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"La gabbia di vetro della perfezione imposta o attesa"

Con un titolo così originale, "Chitose is the ramune bottle" presenta già la sintesi della sua essenza proprio nella sua metafora visiva, tanto originale quanto claustrofobica e dolorosa.
Pensando un po' alla bottiglia della tradizionale bibita Ramune, ho scoperto che contiene una biglia che, spinta dalla pressione dell'anidride carbonica, funge da tappo. Quando viene aperta, la biglia non può essere estratta dalla bottiglietta a causa del suo collo stretto.
Il protagonista di "Chitose is in the Ramune Bottle" ("Chitose-kun wa Ramune Bin no Naka"), Saku, mi è sembrato un po' proprio la biglia che è in mostra nella bottiglia ma intrappolata, proprio come lui, dipinto come il classico normotipo di successo per eccellenza (ammirato, atletico, brillante, popolare con le ragazze, ecc.), ma prigioniero nella "bottiglia" delle aspettative sociali e della pressione di dover mantenere intatta la propria perfezione e aura successo di fronte a tutti.

L'opera, pur con alcune forzature e situazioni/dialoghi difficilmente calabili in un contesto di adolescenti, denota al di là delle apparenze di una banale rom-com scolastica con sfumature harem, un disegno ben preciso: perseguire La decostruzione dell'apparenza di ruolo di "sciamano" di Saku attraverso tre archi narrativi in cui si suddivide l'opera.
Al termine della visione non sfuggirà allo spettatore che la sceneggiatura sembra essere stata pensata per erodere progressivamente le certezze del protagonista, demolendone l'ego attraverso i casi che cerca di affrontare e risolvere con la sua assoluta confidenza nelle sue capacità.

I primi episodi dedicati a come Saku si prodighi per "salvare" un compagno di scuola hikikomori, mostrano un protagonista quasi fastidioso per come interviene e per l'arroganza benevola di chi crede di possedere una incredibile capacità di analisi in grado di poter risolvere i problemi altrui impartendo lezioni di vita. Tuttavia, il salvataggio del compagno inizia a far meditare il protagonista sulle apparenti somiglianze tra l'hikikomori e la sua condizione di condannato ad esere sempre un vincente: costringe Saku a realizzare che la solitudine ha diverse sfaccettature e che non si risolve solo nel chiudersi in una stanza, ma anche essere circondati da tante persone e amici che amano solo la tua "maschera".
Negli episodi centrali si approfondiscono le interazioni con una delle compagne di scuola più carine della apparente cerchia harem che lo circonda. Con Nanase Yuzuki, l'opera vira sul dramma, prendendosi dei rischi non indifferenti. In questo frangente, alcuni passaggi narrativi li ho percepiti artificiosamente esagerati (alludo alla simulazione del tentativo di violenza). Da un punto di vista narrativo, sono dei cliff hanger ben riusciti che sfiorano i toni del thriller psicologico e che richiedono una certa sospensione dell'incredulità. Trovate teatrali che risultano stridenti in un "teen drama", questo espediente estremo incrinano ulteriormente le granitiche sicurezze di Saku che percepisce de visu il concetto del "you can't always get want you want" e la sua infinita sicurezza nella sua capacità di risolvere le questioni in cui si immerge nel modo che ha previsto.
Negli ultimi episodi, tra l'altro usciti a distanza di mesi dal resto della serie per probabili problemi di budget dello Studio, lo spettatore assiste alla resa e all'epifania delle fragilità non solo del protagonista ma anche di quella della senpai Asuka, per cui fin dall'inizio si intuisce che Saku nutra qualche sentimento.
Di fronte alla ragazza più grande, alle prese con il terrore per le imminenti scelte post-diploma, le "tattiche" psicologiche del protagonista si rivelano inutili. Il mental coach svanisce progressivamente, per lasciare il posto a un sedicenne insicuro, esitante e per la prima volta profondamente fragile. Nel momento in cui la criticità da affrontare lo coinvolge a livello personale ed emotivo, dovendo supportare una persona nel disorientante salto verso l'ignoto dell'età adulta, perde tutta la sua boriosa "self-confidence" e si incarta, risultando così molto più vero e umano.

Dal punto di vista della scrittura, la serie opta una scelta divisiva: i dialoghi soffrono (o beneficiano, a seconda della tolleranza dello spettatore) di quella che potrei definire la "sindrome di Dawson's Creek". Qualcuno si ricorderà che verso la fine degli anni 90 uscì una serie televisiva che vedeva il debutto di una giovanissima Katie Holmes in una serie in cui si assisteva alle gesta di ragazzi di 16 e 17 anni che si esprimevano con una proprietà di linguaggio, consapevolezza filosofica e sarcasmo tagliente di adulti navigati.
Anche in "Chitose is the ramune bottle" le battute argute e i monologhi interiori sono costruiti in modo raffinato e quasi letterario. Da un lato, questa ricercatezza sacrifica il realismo crudo della parlata adolescenziale, dall'altro regala interazioni intrriganti e di buon livello, elevando le schermaglie tra adolescenti ben oltre i soliti banali cliché del genere.
E così "Chiramune" assurge alla rappresentazione piuttosto stimolante di un affresco adolescenziale che, scavando sotto l'apparenza della commedia romantica scolastica (e ben oltre le dinamiche harem in cui il protagonista è perennemente circondato da ragazze), offre uno spaccato piuttosto amaro del coming of age nipponico con la perenne solitudine in cui i ragazzi sono lasciati quasi interamente a se stessi, costretti a un'autonomia emotiva prematura e la sofferenza di vivere in un contesto limitato e limitante, una gabbia per i sogni di gloria con il il desiderio disperato di fuggire verso le grandi metropoli, in costante conflitto con la sindrome di Peter Pan e il terrore di abbandonare la comfort zone giovanile.

Dal punto di vista tecnico, lo Studio Feel ha confezionato un prodotto visivamente molto curato in cui la regia ha utilizzato colori caldi e vividi, valorizzando costantemente anche i dettagli come il riverbero accecante del sole, le gocce di sudore dopo un allenamento, creando un'atmosfera sospesa e malinconica molto suggestiva.
Inevitabili i paragoni con i mostri sacri del genere: "Chitose is in the Ramune Bottle" si pone come erede diretto di opere come "Oregairu" e "Aobuta" ("Bunny Girl Senpai"). Tuttavia, se Hachiman Hikigaya ("Oregairu") risolveva i problemi immolandosi socialmente e diventando il capro espiatorio, Saku Chitose usa la propria popolarità come grimaldello. Metodi opposti, ma accomunati dallo stesso sguardo disilluso su una "primavera della gioventù" molto meno spensierata di quanto appaia.
"Chiramune" è Un'opera che sfrutta l'involucro patinato del protagonista infallibile per ingannare lo spettatore, rivelandosi un dramma con sfumature psicologiche anche di pregio. Al netto di qualche esagerazione teatrale e melodrammatica, è una visione da considerare per coloro che cercano una possibile analisi più matura e senza stupidaggini delle nevrosi adolescenziali.