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Un’alba di straordinaria bellezza che illumina la savana. Un raduno di animali di ogni tipo. Una gigantesca rupe che si riconoscerebbe tra mille. Un leone dallo sguardo fiera ma gentile. Un buffo bucero. Una leonessa. Un mandrillo che esegue riti ancestrali. Un leoncino appena nato, che, sollevato in aria per essere mostrato agli altri animali giunti per celebrarlo, rivolge uno sguardo impaurito all’immensa savana che farà parte del suo destino, ma lui ancora non lo sa.
Cori in lingua swahili, di cui probabilmente nessuno conosce il significato, ma che ci rimangono indimenticabili. E parole che già mettono in chiaro un messaggio bellissimo ed estremamente vero e attuale, che torna a ripetersi nella nostra mente più e più volte, quando meno ce lo aspettiamo.

"It’s the circle of life
And it moves us all
Through despair and hope
Through faith and love
‘til we find our place
on the path unwinding"

E’ l’incipit (ma non solo) de Il Re Leone classico d’animazione Disney numero 32, uscito nel 1994. Che, non ci si crede, ma è venticinque anni fa. Venticinque anni il cui peso non si sente affatto, al punto che il buildingroman del giovane leone Simba è ancora oggi una storia assolutamente attuale, iconica, rimasta scolpita come un marchio a fuoco nel cuore di intere generazioni, ricordata con un affetto immenso, parodiata, fucina di scene, citazioni, battute, canzoni rimaste impresse nell’immaginario collettivo, ancora capaci di colpire allo stesso modo le generazioni successive, e quelle successive ancora, e così via, in un cerchio che continua in eterno.
Venticinque anni dopo, la Disney è radicalmente cambiata, ma le emozioni provate in quella calda savana anni novanta, eternamente illuminata (perché i posti all’ombra sono oltre i confini del regno e non bisogna mai andarci!) da un sole che continuamente sorge insieme al re, sono ancora lì, immutate. E la Disney ben lo sa, e gode nel pigliare per la gola i propri fan nostalgici, rimasti attaccatissimi a quelle emozioni, con un regalo inatteso ma che sicuramente fa parlare di sé: un remake “live action” (le virgolette sono d’obbligo, che mica hanno ammaestrato un intero zoo di Burbank per girare il film dal vivo) de Il Re Leone.

Non è il primo, e non sarà l’ultimo remake, ma Il Re Leone è un film speciale. Per sua stessa natura, non può funzionare come film “live action” ed è un film a suo modo già perfetto, che basa tutto il suo fascino sull’espressività del disegno tradizionale, sulla potenza delle ambientazioni (disegnate, ma dotate di una magia del tutto particolare che le rende vere ai nostri occhi), sulla maestosità della storia e delle musiche. Praticamente intoccabile sia per la casa di produzione (che non lo ha rovinato troppo con sequel scadenti, dando sempre una particolare attenzione anche alle nuove produzioni dedicate al suo universo narrativo che si sono succedute negli anni) sia per i fan, che lo pongono (meritatamente) su un piedistallo più alto rispetto a quello su cui sono posti gli altri film. E, del resto, con un film che è stato il maggior incasso d’animazione per decenni, che è rimasto nella memoria di tanta, troppa gente, bisogna andarci cauti…

