Oltre la sceneggiatura: il legame indissolubile tra Ai e il dottor Wada
Il film racconta la storia vera di Ai Haruna, nata Kenji Onishi, la prima figura pubblica giapponese a sottoporsi alla riassegnazione del sesso, in un'epoca in cui questa procedura era ancora un tabù pressoché assoluto.
La svolta arriva negli anni '90 grazie al lavoro in un cabaret e all'incontro con il medico Koji Wada, che accetta di eseguire l'intervento sfidando la legge vigente e lo stigma sociale.
La genesi del film risale a un incontro avvenuto a Osaka, che portò Osamu Suzuki a interessarsi alla relazione tra Haruna Ai e il dottor Koji Wada.
La sceneggiatura si fonda sull’autobiografia di Haruna, "Subarashiki, Kono Jinsei", e su pubblicazioni che raccontano l’esperienza medica e personale di Wada.
La stessa Ai ha dichiarato in diverse interviste nel corso degli anni che il dottor Wada è stato l'unica persona a non averla mai guardata come un "caso clinico" o un "fenomeno", ma come un essere umano fin dal primo istante.
Questa connessione alla vita reale è qualcosa che diversi membri del cast e della produzione hanno richiamato anche durante le interviste promozionali: l’obiettivo dichiarato è stato rendere autentico e rispettoso il passaggio dal quadro sociale alla dimensione privata della protagonista, evitando semplificazioni sensazionalistiche e valorizzando invece la profondità umana del racconto.
Una tematica per nulla pop in una scrittura volutamente chiara
L’identità trans al cinema viene ancora spesso trattata in modo estremo o semplificato: o come tema da film indipendente, intimo e doloroso, o come elemento “shock” inserito in prodotti di genere. In Giappone esistono precedenti importanti e coraggiosi, come Midnight Swan, che ha ottenuto un ampio riconoscimento di pubblico e critica affrontando il tema con sensibilità e profondità. Tuttavia, opere di questo tipo restano relativamente rare nel panorama mainstream, soprattutto quando si parla di produzioni ad alto budget e distribuzione globale.
Un biopic come This Is I, sostenuto da una piattaforma internazionale, rappresenta ancora un caso particolare, riuscendo a rimanere pop senza trasformare l’identità della protagonista in un simbolo astratto o in un espediente narrativo.
La sceneggiatura di Osamu Suzuki è sincera e rispettosa delle fonti biografiche, ma talvolta paga il prezzo di una struttura filmica molto tradizionale e di un ritmo non sempre fluido, soprattutto nella parte centrale.
Il film segue infatti in modo abbastanza lineare lo schema classico dei biopic, risultando quindi in alcuni momenti un po' prevedibile.
Eppure sarebbe un errore leggere questa scelta solo come un limite.
This Is I è un’opera che sceglie deliberatamente la chiarezza invece della complessità, e proprio questa scelta, che a volte lo rende didascalico, è anche ciò che lo rende più efficace.
Perché su questi temi specifici esistono opinioni gridate dappertutto e conoscenza reale quasi da nessuna parte. In questo senso, This Is I è un film che avrebbe perfettamente senso proiettare nelle scuole.
Corpi e sguardi: la forza di un cast in stato di grazia
La pellicola guadagna profondità anche grazie alla credibilità delle interpretazioni.
In particolare Haruki Mochizuki riesce a dare vita al personaggio di Ai Haruna con grande intensità, sostenendo dall’inizio alla fine un ruolo complicatissimo e stratificato senza mai scivolare nella caricatura e senza perdere mai in efficacia.
Accanto a lui, Takumi Saitō offre una performance altrettanto solida nel ruolo del dottor Wada, conferendo al personaggio una grande umanità e una sensibilità credibile e palpabile.
Wada rappresenta la scienza che si fa empatia: un approccio rivoluzionario per quegli anni, e una figura narrativa chiave nel percorso di legittimazione del protagonista.
Accanto a loro meritano una menzione anche tre interpretazioni fondamentali: Tae Kimura, Seiji Chihara e Ataru Nakamura.
Tae Kimura, nel ruolo della madre Hatsue, riesce a rendere credibile la contraddizione più tipica della famiglia tradizionale: l’amore che esiste, ma non sa come esprimersi senza trasformarsi in rifiuto o paura.
Seiji Chihara, nei panni del padre Kazutaka, incarna, invece, con incredibile efficacia la durezza del patriarcato giapponese.
Un muro fatto di silenzi e ostinazione più che di vera cattiveria e proprio per questo ancor più realistico.
Infine Ataru Nakamura, una delle figure transgender più note e riconoscibili del Giappone, dà ad Aki -la performer che gestisce il cabaret e diventa mentore di Kenji- una presenza magnetica e protettiva.
Risulta un personaggio quasi iniziatico, che rappresenta la prima forma di riconoscimento e la porta d’ingresso verso una vera comunità, in un mondo che fino a quel momento aveva concesso alla protagonista solo vergogna e solitudine.
Regia e stile visivo nell’arte del "non detto", e il filtro del tempo
La regia di Matsumoto in questo film lavora spesso per sottrazione, evitando quasi sempre gli scontri frontali e preferendo mettere in scena una continua tensione silenziosa, molto coerente con la cultura giapponese.
Questo avviene sia in ambito familiare che nelle scene che riguardano gli interrogatori subiti da Wada.
Il regista conferma questa sensibilità evitando di ritrarre i genitori come "mostri", scegliendo invece di mostrarne la profonda confusione e mettendo l'accento sul dolore di una famiglia che cerca faticosamente di capire.
Un approccio realistico e non stereotipato che conferisce ancora più sostanza alla narrazione.
