"La montagna ti sta chiamando, il cielo ti sta chiamando...
Qualcosa, laggiù, ti sta aspettando...

Il sangue nelle vene ti arde, splendente
Finalmente, hai compreso il motivo per cui sei nato..."


Il 7 aprile del 1986, esattamente quarant'anni fa, iniziava su TV Asahi Ginga Nagareboshi Gin, adattamento dell'omonimo manga di Yoshihiro Takahashi, introdotto da una sigla che già presenta ai suoi spettatori quella che sarà la sua caratteristica principale, nonchè il suo elemento di maggior fascino: la natura.
L'anime racconta la storia di Gin, un cagnolino di razza Akita, sin dalla nascita, e ne segue le svariate traversie. Destinato a diventare un grande cane da caccia, viene dapprima addestrato da un esperto ed austero cacciatore, nonno del suo padroncino e padrone, in passato, sia del padre che del nonno del cagnolino. In seguito, abbandonato il focolare domestico, si unisce ad un gruppo di cani randagi che lottano da soli contro un ferocissimo branco di orsi che seminano il panico tra gli uomini e gli animali.

 

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L'anime, prodotto da Toei e andato in onda per 21 episodi sino al successivo 22 settembre, segue il successo del manga, che veniva pubblicato sulle pagine di Shounen Jump di Shueisha fra il 1983 e il 1987 e poi raccolto in 18 volumi totali.
Ginga Nagareboshi Gin è una storia di crescita, di formazione e di scoperte, in primis della scoperta di sé attraverso la natura, ed è uno di quei vecchi shonen d’azione degli anni '70/’80 che tanto andavano di moda sulle nostre reti private qualche decennio fa, anche se questa serie in particolare sulle nostre tv non ci è mai arrivata (ma non vi avrebbe fatto cattiva figura, anzi!). Del resto, l'autore originale è stato assistente di Hiroshi Motomiya, guru dei manga "virili" per eccellenza, e a sua volta sarà invece suo assistente Tetsuo Hara, disegnatore di quell'Hokuto no Ken di cui Ginga Nagareboshi Gin sembra una versione animalesca.

 

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I manga d'azione/sport/combattimento per ragazzi di quel periodo erano rudi, grezzi, violenti, virili, sanguinosi, ma estremamente passionali, lirici, epici, vissuti da personaggi che attraversavano le più diverse difficoltà uscendone vincenti, con grandissimo spirito di abnegazione e un’incrollabile determinazione, con una grande potenza che veniva loro dal cuore.
C’è tutto questo e ancor di più, in Ginga Nagareboshi Gin, il quale, a prima vista, può sembrare quasi un meisaku, con la sua poetica e passionale storia di uomo, orso e cane. Eppure, bastano pochi episodi e questo anime ci stupisce, mostrandosi capace di infilarsi perfettamente in una tradizione già consolidata che prevede grandi drammi, allenamenti massacranti, tecniche segrete, combattimenti violenti e una crescita, sofferta e passionale, dei propri personaggi.
Sia nei suoi primi sei episodi, che mostrano il mondo “umano” del cagnolino Gin e il rapporto tra l’uomo e la natura nelle sue diverse forme, sia nei rimanenti quindici, che invece capovolgono completamente il modus narrandi dell’opera e gettano lo spettatore nell’immensa, bella e crudele natura, concentrandosi unicamente sui tanti protagonisti canini della storia, l’anime riesce a coinvolgere chi guarda e a colpirlo nel profondo, facendolo irrimediabilmente innamorare di sé.
E’ una storia apparentemente semplicissima. In fondo, si tratta unicamente di cacciatori e cani randagi che combattono contro gli orsi. Eppure, Ginga Nagareboshi Gin affascina, in primis con la sua storia vissuta da parecchi personaggi interessanti e ottimamente costruiti e narrata con grandissima maestria, giocando coi sentimenti dello spettatore e coinvolgendolo in momenti di grande lirismo e intensità.
Rispetto al manga, l'adattamento è più spedito, con diversi tagli qua e là e l'esclusione della saga finale del fumetto, che contrappone Gin e gli altri cani a un branco di lupi. L'anime sceglie di concentrarsi unicamente sulla lotta fra i cani di Gin e gli orsi di Akakabuto, rendendo la storia molto concisa e compatta, e dona al tutto il sapore di una lotta ancestrale voluta dal destino, super tragica, violenta, selvaggia, piena di sacrifici in nome dell'amicizia, drammi, intrisa di un lirismo, di una virilità d'altri tempi e di una passionalità estrema.