Jon Favreau, personaggio noto a chi segue i film della Marvel (abbiamo potuto vederlo, con grande piacere, come attore nell’ultimo Spider-Man, ma anche nel suo programma di cucina autoprodotto su Netflix), già regista del riuscito remake in live action de Il libro della giungla, torna qui a cimentarsi con una natura incontaminata, con animali fieri e ricchi di umanità. E la prima cosa che notiamo è che sì, sono passati venticinque anni, ma l’incipit (e non solo) è ancora esattamente lo stesso, così come, più o meno, è ancora lo stesso tutto il resto. Il Re Leone del 2019 è praticamente identico, al 98%, al suo corrispettivo a disegni animati, in maniera ancora maggiore rispetto a quanto accaduto con Il libro della giungla, La bella e la bestia o Aladdin, dove il materiale di partenza era stato riscritto con aggiunte e differenze per avvicinarsi maggiormente alle storie originali o ai gusti e alle esigenze del pubblico moderno. Nel caso de Il Re Leone le aggiunte e le differenze sono veramente minime, ce ne accorgiamo già dall’incipit, che è assolutamente identico a quello del 1994: stesse inquadrature, stesse scene, stessa musica in sottofondo (cambia soltanto la voce della cantante). E così va più o meno per tutto il resto del film, che non presenta chissà quali grosse sorprese e ripropone quasi pedissequamente il film originale: stesso svolgimento, stesse scene, più o meno le stesse battute, stessi messaggi, qualche minima variazione nei personaggi e nei loro trascorsi.

Solo che stavolta è tutto “vero”, realizzato con una computer grafica tendente al fotorealismo che rende impossibile distinguere gli sfondi veri da quelli creati digitalmente (il regista ha dichiarato che tutto il film è realizzato in digitale tranne due soli paesaggi, che sono foto scattate da lui stesso durante un viaggio in Africa, ma che nessuno è riuscito a riconoscere in mezzo a tutte le scene digitali). Nel 2019, con la computer grafica si può fare di tutto, si possono creare infiniti mondi nuovi, spettacolari e fantasiosi, e forse nessuno si stupisce più di vedere un’Africa stile documentario di Super Quark ricostruita digitalmente, ma non si può non lodare il lavoro compiuto dai grafici disneyani nella realizzazione di questo film, che per sua natura non poteva che essere realizzato “dal vero” in questo modo: la storia epica e maestosa de Il Re Leone, che basa tutto il suo fascino sulla bellezza degli scenari e l’epicità della vicenda, non poteva essere realizzata con una computer grafica squadrata o cartoonesca (come quella vista in altri film “africani” tipo la serie di Madagascar), perché avrebbe rovinato l’atmosfera. E, cosa più importante, avrebbe fatto sì che i fan del film originale, me in testa, si sarebbero diretti coi forconi sotto casa del regista o la sede della Disney.

Bisogna togliersi subito il dente in modo da far passare il dolore, e dire, dunque, che i personaggi ne hanno perso moltissimo in espressività, dal momento che sono ritratti come animali veri e realistici e non più come personaggi animati. Così facendo, diverse sequenze risultano inevitabilmente depotenziate rispetto al film originale, come i numeri musicali e i personaggi più tendenti all’umorismo, o la sorte di un certo personaggio (è davvero necessario mantenersi sul vago, o avete già capito?), tristemente meno efficace rispetto al film originale nonostante sia una scena chiave e fonte di innumerevoli traumi infantili. Dato il realismo che pervade la storia, mancano un po’ tutti gli “effetti speciali” che veicolavano in buona parte la magia del film originale. Questo è un po’ un peccato, io non sono un regista professionista né un animatore e non so come si sarebbe potuto rendere maggiormente espressivi questi animali “veri”. Forse non si poteva fare davvero altrimenti, ma mi sarebbe piaciuto essere, ancora una volta, stupito dalla Disney.

