Fantascope ~Tylostoma~
"L'archeologia del sogno e il suo impatto sensoriale".
Se cercate una narrazione lineare o il rassicurante conforto dell'animazione tradizionale, non procedete nella lettura del mio modestissimo commento né immergetevi nel labirinto visivo di Yoshitaka Amano: "Fantascope - Tylostoma" non è propriamente solo un film da guardare, ma un'esperienza sensoriale in cui immergersi, con il rischio, o il privilegio, di uscirne con un profondo senso di inquietudine.
Probabilmente questo mediometraggio è, prima di tutto, un omaggio artistico all'archeologia del cinema. Richiama alla mente gli esperimenti ottici di fine Ottocento e inizio Novecento (e i fantascopi...), quel momento storico fervido di idee e innovazioni in cui l'uomo ha cercato di catturare i sogni, plasmarli su pellicola e lasciarli scorrere di nuovo liberi. Amano sembra aver sognato la sua opera proprio all'interno di una di quelle antiche lanterne magiche dando l'illusione del movimento con una sorta di pittorialismo animato.
Lo spettatore non si ritrova di fronte un'animazione fluida e convenzionale, ma a dei "quadri" solo parzialmente statici, delle tavole che sembrano immobili ma che vibrano di micro-movimenti ciclici: l'ondeggiare sinuoso dei capelli della protagonista, le onde del mare e la nave e i fondali statici, la luce abbagliante che avvolge la coppia in un abbraccio o nell'amplesso (metafora dell'amore). Il tutto con uno stile inconfondibile rappresentato dalle eteree illustrazioni. È il classico "show-don't tell" in cui dettagli e giochi di luce raccontano molto più dei dialoghi stessi.
Questo approccio anti-narrativo e puramente sensoriale mi ha richiamato alla memoria un altro capolavoro molto legato allo stile di Amano: mi riferisco a "Tenshi no Tamago" ("L'Uovo dell'Angelo"), diretto da Mamoru Oshii nel 1985. In entrambe le opere, il rassicurante esoscheletro di una trama lineare abdica per lasciare spazio a un'allegoria visiva dove il non-detto regna sovrano. Se nell'opera di Oshii il viaggio onirico della bambina e del soldato si muoveva in un paesaggio gotico e decadente, scandito da silenzi opprimenti e da un criptico simbolismo biblico, in "Fantascope" si può ritrovare la medesima semantica dell'anima: i personaggi diventano simulacri, contenitori di un'angoscia esistenziale che si esprime esclusivamente attraverso la pura forma. L'etereità dei volti pallidi, gli sguardi statici persi nel vuoto e il world building, che diventa una metafora dell'interiorità contorta e oscura, trasformano il medium animato in una specie di evocazione di uno stato d'animo.
In tal senso, il risultato è raggiunto non solo attraverso i superbi disegni di Amano ma anche grazie alla cadenza recitativa della voce narrante fuori campo, quasi ipnotica, e dalla colonna sonora con un quasi omnipresente violoncello che sembra evocare la nostalgia e il rimpianto.
Il film, pur nella sua brevità, non risparmia colpi di scena, alternando momenti di sublime bellezza a derive di orrore quasi kafkiano. E alla fine, quando tutto sfuma e rimane solo il suono delle onde del mare, lo spettatore si rende conto di essere stato accompagnato in un viaggio onirico. "Fantascope - Tylostoma" è un caleidoscopio che prova ad accompagnare lo spettatore a vedere e sentire un'opera con una percezione sensoriale scevra da qualsiasi filtro razionale per abbandonarsi al puro godimento delle immagini e dei suoni.
Se cercate una narrazione lineare o il rassicurante conforto dell'animazione tradizionale, non procedete nella lettura del mio modestissimo commento né immergetevi nel labirinto visivo di Yoshitaka Amano: "Fantascope - Tylostoma" non è propriamente solo un film da guardare, ma un'esperienza sensoriale in cui immergersi, con il rischio, o il privilegio, di uscirne con un profondo senso di inquietudine.
Probabilmente questo mediometraggio è, prima di tutto, un omaggio artistico all'archeologia del cinema. Richiama alla mente gli esperimenti ottici di fine Ottocento e inizio Novecento (e i fantascopi...), quel momento storico fervido di idee e innovazioni in cui l'uomo ha cercato di catturare i sogni, plasmarli su pellicola e lasciarli scorrere di nuovo liberi. Amano sembra aver sognato la sua opera proprio all'interno di una di quelle antiche lanterne magiche dando l'illusione del movimento con una sorta di pittorialismo animato.
Lo spettatore non si ritrova di fronte un'animazione fluida e convenzionale, ma a dei "quadri" solo parzialmente statici, delle tavole che sembrano immobili ma che vibrano di micro-movimenti ciclici: l'ondeggiare sinuoso dei capelli della protagonista, le onde del mare e la nave e i fondali statici, la luce abbagliante che avvolge la coppia in un abbraccio o nell'amplesso (metafora dell'amore). Il tutto con uno stile inconfondibile rappresentato dalle eteree illustrazioni. È il classico "show-don't tell" in cui dettagli e giochi di luce raccontano molto più dei dialoghi stessi.