 

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Lo stile di disegno risulta molto fedele a quello del maestro Takahashi, nonché perfettamente inquadrato in una ben precisa tradizione stilistica propria di quegli anni, e il passaggio all’animazione giova molto, soprattutto ai personaggi umani. E’ uno stile rude, sporco, grezzo, ma potente e tremendamente efficace, sia nel rendere le svariate fisicità degli abitanti umani delle montagne di Ou, sia nel tratteggiare in maniera realistica le varie razze di cani e tipologie di orsi, senza mai rinunciare ad una grande espressività nel caso di tutti questi personaggi. Notevoli anche gli sfondi, che fanno fare allo spettatore un ideale tour del Giappone d'epoca, mentre Gin e gli altri lo girano in lungo e in largo per reclutare alleati qua e là.
La confezione tecnica di Ginga Nagareboshi Gin è splendida: la regia, le musiche, il doppiaggio, tutto è esagerato, tragico, virile, potente, commovente, atto a far scendere dai volti degli spettatori copiose cascate di "manly tears". Determinate soluzioni registiche atte ad esaltare le eroiche morti di alcuni personaggi sono indimenticabili, così come la colonna sonora orchestrata, maestosa e coinvolgente.

 

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Nel 1986, già Kinnikuman, Wingman, Hokuto no Ken, Choudenshi Bioman avevano mostrato come una serie per ragazzi ne guadagnasse tantissimo se accompagnata da canzoni graffianti, rock, cantate da voci calde e potenti. Ginga Nagareboshi Gin dimostra di aver imparato la lezione e affida l'esecuzione di tutte le sue canzoni a quel Takayuki Miyauchi che aveva cantato appunto diversi temi personali dei personaggi per Kinnikuman, l'esaltante "Aku! Retsu! Wingman", che accompagnava i combattimenti più concitati di Wingman, e l'iconica sigla di apertura di Choudenshi Bioman.
La sigla d'apertura "Nagareboshi Gin" è potentissima e irresistibile, mentre "Tomorrow", la ending, è al contrario una ballad molto dolce e poetica. Ma Miyauchi fa di più e si occupa di interpretare anche un sacco di insert song, ora esaltanti e graffianti, ora piacevolmente dolci, che compaiono in molte scene degli episodi: “Fire” e “Kokoro no kiba” hanno un ritmo aggressivo e graffiante, “Otokotachi, nakamatachi…” e “Shouri no uta”, quest’ultima azzeccatissimo sottofondo al finale della serie. sono emozionanti e sinceri elogi dell’amicizia virile.
Si raccoglie, dunque, l'eredità di serie come Kinnikuman e della sua struggente "See you again, hero...", che parlava di amicizie trovate fra una battaglia e l'altra, incontri e addii, e si anticipa di qualche mese ciò che, alla conclusione di Ginga Nagareboshi Gin, arriverà sullo stesso slot tv: Saint Seiya, altra serie dove a combattimenti molto violenti si affianca un elogio dell'amicizia, della virilità, della lotta per il bene a qualunque costo. Del resto, siamo lì, in piena "golden age" di Shounen Jump, e i cani guerrieri di Yoshihiro Takahashi non sono tanto diversi dai Choujin di Kinnikuman, dai giovani calciatori di Captain Tsubasa, dai wrestler reali piegati alle logiche dei passionali shounen degli anni '80 di Puroresu Star Wars. Quanto a Takayuki Miyauchi, tempo un paio d'anni e con Kamen Rider Black RX mostrerà ancora una volta quanto può fare la differenza inserire canzoni virili in sottofondo alle scene, siano potenti ed energiche nelle scene d'azione o poetiche ballad nelle scene più emotive.

 


Il doppiaggio giapponese si dimostra essere di altissimo livello e presenta tante voci di spicco dell’epoca che continuano ad essere famose ancora oggi. Si parte con i tre protagonisti Gin, Gohei e Daisuke, doppiati rispettivamente da Eiko Yamada (Taro Misaki in Captain Tsubasa), Takeshi Watabe (Kiba Daioh in Hokuto no Ken) e Chika Sakamoto (l'Agumon di Taichi in tutte le serie dei Digimon dove appare), per poi arrivare a Banjo Ginga, a Daisuke Gouri, a Hiromi Tsuru, a Masaharu Sato, a Hirotaka Suzuoki, a Hideyuki Tanaka e a moltissimi altri doppiatori di altissimo livello, che donano inflessioni molto personali e interpretazioni molto professionali nel caratterizzare tutti i personaggi della storia, rendendo questi cani spesso anche più umani degli umani stessi, ricchi di sfaccettature e modi di parlare particolari.

