che si tratta di una produzione ambiziosa in quanto sviluppa al suo interno tematiche di un certo impegno quali il ruolo dell’arte come motore di crescita personale e relazionale, spingendo molto sull'impatto tecnico visivo molto curato in un contesto storico un po' lontano dai nostri giorni ma vicino per cultura e mentalità (l'Europa e Londra pre conflitto) a noi occidentali, attribuendo alla produzione quell'atmosfera più internazionale rispetto alle consuete ambientazioni nipponiche.
Quindi un'opera che sfruttando i canoni molto classici del romance, ambisce a definire una raffinata stratificazione tematica e visiva di ciò che narra. La domanda lecita che ci si può porre è: ci è riuscita? Per il mio modestissimo punto di vista, sì ma non completamente, soprattutto dal punto di vista della sceneggiatura che rimane vittima di alcuni dei soliti cliché shoujo e ad alcuni passaggi molto forzati che giustificano dei passaggi necessari allo svolgimento della narrazione.

Nonostante la leggerezza con cui l'opera narra in primis le vicende della protagonista femminile, Lili Ichijoin, giovane artista giapponese che lascia la natia Yokohama per iscriversi alla prestigiosa Saint Thomas Art Academy di Londra, tra le pieghe della narrazione si intuisce abbastanza chiaramente che il cuore centrale della serie non è rappresentato solo dallo sviluppo della storia d'amore tra lei e il complicato Christopher "Kit" Church, aristocratico britannico e pittore di talento, ma anche dai temi di più ampio respiro che trascendono le dinamiche di crescita personale e professionale dei singoli protagonisti della serie quali l'identità, l'appartenenza e, soprattutto, il confronto culturale che deriva dal collocare una ragazza giapponese nei primi del '900 a Londra in un contesto completamente diverso e per certi versi così lontano dalla sua visione culturale e di costume.
Per chi conosce un po' le dinamiche storiche di quegli anni, si ricorderà che con le esposizioni universali di Parigi (1867 e 1878) ci fu una vera e propria scoperta dell'arte giapponese che ispirò moltissimo l'arte europea di quegli anni: l'arte giapponese fece il suo ingresso massiccio in Europa, introducendo stampe ukiyo-e, ceramiche e oggetti che stupirono gli artisti occidentali. Con le sue caratteristiche precipue, l'arte nipponica ispirò artisti come Manet, Degas, Whistler, Gauguin e Van Gogh, influenzando l'Impressionismo e l'Art Nouveau per una diffusione culturale definita "Giapponismo" che che celebrava e imitava le arti, la letteratura e la filosofia giapponese.

Di questo contesto se ne percepiscono molte vibes nella serie, anche con citazioni esplicite favorite dalla presenza della vivace protagonista che si ambienta molto facilmente in un contesto multiculturale e multietnico, aperto e molto tollerante, in cui non si percepiscono chiusure di principio verso coloro che rappresentano la "diversità".
L'ambientazione scolastica, la presenza di ragazzi di diverse nazionalità e contesti socio-economici con sullo sfondo una Londra adusa da centinaia di anni ad essere un crogiuolo di persone di etnie e culture diverse, rende "Il prisma dell'amore" un inno all'arte in tutte le sue sfaccettature, valorizzando confronti tra stili e opere completamente diversi messi tutti sullo stesso piano di una valutazione equilibrata, senza pregiudizi e volta solo a valorizzare le diverse espressioni di identità culturale. In questo, le opere della protagonista sono un crescendo verso l'elaborazione di uno stile precipuo che coniuga la tradizione giapponese, la sua predilezione verso l'autenticità, e le correnti e stili pittorici occidentali costruendo una sorta di ponte tra Oriente ed Occidente molto significativo e unico nel suo genere.

La ricostruzione del contesto storico rappresenta uno degli aspetti di maggior pregio dell'opera: la cosmopolita Londra del 1914 tra arte, società e guerra incipiente. A livello grafico sono rimasto sbalordito dal world building e dai fondali: il contesto della città è disegnato con grande precisione, tra accademie d’arte, atelier polverosi e quartieri storici. Sbalorditivi i disegni di Westminster abbey, Big Ben, Palace of the Parliament, la National Gallery con i suoi corridoi e sale e non solo per la sua facciata su Trafalgar Square, il British Museum e l'incredibile sala con i frontoni del Partenone. Una dovizia minuziosa di dettagli e particolari che non si limitano all'architettura ma anche all'abbigliamento, i mezzi di trasporto, gli splendidi e suggestivi paesaggi delle campagne inglesi che contribuiscono a creare un'ambientazione che immerge lo spettatore nella realtà dell’epoca.