Questo approccio anti-narrativo e puramente sensoriale mi ha richiamato alla memoria un altro capolavoro molto legato allo stile di Amano: mi riferisco a "Tenshi no Tamago" ("L'Uovo dell'Angelo"), diretto da Mamoru Oshii nel 1985. In entrambe le opere, il rassicurante esoscheletro di una trama lineare abdica per lasciare spazio a un'allegoria visiva dove il non-detto regna sovrano. Se nell'opera di Oshii il viaggio onirico della bambina e del soldato si muoveva in un paesaggio gotico e decadente, scandito da silenzi opprimenti e da un criptico simbolismo biblico, in "Fantascope" si può ritrovare la medesima semantica dell'anima: i personaggi diventano simulacri, contenitori di un'angoscia esistenziale che si esprime esclusivamente attraverso la pura forma. L'etereità dei volti pallidi, gli sguardi statici persi nel vuoto e il world building, che diventa una metafora dell'interiorità contorta e oscura, trasformano il medium animato in una specie di evocazione di uno stato d'animo.
In tal senso, il risultato è raggiunto non solo attraverso i superbi disegni di Amano ma anche grazie alla cadenza recitativa della voce narrante fuori campo, quasi ipnotica, e dalla colonna sonora con un quasi omnipresente violoncello che sembra evocare la nostalgia e il rimpianto.
Il film, pur nella sua brevità, non risparmia colpi di scena, alternando momenti di sublime bellezza a derive di orrore quasi kafkiano. E alla fine, quando tutto sfuma e rimane solo il suono delle onde del mare, lo spettatore si rende conto di essere stato accompagnato in un viaggio onirico. "Fantascope - Tylostoma" è un caleidoscopio che prova ad accompagnare lo spettatore a vedere e sentire un'opera con una percezione sensoriale scevra da qualsiasi filtro razionale per abbandonarsi al puro godimento delle immagini e dei suoni.
Vuoi altro per morire d’ansia guardando il film? Questo è Cinema d’animazione.
Questo film è un omaggio agli esperimenti di fine 800’ ed inizio 900’ sull’immagine prodotta e riprodotta. E’ un momento in cui si cerca di dare forma ai sogni, di crearli, catturarli, plasmarli e lasciarli nuovamente liberi. In Europa questa tendenza lascia fantasticare tante generazioni che saranno l’archeologia del cinema. Per comprendere meglio, invito chi può, qui nella mia Torino al Museo Nazionale del Cinema nella Mole Antonelliana, è il “Museo” del cinema a livello europeo, e qui trovare molto del fantascopio. Questo anime è qualcosa di geniale per come nasce, sembra che il regista lo abbia sognato proprio dentro la mole. Vi scrivo mentre lo guardo e riguardo e anche se non c’è ombra di oscar o di Leone d’oro, si scorge qualche menzione speciale almeno a Berlino (vedremo). Non avendo i sottotitoli in italiano sto visionando l’opera in giapponese, e questo mi permette di vedere il film nella sua anima. Esso parla molto bene, il significato dei monologhi o dei dialoghi per esempio, anche se in giapponese, emerge chiaramente dalla voce fuori campo, dall’inquadratura fuori campo, dal movimento sinuoso dei capelli della donna, dai quadri falsamente fermi in stop motion, quadri statici? So e ni, sono fermi ma con qualche dettaglio in movimento , per es i capelli, o la luce brillante che avvolge la donna o la coppia nel loro abbraccio (luce bianca=amore puro tra i due), o la luce che avvolge il piede di lui che si accinge al passo. Ottimo il teschio in trio che emerge dall’ombra, piani, primissimi piani che fanno parlare sempre moderatamente, il personaggio. Noterete tre filoni narrativi: l’acqua in movimento su ambiente fermo o lievemente mosso dalla camera in soggettiva, il personaggio fermo con dettaglio semantico che prende forma ciclica (si muove ciclicamente come i capelli che eseguono lo stesso gesto), la voce fuori campo del narratore (eccellente recitazione), e la musica di un violoncello (strumento del sentimento della nostalgia da sempre, come l’oboe lo è della malinconia lontana). In complessiva un fantascopio vivente che con la computer graphic è splendido, mai un eccesso, Il regista merita gli applausi. Il film è rivolto a tutti perché senza volerlo ripropone allo spettatore ( a te che lo guardi ) un modo per educarti a vedere e sentire il cinema. La scena d’amore tra i due è genialità, i sospiri, l’immaginato detto nei sospiri e nei dettagli e poi il battito cardiaco di qualche cosa che nasce accompagnato da una Ave Maria da banda Musicale Rai!