Fortunatamente, quello che si perde in espressività dei volti viene recuperato dal fatto che è comunque Il Re Leone, e la storia e i personaggi non perdono granché della loro straordinaria forza emotiva, dimostrando ancora una volta una grandissima umanità, che viene data dalle loro azioni e soprattutto dai dialoghi e dalle interpretazioni dei doppiatori. In questo, il nuovo Il Re Leone è perfettamente in linea con il film originale: un racconto di formazione con una struttura ad anello, con battute e frasi che ritornano, identiche, ma in contesti diversi, nella vita dei personaggi, esattamente come il cerchio della vita su cui è basata tutta la storia. Cerchio che noi fan del film originale, che lo abbiamo visto e amato da bambini, sentiamo, stavolta, un po’ più nostro, dato che all’epoca eravamo Simba e ora, chissà, siamo Mufasa. Un Mufasa che adesso capiamo un po’ di più, di cui forse adesso riusciamo a comprendere tutti quegli incomprensibili discorsi su cerchi della vita, soli che tramontano e sorgono sul regno, responsabilità, equilibri, stelle e re del passato che vegliano su di noi guardandoci da esse. Un Mufasa austero, saggio, che ha ancora (unico in tutto il cast) la storica voce di James Earl Jones, e certi, iconici, discorsi del personaggio, risentiti adesso, con lo stesso, identico, tono dell’originale, fanno male, davvero male, al cuore: io non faccio testo, perché ho pianto ininterrottamente dall’inizio alla fine, ma vi sfido ad arrivare a un certo discorso padre-figlio sotto le stelle e a restare col cuore illeso…
E’ un messaggio, quello del cerchio della vita del buon papà re Mufasa, che risulta ancora oggi valido e bellissimo, e viene qui arricchito dalla contrapposizione con un’altra filosofia, quell’ altrettanto iconica “Hakuna Matata” che qui acquisisce anche lei una forma, quella di una linea retta che va sempre avanti, finché non finisce, e dove nessuna delle nostre azioni ha influenze o conseguenze sulle parallele linee altrui. Una linea retta che però, come ci dice una delle più belle scene inedite del film, a volte può curvarsi un pochino…

Se i personaggi risultano sostanzialmente immutati rispetto al film originale, quello che risalta maggiormente è Scar, il villain, che già nel vecchio film era tra i più affascinanti cattivi Disney e qui risulta ancor più sfaccettato e ancora temibile, nonostante abbia perso in espressività. E’ ancora un personaggio invidioso, senza scrupoli, rancoroso, manipolatore. E’ terribile vedere come faccia leva, per il suo tornaconto personale, sui sentimenti e i sensi di colpa di un bambino a cui ha rovinato la vita e continui a mettere il dito nella piaga anche quando il bambino è diventato un adulto, ma è anche interessante vedere come, sotto sotto, questo luciferino leone non sia altro che un personaggio infantile e invidioso, incapace di gestire il regno e di comprendere le sue responsabilità. Degni di nota anche Timon e Pumbaa, meno scoppiettanti a livello espressivo e di movenze rispetto agli originali, ma ancor più irriverenti e spassosi (la celebre scena della hula è inevitabilmente andata persa, ma ciò che abbiamo guadagnato in cambio non ci delude).

Si è detto che questa nuova versione de Il Re Leone è identica al 98% all’originale, e lo è anche, più o meno, dal lato musicale. Le storiche canzoni del film anni novanta sono presenti, tutte eseguite da nuovi artisti: qualcuna è rimasta praticamente identica all’originale (anche se magari la sequenza animata ha perso in spettacolarità, inevitabilmente, vedi “I just can’t wait to be a king”); qualcuna (“Hakuna Matata”) è stata modificata nei testi, risultando comunque simpatica (e siccome i bambini di oggi sono più smaliziati rispetto a quelli di un tempo, il buon Pumbaa è riuscito anche a completare una certa frase…) e assai divertente; qualcuna (“Be prepared”) è stata quasi radicalmente riscritta, nei testi, nella musica, nella resa animata (le marce di stampo nazista probabilmente oggi non sono più proponibili), ma dona ancora, ugualmente, i brividi. Tra il 2% di differenze, c’è una nuova canzone, “Spirit”, cantata da Beyoncé (la doppiatrice originale di Nala adulta), ma onestamente risulta poco integrata e poco accattivante, anche perché ha l’imperdonabile torto di depotenziare dell’80% una delle scene più iconiche del film originale, il cui fascino era anche dato dalla musica che l’accompagnava all’epoca. E’ tornato anche Elton John, interprete di molti brani della colonna sonora originale, che qui realizza una nuova canzone, “Never too late”, che si può sentire sui titoli di coda: canzone carina, abbastanza indolore, ma non gli perdoniamo, già che c’era, l’assenza di una nuova versione “singolo” della storica “Can you feel the love tonight?” cantata in duetto con Beyoncé. Ma pare che uscirà un altro disco speciale con canzoni tributo realizzate da Beyoncé, quindi non perdiamo la speranza. Soprattutto visto che i titoli di coda ci hanno regalato una sorpresa inattesa ma graditissima: una nuova versione, cantata interamente in lingua swahili, da Lebo M (il responsabile di tutti i brani in lingua swahili del franchise), di “He lives in you”, canzone scartata dal film del 1994 e poi recuperata per il sequel (dove era eseguita da Tina Turner) e per i musical teatrali, che riprende e approfondisce il discorso di “Circle of life” ricordandoci come la ciclicità della vita e le continue influenze date dai legami e dai rapporti con le persone si manifestano anche nella memoria dei nostri cari, che sopravvive alla loro scomparsa per continuare in eterno a fare parte di ciò che siamo diventati anche grazie a loro.