Non di minor importanza è La scelta di ambientare la storia in un momento di profonda trasformazione sociale e culturale che accenna a temi come la condizione femminile nell’arte, la rigidità delle gerarchie sociali, il confronto tra tradizione e modernità. La presenza della guerra imminente aggiunge una dimensione drammatica che si riflette nelle scelte dei personaggi verso la progressiva responsabilizzazione e passaggio all'età adulta e nel senso di precarietà che attraversa la parte centrale e finale della narrazione.
L’accademia d’arte che rappresentava uno dei massimo dell’istruzione artistica e della mondanità culturale verso la fine della serie in secondo piano come la competizione tra studenti, i rapporti con i precettori, le esposizioni pubbliche e le valutazioni di merito delle opere su cui gli studenti si sono esercitati.

Dal punto di vista della storia ed in particolare la speciale interazione tra i due protagonisti, Lili e Kit, potrei sostenere che è la classica storia d'amore tra due ragazzi che matura sui banchi dell'accademia e poi con alterne vicende drammatiche si sviluppa a distanza di anni quando probabilmente nessuno dei due ci credeva più. Si manifestano un po' i soliti cliché del romance nippononico.
Lili Ichijoin è la solita ragazza determinata, ma anche vulnerabile e sensibile, dalla ingenuità smisurata e dall'entusiasmo verso l'arte. Competitiva fino al midollo anche per le pressioni familiari, frequentando l'accademia intraprende anche un percorso di crescita personale che si perfezionerà solo a distanza di anni quando capirà cosa "voleva essere da grande". E' un bel personaggio anche sfaccettato, divisa tra le sue radici giapponesi e l’influenza occidentale, tra il rispetto delle tradizioni e la ricerca di autenticità.
Kit Church è il classico belloccio, schivo e taciturno, quasi introverso che rifugge dagli enormi privilegi che ha in virtù della nobile famiglia cui appartiene, un insicuro che cerca di mascherare la propria sensibilità e amore per l'arte cercando di resistere al richiamo della famiglia ad assumersi i proprio doveri.
Le interazioni tra i due sono molto improntate alle rom-com tipiche nipponiche: equivoci e non detto sono predominanti e li porteranno a non riuscire a dichiararsi se non dopo anni, sebbene fossero entrambi consapevoli dei sentimenti che nutrono reciprocamente.
Onestamente avrei preferito una storia meno melliflua e ricca di forzature per portare gli eventi nella direzione che ogni spettatore si attende e un po' più matura, soprattutto alla luce degli eventi tragici come la prima guerra mondiale che resta come un sussurro sullo sfondo solo per orientare le vicende dei protagonisti e dei personaggi secondari.
Il tono della narrazione resta così molto edulcorato, un po' patinato e poco realistico anche per le grandi forzature nel finale con continui timeskip che sembrano solo utili a soddisfare la curiosità dello spettatore sull'ending del rapporto tra Lili e Kit.

Facendo un paragone con opere che narrano di arte, mi vengono in mente "Sarusuberi: Miss Hokusai - mirto crespo" e "Blue lock". "Il prisma dell'amore" si colloca in una via mediana tra le due, mutuando dalla prima la meticolosità con cui racconta la creazione delle opere d'arte e dalla seconda il solito spirito competitivo giapponese nella logica del "continuous improvement", ma rispetto alla prima difetta di tridimensionalità e di realismo dei personaggi, incasellandoli nei soliti ruoli a servizio della trama.  

Resta in ogni caso una serie pregevole, un affresco visivo intenso, capace di emozionare lo spettatore con l’arte e a farlo meditare su come quest'ultima  possa rappresentare una visione per osservare la realtà da prospettive diverse, a riconoscere la ricchezza delle differenze e a credere nella forza trasformativa della creatività e dell’empatia. In questi tempi di scarsa apertura verso tutto ciò che rappresenta il "diverso", sembra un inno alla tolleranza e alla comprensione.