Ancora il rosso ematico, riprodotto per tre e per tre, la sofferenza vista con un vortice di nuvole scure che ti avvolgono, il morire annunciato da un labirinto pieno di colori e la luce bianca, intensa che come una pioggerellina dall’alto avvolge quest’anima in pena (con un montaggio di immagini fantastico, sfumato, diretto e ancora sfumato, poi il capolavoro delle nuvole, che rappresentano le tenebre, le quali si spaccano in due e si diradano (da una parte il bene e dall’altra il male, da una parte chi vive e dall’altra chi muore).
Volevi i colpi di scena? Eccoli, le scene montate in brevi intervalli di tempo tra primopiano/sangue/aureola boreale d’orata/la luce bianca/le voci fuoricampo in dialogo/la musica gregoriana/il narratore. Le finestre si aprono sull’orrore e sulla paura di Kafka, mentre quella maledetta conchiglia che all’inizio trama cade di mano al disegnatore (ricordi?), ora è all’orecchio della donna diventata mamma. Airo , Airo, Airo (capisci?)
Ripeto, Vuoi altro per morire d’ansia guardando il film? E se alla fine senti il rumore delle onde, Cedi la tua vita sei già nel trapasso!
Questo film è un omaggio agli esperimenti di fine 800’ ed inizio 900’ sull’immagine prodotta e riprodotta. E’ un momento in cui si cerca di dare forma ai sogni, di crearli, catturarli, plasmarli e lasciarli nuovamente liberi. In Europa questa tendenza lascia fantasticare tante generazioni che saranno l’archeologia del cinema. Per comprendere meglio, invito chi può, qui nella mia Torino al Museo Nazionale del Cinema nella Mole Antonelliana, è il “Museo” del cinema a livello europeo, e qui trovare molto del fantascopio. Questo anime è qualcosa di geniale per come nasce, sembra che il regista lo abbia sognato proprio dentro la mole. Vi scrivo mentre lo guardo e riguardo e anche se non c’è ombra di oscar o di Leone d’oro, si scorge qualche menzione speciale almeno a Berlino (vedremo). Non avendo i sottotitoli in italiano sto visionando l’opera in giapponese, e questo mi permette di vedere il film nella sua anima. Esso parla molto bene, il significato dei monologhi o dei dialoghi per esempio, anche se in giapponese, emerge chiaramente dalla voce fuori campo, dall’inquadratura fuori campo, dal movimento sinuoso dei capelli della donna, dai quadri falsamente fermi in stop motion, quadri statici? So e ni, sono fermi ma con qualche dettaglio in movimento , per es i capelli, o la luce brillante che avvolge la donna o la coppia nel loro abbraccio (luce bianca=amore puro tra i due), o la luce che avvolge il piede di lui che si accinge al passo. Ottimo il teschio in trio che emerge dall’ombra, piani, primissimi piani che fanno parlare sempre moderatamente, il personaggio. Noterete tre filoni narrativi: l’acqua in movimento su ambiente fermo o lievemente mosso dalla camera in soggettiva, il personaggio fermo con dettaglio semantico che prende forma ciclica (si muove ciclicamente come i capelli che eseguono lo stesso gesto), la voce fuori campo del narratore (eccellente recitazione), e la musica di un violoncello (strumento del sentimento della nostalgia da sempre, come l’oboe lo è della malinconia lontana). In complessiva un fantascopio vivente che con la computer graphic è splendido, mai un eccesso, Il regista merita gli applausi. Il film è rivolto a tutti perché senza volerlo ripropone allo spettatore ( a te che lo guardi ) un modo per educarti a vedere e sentire il cinema. La scena d’amore tra i due è genialità, i sospiri, l’immaginato detto nei sospiri e nei dettagli e poi il battito cardiaco di qualche cosa che nasce accompagnato da una Ave Maria da banda Musicale Rai!
Ancora il rosso ematico, riprodotto per tre e per tre, la sofferenza vista con un vortice di nuvole scure che ti avvolgono, il morire annunciato da un labirinto pieno di colori e la luce bianca, intensa che come una pioggerellina dall’alto avvolge quest’anima in pena (con un montaggio di immagini fantastico, sfumato, diretto e ancora sfumato, poi il capolavoro delle nuvole, che rappresentano le tenebre, le quali si spaccano in due e si diradano (da una parte il bene e dall’altra il male, da una parte chi vive e dall’altra chi muore).
Volevi i colpi di scena? Eccoli, le scene montate in brevi intervalli di tempo tra primopiano/sangue/aureola boreale d’orata/la luce bianca/le voci fuoricampo in dialogo/la musica gregoriana/il narratore. Le finestre si aprono sull’orrore e sulla paura di Kafka, mentre quella maledetta conchiglia che all’inizio trama cade di mano al disegnatore (ricordi?), ora è all’orecchio della donna diventata mamma. Airo , Airo, Airo (capisci?)
Ripeto, Vuoi altro per morire d’ansia guardando il film? E se alla fine senti il rumore delle onde, Cedi la tua vita sei già nel trapasso!