"He lives in you, he lives in me
He watches over everything we see
Into the water, into the truth
In your reflection, he lives in you"

E, parlando di musica, c’è qualcosa che caratterizzava Il Re Leone in maniera unica e irripetibile, al punto da creare un dilemma di fondamentale importanza nel cuore dei fan, una volta appresa la notizia di questo remake.
Il Re Leone senza le musiche orchestrate di Hans Zimmer non è Il Re Leone, e perciò anche la nuova versione doveva avere quelle stesse musiche, identiche, nelle stesse scene, altrimenti il film sarebbe stato bollato come flop. Ma avere un film praticamente identico all’originale non sarebbe stata un’operazione inutile? E’ un quesito di difficile risoluzione, di cui io stesso non so ancora la risposta. Fatto sta che, fortunatamente, le musiche di Hans Zimmer sono ancora lì: riarrangiate, mescolate tra di loro, ma ancora potentissime, epiche, commoventi, capaci di evocare ricordi ed emozioni al solo ascoltarle avulse dalle scene che accompagnano (impossibile, ci vengono evocate subito in mente!).

Credo che ci sia un solo modo per giudicare questo nuovo Il Re Leone: è un regalo per i fan che continuano a rivolgere un affetto particolare al classico anni novanta anche se sono passati venticinque anni da quando è uscito. Sì, è un film ruffiano, sostanzialmente inutile, che gioca tutto sulla nostalgia e l’autocelebrazione e non fa nulla per nasconderlo, che non propone granché di nuovo rispetto all’originale (anche perché non ce n’era bisogno) e non verrà ricordato tra altri venticinque anni, ma per i fan non poteva esserci regalo migliore. Il film è stato realizzato con molta cura, ricalca praticamente alla perfezione quello originale, ha diverse chicche e i fan lo apprezzeranno, a meno che non identifichino Il Re Leone solo con i suoi elementi più umoristici (che, però, anche nel film originale, non erano certo il punto centrale della storia). Come spesso accade con operazioni di questo tipo, anche in questo caso si tratta di un prodotto diretto ai vecchi fan più che ai nuovi (che probabilmente si troverebbero più a loro agio con la simpatia e l’espressività dei personaggi animati tradizionalmente), ma non c’è davvero ragione per cui i vecchi fan non debbano esserne contenti e passare un paio d’ore tra ricordi ed emozioni, sorretti da una storia che è ancora attuale, maestosa e bellissima, e che i vecchi fan ormai cresciuti ora possono guardare con occhio diverso, cogliendone messaggi persi a suo tempo. Non si può dire che fosse un film realmente necessario, ma un regalo non si rifiuta mai. Specie se gradito, e questo lo è indubbiamente.