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"Shōwa Genroku Rakugo Shinjū" (trad.: "Descending stories") è una di quelle opere che sembrano dimostrare quanto l’animazione possa essere adulta, raffinata e capace di scavare nelle pieghe più intime dell’animo umano, al pari di un'opera cinematografica "d'autore" recitata da attori in carne e ossa.
Sarà stata la sceneggiatura, la storia cui si ispira (l'omonimo manga josei di Haruko Kumota, serializzato tra il 2010 e il 2016), il chara-design così semplice, raffinato, realistico e armonioso (ben lontani da quelle esagerazioni cui ormai ci si sta abituando da anni nell'ambito dell'animazione nipponica) e il riuscito disegno e animazione delle espressioni dei personaggi mentre recitano il Rakugo, supportato da un doppiaggio che rende in modo incredibilmente realistico i cambiamenti di tono e voce mentre i personaggi recitano, in perfetta sincronia con il cambiamento di espressione e sguardo, ma raramente mi è capitato di vedere un'opera tanto coinvolgente, profonda e introspettiva, ben costruita, disegnata e recitata.
La prima stagione, adattamento dell’arco narrativo dedicato alla giovinezza di Yakumo Yurakutei VIII (Bon) e del suo amico-rivale Sukeroku (Shin), è un viaggio nella tradizione del rakugo, ma soprattutto un’indagine sulle identità che costruiamo attraverso l’arte, l’amore e il dolore; in altre parole: la vita.

Il leit motiv del Rakugo non mi aveva convinto appieno ed inizialmente ero titubante sulla visione di quest'opera. Mi sono dovuto ricredere: temevo un'opera pseudo didascalica e/o le solite rivalità e confronti stile spok-on (da cui non sono esenti in tutto o in parte altre serie su arti o sport tradizionali giapponesi che mi è capitato di vedere come "Chihayfuru" o "Un marzo da leoni").
E, invece… L'arte del Rakugo narrata in questa serie viene rappresentata in modo da intrecciarsi indissolubilmente con la vita di coloro che la interpretano, non restando limitata ad una mera performance recitata in modo magistrale e competitivo, ma diventando essa stessa parte delle esistenze dei personaggi, assurgendo ad un vero e proprio ruolo di "specchio" della loro anima.
Il rakugo è una forma di narrazione teatrale giapponese che per origine risale al periodo Edo. Un unico performer, seduto in seiza su un cuscino, racconta storie comiche o drammatiche interpretando più personaggi solo attraverso la voce, le espressioni e minimi movimenti del corpo.
È un’arte particolare, dove tutto dipende dalla capacità del narratore o cantastorie di evocare mondi interi con un gesto del ventaglio o un cambio di tono della voce.
La trasmissione del titolo di maestro (il nome d’arte, o "yagō") avviene secondo un sistema rigidamente gerarchico tipicamente nipponico: l’apprendista vive con il maestro, ne assorbe lo stile, ne impara i racconti, sviluppa se del caso un proprio stile e, quando ritenuto degno, riceve un nome della stessa linea.
È un’eredità simbolica molto ponderosa, quasi una reincarnazione artistica in un loop continuo in cui il Rakugo continua a vivere per traditio oralis.

La prima stagione è costruita proprio sulla dinamica della successione tra apprendisti e maestro ed è narrata come un lungo flashback del protagonista principale: Bon. Ormai anziano, racconta la sua vita al giovane ex-detenuto Yotarō, che desidera diventare suo discepolo e apprendista, e alla figlia ormai adulta di Shin e Yurie (Konatsu).
Un flashback che oscilla tra la bellezza e l'intraprendenza dell'epoca giovanile, collocabile storicamente negli anni 20-30 del secolo XX e che attraversa la seconda guerra mondiale, con tutte le sue difficoltà e atrocità, fino agli anni della difficile ripresa economica del Giappone e al passato recente (grossomodo anni '80-90) con tutti i cambiamenti sociali e culturali che influiscono e incidono anche e soprattutto sul successo e la diffusione del Rakugo tradizionale in Giappone.
Il cuore della serie è rappresentato dalle vicende vissute da Bon e Shin cresciuti insieme sotto lo stesso maestro e il loro talento nella recitazione de Rakugo, cui si aggiunge Yurie Miyokichi, attrice che non ha ottenuto successo, che dopo vicende alterne si innamora di Bon e, una volta respinta da lui, diventa la compagna di Shin.

