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6.5/10
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Immaginate una New York alternativa, i cui bassifondi sono il feudo inespugnabile di bande di delinquenti, dove a dettar legge sono organizzazioni mafiose di ogni nazionalità, dove la polizia è poco più che un’istituzione di facciata e, soprattutto, dove essere eterosessuale è una rarità, tale da farti sentire spesso e volentieri a disagio. È un’ucronia bella e buona, non c’è dubbio, eppure quello che ci si para davanti è il palcoscenico delle vicissitudini dei personaggi di “Banana Fish”, adattamento animato del 2018 del manga realizzato da Akimi Yoshida, disegnato a cavallo degli Anni ’80 e ’90.

Ash Lynx, giovanissimo boss di una gang metropolitana, è il protagonista della vicenda: cresciuto in seno alla famiglia malavitosa dei Goldzine, fiero e combattivo come un felino - nomen omen -, si troverà a fare i conti con criminali sempre più spietati, alla disperata ricerca della verità sulla sorte del fratello, tornato dalla guerra psicologicamente devastato. Al filo conduttore principale si intrecceranno faide mafiose, cospirazioni politiche, fantasmi del passato e, soprattutto, l’amicizia tra il biondo fuorilegge ed Eiji, giovane giapponese invischiatosi suo malgrado nel regolamento di conti in atto tra le varie fazioni in gioco.

La prima cosa che salta all’occhio dello spettatore è l’ambientazione: il mood spiccatamente rétro, a partire dai disegni ispirati al tratto della Yoshida, strizza furbescamente l’occhio ai nostalgici dell’animazione Anni ’80, con esiti tutt’altro che disdicevoli. Tuttavia, la discrepanza temporale tra l’opera originale e questa trasposizione, ambientata ai giorni nostri, si fa sentire spesso, andando a creare alcune stonature piuttosto stridenti: se lo skyline di Manhattan privo delle Torri Gemelle non ha grande rilevanza sulla trama, il mancato impiego della moderna tecnologia e certe inammissibili incongruenze (in primis, l’ingiustificata assenza delle Forze dell'Ordine) fanno sì che quest’operazione di svecchiamento si inceppi frequentemente, nel tentativo di rinnovare un mondo in cui, nonostante tutto, i confronti personali vengono risolti ancora a suon di revolver. Così come il contesto politico, figlio in origine della disfatta in Vietnam e della Guerra Fredda, e qui invece rivisto in chiave contemporanea, con accenni alla guerra in Iraq e al terrorismo islamico, non trova adeguata corrispondenza con certi stilemi tipici dell’epoca in cui è stato concepito l’universo di “Banana Fish”.

Un’epoca esemplificata dall’iperbolica caratterizzazione di Ash, diciassettenne colto e raffinato, hacker infallibile con competenze avanzate in qualsiasi disciplina, dalla chimica alla geopolitica, che all’occasione (piuttosto frequente) si trasforma in un invincibile Rambo, capace di crivellare di colpi decine di avversari con precisione chirurgica, grazie a un corpo invulnerabile dalla stamina infinita. Esagerazioni tipiche della cinematografia americana più fracassona, che però fanno a pugni con l’analisi psicologica dell’Ash più umano, quella che nel legame sviluppatosi con il compagno di sventura, Eiji, rivela le fragilità e i traumi di un giovane uomo piagato da una vita di sofferenza e soprusi. Questa è la parte sicuramente più meritevole dell’anime, quella in cui ci viene mostrato come un dolore apparentemente insuperabile possa essere lenito dall’incondizionata liberalità di un altro essere vivente, pronto a farsi carico della sofferenza della persona amata. Con una regia che non lesina inquadrature sulle violenze patite, spiattellandoci in faccia senza filtri sevizie e abusi sessuali, subiti in particolare dal protagonista in tenera età. E a questa coraggiosa onestà va dato il giusto riconoscimento.

Peccato che, al di fuori della coppia protagonista, lo stesso trattamento non venga riservato agli altri personaggi, dalla psicologia piuttosto ondivaga, a volte addirittura incomprensibile: è il caso ad esempio di Papà Dino, mentore e aguzzino di Ash, che si alterna senza soluzione di continuità tra interessi meramente economici e una morbosa ossessione nei confronti del ragazzo; oppure Yut Long, luogotenente della mafia cinese, apparentemente cinico e calcolatore, che per un discutibile sentimento di gelosia agisce spesso in maniera illogica.
Per non parlare dei villain, che, dal più inetto tirapiedi fino al nemico finale, non sono altro che sadici stupratori omosessuali, reiterati in una formula senza variazioni, che getta più di un’ombra sulla propensione dell’opera a un certo, fastidioso voyeurismo.

Nemmeno le scene di pura e semplice azione lasciano il segno: benché il ritmo sia sempre incalzante, alcune imperdonabili ingenuità, come le infallibili doti da cecchino di Ash, nonché una colpevole approssimazione nelle fasi più concitate, fanno sì che le si osservi con crescente insoddisfazione - pur nella consapevolezza della loro intrinseca leggerezza, quasi fossero una sorta di sparatutto con centinaia di pedine sacrificabili senza particolari rimorsi.
Va altresì precisato che, in generale, i difetti riscontrati si accentuano nella seconda parte, quando si perde di vista il nocciolo della questione - ovvero l’essenza del banana fish del titolo - a favore di un eccessivo dinamismo, che forza la trama nella direzione di eventi sempre più improbabili, pur di giustificare l’abbondanza di sparatorie e inseguimenti. Almeno all’inizio, quando si dà più spazio ai personaggi, la storia scivola via in maniera assai scorrevole, e con un certo gusto per le messe in scena teatrali, come nel confronto tra Ash e il suo alter ego Arthur.

Tiratina d’orecchie allo Studio Mappa, che dopo alcuni episodi di pregevole fattura fa calare progressivamente la qualità di disegni e animazioni, mantenendo il buon livello iniziale soltanto nei fondali, sempre molto suggestivi, sia negli scorci della metropoli newyorkese sia negli spazi aperti del continente americano.
Sigle e sonorità risultano invece sempre azzeccate al contesto.

Nonostante il buon riscontro di vendite e il discreto successo ottenuto oltreoceano (si pensi ad esempio che la Public Library di New York, location sfruttata ripetutamente nell’anime, nel 2019 ha visto incrementare significativamente le visite turistiche), “Banana Fish” appare un’operazione commerciale piuttosto controversa: se da un lato solletica il palato agli amanti del cinema - e non solo - degli Anni ‘80 (a detta dell’autrice del manga, alcuni personaggi sono ispirati alle icone di quel periodo, come Harrison Ford o Sting), spaziando dalla sottocultura underground immediatamente successiva a “I guerrieri della notte” fino agli eroi spacconi alla “Rambo” o “Arma letale”, dall’altro cerca un difficile compromesso con la modernità, ingarbugliandosi in un amalgama non sempre riuscito.
Il giudizio diventa molto più lusinghiero se ci si sofferma sugli aspetti strettamente romantici, grazie al rapporto d’amicizia, e poi d’amore, tra Eiji e Ash, protagonisti di un percorso sentimentale coerente e ben sviluppato.