Dal punto di vista visivo, Matsumoto usa inoltre spesso il "fuoco selettivo" -tecnica cinematografica che sposta l'attenzione dello spettatore su un dettaglio/personaggio in particolare- per isolare Ai dalla folla, enfatizzandone il senso di estraneità anche quando è sul palco.
Un altro elemento riuscito è l’uso, sporadico ma significativo, di sequenze quasi oniriche, costruite come piccoli momenti da musical.
Sono passaggi brevi e controllati, usati come acceleratori emotivi, nei quali la trasformazione interiore della protagonista viene espressa attraverso il ritmo, l'immagine e l'atmosfera.
È il caso della sequenza in cui Kenji si veste per la prima volta da donna e si reca alla clinica del dottor Wada: una scena che, grazie alla scelta musicale, assume quasi il valore di un rito di passaggio.
Lo stesso accade dopo l’operazione e in altri momenti topici, dove il film lascia che siano le note, più delle parole, a farci percepire il cambiamento e le emozioni del personaggio.
Il film non è però scevro da difetti e da alcune evidenti semplificazioni.
Nelle scene ambientate tra il 1988 e il 1993, ad esempio, i personaggi utilizzano espressioni come “identità di genere”, termine che all’epoca era pressoché sconosciuto fuori dai testi specialistici.
Anche nei dialoghi del liceo emerge una sensibilità verso bullismo e salute mentale tipica della cultura contemporanea: negli anni ’90 (giapponesi e non solo), omofobia e transfobia erano spesso più esplicite e molto meno mediate da questa forma di consapevolezza psicologica.
Un altro anacronismo è legato alla rappresentazione del percorso medico.
Il film suggerisce infatti un protocollo di supporto psicologico molto moderno, mentre storicamente il primo caso ufficiale di riassegnazione di genere in Giappone risale al 1998 presso la Saitama Medical University.
Questo implica che negli anni ’90 ai tempi in cui Wada operava l'impostazione fosse molto più sperimentale e meno strutturata.
La gabbia dorata e il prezzo della presentabilità
La critica più interessante che si può muovere al film riguarda forse proprio ciò che sceglie di non dire apertamente.
Il primo non detto è che non si tratta solo di affrontare alcune persone intolleranti: è l’intero meccanismo sociale a essere costruito per schiacciare chiunque esca dalla norma. Il film sfiora questa dimensione strutturale, ma torna subito sul binario emotivo e personale, sicuramente più digeribile per il pubblico globale.
Il secondo non detto è ancora più scomodo: il mondo dello spettacolo giapponese dei primi anni 2000 viene raccontato con una certa prudenza, senza essere mostrato fino in fondo come un ambiente tossico e predatorio.
Sembra quasi che il dolore della protagonista sia un incidente in quel contesto, quando spesso è parte integrante del meccanismo.
Il film suggerisce comunque una verità abbastanza chiara: ti lasciano esistere solo se resti dentro una cornice controllata.
Puoi essere trans, purché tu sia presentabile, purché diventi un personaggio, purché tu intrattenga e soprattutto purché non incrini mai la "superficie sociale".
L'insostenibile bellezza di chi sceglie di rinascere
Concludendo, This Is I è un ottimo film che, pur non mordendo il sistema sociale al collo, compie un gesto forte, efficace e raro.
Normalizza un tabù e ce lo lancia in faccia come una granata emotiva, senza lasciarci il tempo di distogliere lo sguardo.
Non è perfetto, non è sempre sottile e non è neppure sempre filologicamente preciso, ma è profondo, credibile, necessario e potente.
Il lato medico della storia non viene edulcorato e può mettere a disagio, perché ci ricorda costantemente che l’identità non è solo un’idea astratta o una parola da dibattito, ma corpo, dolore, rischio, sangue e decisioni irreversibili. E' materia reale.
Uno dei maggiori punti di forza del film risiede proprio nella sua capacità di trasformare ciò che inizialmente può spaventare (l’intervento chirurgico, il corpo medicato, le implicazioni irreversibili della transizione) in qualcosa che, lentamente, diventa comprensibile. Mostrando senza filtri il lato medico e fisico del percorso, il film costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà concreta della scelta, fino a spostare l’attenzione dal gesto chirurgico alla persona che lo attraversa. È in questo passaggio che nasce l’empatia.
Scena dopo scena, This Is I riesce a spostare lo sguardo: dalla procedura alla persona, dalla curiosità al rispetto, dal tabù alla dignità.
Ciò che rimane alla fine non è paura, ma ammirazione, perché la parabola di Ai Haruna non è soltanto la storia di una transizione è, la storia di un’ambizione.
Questo è il racconto di una persona che non vuole solo "essere accettata", ma vuole brillare, esistere nel punto più esposto possibile: sotto le luci della ribalta, anche quando la vita, prima ancora della società, le suggerirebbe di accontentarsi di una normalità silenziosa.
Forse è proprio questo il senso del film: non raccontare solo di un corpo che cambia, ma di una volontà che non si spegne.
This Is I non chiede di essere d’accordo, né di essere celebrato come un manifesto, chiede solo una cosa: guardare.
E quando lo si fa, si capisce che il problema non è il tabù, ma tutto ciò che ci costringe a chiamarlo ancora così.
Perché se oggi Ai Haruna è un'icona, è solo perché lei ha smesso di chiedere al mondo il permesso di essere se stessa.
This is I: trailer in italiano
Pro
- Temi sensibili trattati con delicatezza e in modo diretto
- Cast credibile e intenso
- Regia intelligente
Contro
- Scrittura molto lineare
- Alcuni anacronismi e semplificazioni storiche






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