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esseci

Episodi visti: 4/4 --- Voto 9
“Non siamo ciò che vogliamo apparire, ma ciò che cerchiamo di nascondere”.

Nel complesso delle produzioni sempre più ampie e variegate delle opere cinematografiche coreane recenti, ammetto che “Persona” mi ha impressionato per l'originalità e la sua spiccata audacia di sperimentare e cercare di raccordare la sensibilità autoriale con la potenza evocativa del linguaggio audiovisivo d'avanguardia teso alla ricerca dell'innovazione espressiva e formale.
Trasmessa nel 2019 (non è quindi una novità…), la serie si compone di quattro cortometraggi del tutto indipendenti per regia e sceneggiatura ma accomunati dalla presenza di Lee Ji-eun, che per quanto appreso documentandomi in rete era all'epoca una star del K-pop e attrice in rapida ascesa.

Questa serie è una convincente prova della crescente internazionalizzazione del cinema e della serialità sudcoreana, che negli ultimi anni ha saputo conquistare pubblico e critica a livello mondiale grazie a opere anche premiate in Occidente come “Parasite”, “Squid Game” e “The Glory”.
“Persona” non è tanto una raccolta di storie nel senso convenzionale del termine, ma sembra più un’odissea simbolica nell’essenza dell’umano attraverso le possibili sfaccettature dell’identità, dell’amore, dell’ossessione, del ricordo e dell’alienazione, tutti temi di natura universale che trovano qui una declinazione decisamente orientale ma anche sorprendentemente comprensibile e apprezzabile per la weltanschauung occidentale.

Il viaggio che “Persona” propone, grazie alla pluralità di approcci diversificati offerti dai quattro registi coinvolti (Lee Kyoung-mi, Yim Pil-sung, Jeon Go-woon e Kim Jong-kwan), è una sorta di point of view sfaccettato, personale e originale sulla vita che oscilla tra sarcasmo, malinconia, provocazione e poesia visiva.

In questa opera di sperimentalismo narrativo e visivo, il trait d’union è rappresentato dalla presenza poliedrica di Lee Ji-eun che dimostra di poter interpretare ruoli tra i più disparati come una sorta di medium, maschera, corpo e voce di una pluralità di personaggi tutti diversi tra loro, attraversando generi e stati d’animo con una perizia e capacità non indifferenti. Una sorta di costante nella sua mutevolezza che offre nelle varie interpretazioni e nella pluralità di stili narrativi una sorta di coerenza proprio nella eccessiva frammentazione.

“Persona”, infatti, non è definibile né come una serie in senso tradizionale, né come una semplice raccolta antologica di corti: andrebbe piuttosto vista e considerata nella sua completezza come una vera e propria persona con le sue contraddizioni, illogicità, disomogeneità, sfaccettature affinché se ne possa poi comprendere il big picture complessivo attraverso le varie fasi dell'esistenza umana.
Penso altresì che quest'opera si possa considerare e definire come cinema d’autore che privilegia l’ambiguità, la suggestione, il non detto (nella miglior tradizione orientale che tanto apprezzo), invitando lo spettatore a un viaggio poetico e introspettivo, più che a una narrazione lineare e semplice.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma che cosa narra “Persona”?
Avendo ormai illustrato ampiamente la mia impressione sull'opera come una sorta di esplorazione delle diverse declinazioni dell’amore e dell’identità utilizzando modalità di narrazione che spaziano dal dramma psicologico al noir, dal racconto di formazione al melodramma onirico e grottesco, anticipo solo in estrema sintesi i quattro episodi.

“Love Set” – regista Lee Kyoung-mi – Una sfida a tennis tra la protagonista interpretata da Lee Ji-eun e la possibile futura matrigna si trasforma in una sorta di duello emotivo.
“Collector” – regista Yim Pil-sung – Un appuntamento tra la protagonista interpretata da Lee Ji-eun e il suo amante più anziano in un gioco di potere e desiderio per una parodia horror del possesso maschile.
“Kiss Burn” – regista Jeon Go-woon – In un contesto agreste e lontano dalle caotiche città dell'Estremo Oriente, la giovane protagonista interpretata da Lee Ji-eun e la sua amica tramano una vendetta contro il solito padre autoritario, con una narrazione tra ironia, comicità e rabbia.
“Walking at Night” – regista Kim Jong-kwan – In un affresco in bianco e nero, la protagonista interpretata da Lee Ji-eun e il suo amante si ritrovano in una sorta di sogno, tra ricordi, rimpianti e un addio struggente e definitivo.

Probabilmente ogni cortometraggio, della durata media di 20-25 minuti, richiederebbe una recensione ad hoc. Mi limito a osservare che ciascuno è caratterizzato da un simbolismo molto spiccato e da scelte registiche molto diverse.
Se la partita di tennis può essere interpretata come metafora delle emozioni represse e del desiderio di competizione e annientamento dell'avversaria fino al rispetto della sconfitta, l'episodio sulla collezionista diventa un delirio onirico sulla paura dell'abbandono e sulla confusione di comodo tra realtà e ciò in cui ci si rifugia per non soffrire. Se quello sul bacio che brucia rappresenta l'affermazione di sé nel delicato passaggio dalla fanciullezza all'età adulta, la passeggiata notturna è la metafora della vita e della morte tout court tra ricordi, rimpianti, rimorsi e illusione di eternità.

Lo stile registico e interpretativo va di conseguenza ai temi e al simbolismo di cui accennavo in precedenza valorizzando al meglio i temi che gli episodi affrontano. La partita di tennis sembra ispirarsi al Sergio Leone degli spaghetti western: lunghi primi piani, dettagli delle comunicazioni non verbali, inquadrature particolareggiate e dinamiche, dialoghi ridotti all'osso. La collezionista richiama vagamente lo stile di D. Lynch e l’onirico horror orientale in una spirale distruttiva di dolore e sconforto. Il bacio che brucia trasmette l'ingenuità e la spensieratezza giovanili in una sorta di neorealismo in contrapposizione alle rigide regole del mondo adulto. La passeggiata notturna beneficia dell’atmosfera contemplativa e rarefatta sospesa tra realtà e sogno, accentuata dal bianco e nero che trasforma l’ambientazione in un luogo senza tempo.

Per concludere, si può azzardare che “Persona” sia un’opera on the edge: una sorta di sfida alle categorie tradizionali di genere, formato e linguaggio. Non è ascrivibile né a una serie nel senso classico, né a un film, né a una semplice raccolta di corti: è un’esperienza visiva e simbolica che invita lo spettatore a un viaggio interiore.
Il suo valore risiede non in ciò che narra ma nelle modalità con cui coniuga sperimentazione formale e profondità tematica, valorizzando al meglio la performance dell’attrice-cantante.
I suoi limiti sono quelli tipici delle opere sperimentali: la discontinuità, la presenza di episodi meno riusciti, la cripticità per un pubblico abituato a sceneggiature più convenzionali. Tuttavia, questi limiti sono anche le sue potenzialità, aprendo allo spettatore scenari di nuove forme di racconto, di linguaggio e di commistione tra cinema, performance e poesia.