Bon, Shin e Yurie sono le figure chiave di questa serie: tre personaggi perfettamente caratterizzati e sviscerati nel loro percorso di crescita personale e professionale con sullo sfondo le vicende storiche del Giappone del secolo scorso che segnerà le loro esistenze.
Bon è l'emblema della bellezza elegante, nonostante il problema della claudicanza, ma anche della timidezza e della fragilità. Complessato per il problema fisico e cresciuto in un ambiente rigido, resta segnato da un diffuso senso di inadeguatezza che non riuscirà mai a superare. Bon trova nel rakugo non solo un lavoro di successo, ma un rifugio in cui nonostante tutto riesce ad essere se stesso e a brillare come persona e non solo come cantastorie. La sua recitazione è conseguente al suo carattere e stile: controllata, raffinata, quasi snob e ricercata. E si intuisce che lui è diventato un artista sempre proiettato alla ricerca della perfezione per star bene con se stesso e con gli altri, nella sua visione della esistenza molto regolata e responsabile.
Shin è l'opposto di Bon, quello che si potrebbe definire come quello "esatto": Estroverso, vitale ma anche disordinato, spaccone, spendaccione, incapace di badare a se stesso. Un artista dell'improvvisazione quasi geniale e il Rakugo che recita è spontaneo, sanguigno in cui la tecnica conta ben poco perché lui non studia e non riflette ma istintivamente vuole portare la recitazione il più possibile vicino agli spettatori per coinvolgerli.
La dicotomia tra i due è resa magistralmente dall'opera e la rivalità/ammirazione e rispetto reciproco tra i due rappresenta la croce e delizia dell'esistenza di Bon, sempre crucciato dalla facilità e la bravura con cui Shin riesce a recitare. Come lo Yin e Yang, Bon e Shin rappresentano due forze opposte ma complementari e interdipendenti che si attraggono e si respingono in un affascinante equilibrio e interazione cameratesca fragile ma sempre presente.

L'equilibrio tra i due si interrompe (non verrà mai meno...) a causa delle scelte del maestro dei due sulla successione e, soprattutto, per la presenza dell'avvenente e seduttiva Yurie che, a dispetto della sua apparente sfrontatezza e affabilità è una donna fragile che, abituata a lottare per vivere, cerca disperatamente in Bon la persona che la possa rendere felice e sicura e che alla fine finisce per essere schiacciata tra due uomini incapaci di amarla come desidererebbe a causa del Rakugo.
La tragedia che distruggerà questa sorta di triangolo resta un evento ambiguo quasi sospeso tra fatalità e colpa,e diventerà la condanna di Bon a portare per il resto dei suoi giorni l'eredità di dolore e rimorso, rappresentata in concreto dalla figlia di Shin e Yurie, Konatsu, che crescerà quasi come un atto di espiazione e responsabilità.
Chiuso nel suo doloroso silenzio e nella sua ieratica atarassia, Bon riesce a trovare in Yotarō (ex-galeotto, impulsivo, apparentemente inadatto a un’arte così disciplinata), ciò che Shin era stato (anche per lui): spontaneità, calore, vitalità. Bon lo accoglie come discepolo forse anche perché vede in lui una possibilità di redenzione, forse perché desidera che il rakugo continui a vivere in una forma più libera e luminosa di quella che lui stesso può offrire.

Questa prima serie di "Shōwa Genroku Rakugo Shinjū" è un piccolo capolavoro in cui ogni rapporto narrato è costruito con una delicatezza rara, fatta di silenzi, sguardi, piccoli gesti che rivelano più di mille parole ma è anche un’opera che parla di memoria, di identità, di come l’arte possa salvare e distruggere allo stesso tempo. È un racconto di vite intrecciate, di amori impossibili, di colpe che non si cancellano, di questioni irrisolte e di eredità che pesano.
Ho apprezzato per come è stato magistralmente reso il personaggio di Bon, con la sua sensibilità tormentata: a memoria mi è sembrato uno dei personaggi più complessi dell’animazione vista fino ad oggi.
Non è una serie di immediata fruizione per tutti e richiede una buona dose di pazienza e attenzione a tutte le sfumature che offre, essendo un masterpiece di "voce e silenzio". Se ci si avvicina all'animazione come mera forma di svago e relax anche per dimenticare le difficoltà della realtà, allora è meglio lasciar perdere perché "Shōwa Genroku Rakugo Shinjū" nella sua tragicità e drammaticità prende proprio ispirazione e narra quelle "cose della vita" che rappresentano anche la complessità e le difficoltà di vivere.