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L’autunno è una stagione che odio profondamente, a tratti anche più dell’inverno, perché, una volta giunto, porta con sé un freddo destinato a durare per circa sei mesi e giornate troppo brevi in cui il sole tramonta incredibilmente presto. L’autunno mi tiene lontano dal mare, che riconosco come il mio habitat naturale, e mi costringe a casa più del dovuto (hobby in cui, ad essere onesto, mi diletto estremamente bene), per via delle sue – fin troppo numerose – giornate di pioggia. L’autunno è, per me, sinonimo di nostalgia e malinconia, sentimenti che mi accompagnano per tutta la durata della stagione. Insomma, nell’autunno non ci trovo nulla, o quasi, di piacevole. Personalmente, l’equinozio che cade tra il 22 e il 23 settembre è l’inaugurazione di un periodo triste e smorto, come è stato il suo equivalente animato. Tra ritorni che hanno deluso profondamente, e non devo certo specificare a quale serie faccio riferimento, e novità che non hanno lasciato il segno, ci sono state poche luci in questa stagione autunnale animata: una di queste è stata, senz’ombra di dubbio, “A Mangaka’s Weirdly Wonderful Workplace”, anime prodotto da Voil e tratto dall’omonimo manga di Kuzushiro.

La trama segue le vicende di Nana Futami, una mangaka alle prime armi che realizza un manga shōjo sul gioco dello shogi dal titolo “A Subaru”. Nonostante sia molto talentuosa e possa contare sul supporto della sua editor Kaede Satō e dell'assistente Mizuki Hazama, Nana fatica a rispettare le scadenze, soffre di blocchi creativi e stress da lavoro. Inoltre, fin troppo spesso esagera con spuntini notturni e strane fantasie deliranti da “malattia professionale”, di cui lei dice di soffrire, che complicano ancora di più il suo lavoro quotidiano. Ciononostante, Nana Futami continua a lavorare giorno per giorno con l'aiuto di chi la circonda.

Il grande pregio di questa serie è quello di saper esplorare sia i fattori legati al successo di un manga sia le dinamiche della vita da fumettista, più o meno come riesce a fare un’altra opera simile ma di un livello quasi inarrivabile, ovvero “Bakuman”. Innanzitutto, la serie vuole far comprendere allo spettatore che il talento non basta ad un mangaka affinché la sua opera diventi popolare, perché gli elementi necessari sono molti di più: il duro lavoro, lo studio e l’aggiornamento continuo, un’organizzazione impeccabile, il poter fare affidamento su persone valide e leali, il saper coltivare positivamente il rapporto con i propri fan ecc. Futami, per esempio, è una mangaka dalle doti eccezionali, eppure comprende presto che questo non basta per sopravvivere nel mondo dell’editoria giapponese. Per tale ragione, lavora sodo fino a restare sveglia la notte per completare le pagine del suo fumetto, partecipa a dei firmacopie per pubblicizzare le uscite dei volumi del proprio manga, cerca di imparare le regole dello shogi e tanto altro ancora. In questo modo, si ha la possibilità di scoprire tutto ciò che si nasconde dietro la serializzazione di un manga e, almeno per me, questo è stato incredibilmente affascinante ed istruttivo. In maniera ugualmente impeccabile, la serie mostra anche quali sono le dinamiche della vita da fumettista, con i suoi pregi e i suoi difetti, esplorando varie “tipologie” di mangaka. Oltre a Futami, che rappresenta l’emergente fumettista di successo, la serie chiama lo spettatore a fare i conti con almeno altri due tipi di mangaka, che si incontrano durante la storia: Nashida, l’ubriacona fumettista depressa per la cancellazione del suo manga e la sensei Takizawa, esempio perfetto di mangaka affermata nel panorama fumettistico. Ognuna di esse vive la propria professione in maniera diversa e poter approfondire anche questo aspetto è stato per me motivo di grande soddisfazione.

“La vita cambia in base a chi incontri lungo il cammino”

Penso che questa frase sia emblematica, perché non si adatta solo ai mangaka ma alla vita di ognuno di noi. Riuscite ad immaginare come sarebbe la vostra vita senza le persone che ne hanno fatto e ne fanno parte tuttora? Sarebbe migliore o peggiore di com’è adesso? Sicuramente, sarebbe molto diversa, così come lo sarebbe quella di Futami, se non potesse fare affidamento su alcune compagne di viaggio insostituibili, gli autentici pilastri della serie. Kaede Satō, l’editor di Futami, l’unica ad aver creduto nelle sue capacità quando nessun'altro era disposto a farlo, una donna dall’atteggiamento serio ma dall’animo gentile, che fa dell’introversione e la timidezza – strano a dirsi per un’editor – i suoi tratti caratteristici. Mizuki Hazama, l’assistente principale di Futami che coltiva ancora il sogno di diventare mangaka, che si distingue per la sua diligenza senza limiti e la sua incredibile capacità nel tenere Futami concentrata sul suo lavoro. Arisa Nashida, collega mangaka professionista di Futami che ha la cattiva abitudine di sfogare le sue frustrazioni bevendo, il che la rende la mattatrice della serie, anche perché vive stabilmente – e senza pagare – a casa di Futami. Il roaster di personaggi si estende anche a quelli secondari: l’affabile consulente shogi, Toko Kakunodate; la seconda – e clamorosamente in erba – assistente di “A Subaru”, Nekonote; la mangaka popolare e mentore di Futami e Nashida, la sensei Ren Takizawa; la dolce cagnolina, Takara-chan ecc. Tutti questi personaggi cambiano e, a mio avviso, rendono assolutamente migliore e più movimentata la vita di Futami, che rappresenta la vera stella della serie. Negli atteggiamenti e nel modo di fare pessimista e tragico, Futami assomiglia incredibilmente a Hitori Goto, protagonista di “Bocchi the Rock!”. Quando insorge una difficoltà – e sono tante nella vita di un mangaka –, Futami si avvilisce completamente e si butta giù, diventando letteralmente un’ameba, un condensato gelatinoso, inerme e inoffensivo. In queste situazioni, diventa fondamentale il supporto delle persone che le stanno accanto, Kaede e Hazama su tutte, per quanto le interazioni più esilaranti siano quelle con Nashida, la sua rivale nell’universo della spietata editoria giapponese. Eppure, quando c’è da disegnare, Futami dimostra un talento senza pari, quello dei grandi mangaka di successo, quale ella è destinata a diventare in futuro, o almeno me lo auguro.

Per quel che riguarda il lato tecnico e musicale, le animazioni sono veramente ridotte all’osso ma molto ben curate, così come i disegni: minimal ma perfettamente inseriti nel contesto di una serie di questo tipo. Di musiche e canzoni non ce ne sono poi tante, sintomo di uno scarso interesse mostrato per il comparto musicale; ciononostante, ho apprezzato particolarmente l’opening, “Zettai Shōsan!” di Honeyworks e HaKoniwalily che ho trovato orecchiabile e piacevole da ascoltare.

Insomma, la stagione autunnale è stata una mezza schifezza, non solo dal punto di vista degli anime usciti, ma almeno una gioia me l’ha regalata e, onestamente, spero che possiate presto condividerla con me, prendendo visione di “A Mangaka’s Weirdly Wonderful Workplace”.