 

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In contemporanea con la trasmissione dell’anime, viene immessa sul mercato una considerevole quantità di merchandising, oggi rarissima e venduta a prezzi folli sulle aste online, che contava poster, figurine, cards, adesivi, pupazzetti, peluches, carte telefoniche, giochi in scatola, puzzles, romanzi, databook, libri illustrati, magneti per il frigorifero, cartoline, accendini, videocassette, capi di abbigliamento, scarpe e persino le bacchette per il pranzo. Senza dimenticare, naturalmente, i diversi dischi, LP e audiocassette che contenevano i singoli delle sigle e la colonna sonora della serie animata, con album differenziati per i brani cantati e quelli strumentali, diverse ripubblicazioni del manga e diverse edizioni in dvd.
In Italia, non è mai arrivato né come anime né come manga, ma nel corso degli anni ’80 e ‘90, Ginga Nagareboshi Gin arrivò al successo in altri paesi dell’Asia, come la Cina e la Corea, che sono gli unici al di fuori del Giappone dove è stato pubblicato il manga.
Al di fuori dell’Asia, la serie ottenne uno straordinario successo nei paesi scandinavi, in particolare in Danimarca, Svezia e Finlandia. In questi paesi, l’anime, trasmesso nel corso degli anni ’80, godette di una grandissima popolarità, probabilmente dovuta alla somiglianza fra il Giappone del monte Ou, con le sue cime innevate e i suoi cacciatori, e la realtà del Nord Europa. Non è un caso, dunque, se i maggiori siti Internet riguardanti Ginga Nagareboshi Gin (o, meglio, Hopeanuoli, ossia "Zanna d’argento", com’è noto nel Nord Europa) sono in lingua svedese o finlandese e che il Nord Europa sia l’unico paese al fuori dell’Asia in cui la serie è stata commercializzata in home video a più riprese, sia in vhs sia in dvd.
Le prime trasmissioni televisive e le prime edizioni in videocassetta della serie animata dei paesi scandinavi furono pesantemente censurate, con diversi tagli atti a nascondere o ad ammorbidire le molte scene sanguinose o violente o le morti di diversi personaggi (che però erano funzionali alla storia nella maggior parte dei casi). Questo non impedì alla serie di ottenere molteplici fan nel corso degli anni, e anzi portò a diverse riedizioni in home video della versione integrale e priva di censure della serie televisiva.

 

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Quanto a Yoshihiro Takahashi, sembra voler dedicare alla sua saga canina la sua intera vita: passato da Shueisha a Nihon Bungeisha negli anni '90, ha poi continuato a sfornare a manetta sequel, prequel e spin-off di Ginga Nagareboshi Gin, a cui seguono Ginga Densetsu Weed (1999, con un breve adattamento animato di 26 episodi uscito nel 2005), Ginga Densetsu Riki (2000), Ginga Densetsu Weed Gaiden (2001), Ginga Densetsu Weed: Orion (2009), Ginga Densetsu Akame (2014), Ginga: The last wars (2015), Ginga Densetsu Noa (2019) e Ginga Densetsu Requiem (attualmente in corso dal 2024).
Con l'unica eccezione del capostipite, tutte queste serie sono uscite su Manga Goraku della Nihon Bungeisha, una rivista diretta agli oggi cinquantenni che erano ragazzi negli anni '70 e '80 e sono cresciuti col mito dei teppisti, degli yakuza, del wrestling, delle arti marziali, dei detective hard boiled, dei manga di Ikki Kajiwara, Masami Kurumada, Hiroshi Motomiya, Akira Miyashita, senza ritrovarsi nella deriva più scanzonata che gli shounen hanno preso da Dragon Ball in poi. Manga Goraku è per loro, piena di sequel dei loro shounen preferiti di quando erano ragazzi e storie che parlano di mafiosi, lottatori di wrestling, detective, studenti teppisti, giocatori di mah jong, lottatori di sumo... e cani, tutti d'un pezzo. Che ancora lottano a rischio della vita, in una natura incontaminata, combattendo battaglie che sono scritte nel loro sangue, sin da quell'aprile del 1986.