Recensione
Nana
10.0/10
NANA: Il capolavoro assoluto della vita che fa male, innamora e resta per sempre
Ci sono opere che si guardano, altre che si dimenticano, e poi c’è NANA. Definirlo semplicemente un anime, o racchiuderlo nei confini del genere shoujo, è un errore imperdonabile. NANA è un'esperienza generazionale, un pezzo di vita graffiante, viscerale e di un realismo disarmante che, fin dal primissimo episodio, ti aggancia l’anima e non la lascia mai più. Se esistesse un dizionario visivo per descrivere la perfezione narrativa ed emotiva applicata alle relazioni umane, la copertina sarebbe dedicata a quest'opera.
È un anime che ha fatto la storia e che, inevitabilmente, rapirà una parte di te, legandoti a sé per il resto dei tuoi giorni.
Il miracolo di due mondi opposti: Nana e Hachi
Il fulcro attorno a cui ruota questo immenso racconto è l'alternanza e l'incontro di due destini opposti che portano lo stesso nome. Da un lato Nana Osaki: magnetica, fiera, spezzata ma rock fino al midollo, vestita di pelle e Vivienne Westwood, che nasconde dietro un microfono e uno sguardo di ghiaccio un disperato bisogno d'amore e stabilità. Dall'altro Nana "Hachi" Komatsu: fragile, ingenua, un vulcano di emozioni ed energia zuccherina, costantemente alla ricerca di un principe azzurro che colmi le sue insicurezze.
Sono il giorno e la notte, il fuoco e l'acqua. Eppure, quando queste due solitudini si incrociano su un treno diretto a Tokyo sotto la neve e finiscono per condividere l'appartamento numero 707, scatta una magia rara. Il loro legame diventa il rifugio sicuro in una tempesta chiamata età adulta. Non è la solita amicizia stereotipata: è un amore platonico, totalizzante, simbiotico e doloroso, scritto con una verità psicologica che fa quasi paura.
Personaggi complicati in una realtà senza sconti
La grandezza di NANA sta nel fatto che non esistono buoni o cattivi, ma solo esseri umani incredibilmente fragili. Ren, Takumi, Nobu, Shin, Yasu... ogni singolo personaggio è un labirinto di complessità, contraddizioni e traumi. Le loro storie si intrecciano in modo così naturale e drammatico da cancellare la barriera tra finzione e realtà.
L'autrice Ai Yazawa (e lo studio Madhouse nell'adattamento) non fa sconti a nessuno. Si parla di dipendenza affettiva, di sogni infranti sull'altare del successo, di gravidanze inaspettate, di solitudine metropolitana e di scelte sbagliate dettate dalla paura. È un realismo sporco, bellissimo e spietato, dove ogni errore si paga a caro prezzo e i dialoghi – taglienti come lame – sembrano scritti rubando i pensieri più intimi e inconfessabili di ognuno di noi.
Una colonna sonora che sanguina ed estetica senza tempo
Visivamente l'anime è un trionfo di stile: l'estetica punk-glam dei Black Stones si scontra con il pop patinato dei Trapnest, creando un'identità visiva iconica che urla Tokyo anni Duemila da ogni fotogramma.
Ma il vero colpo di grazia è il comparto sonoro. Le canzoni di Anna Tsuchiya (per Nana) e Olivia Lufkin (per Reira) non sono una semplice colonna sonora: sono la voce dei sentimenti dei personaggi. Brani come Rose, A Little Pain o Starless Night sono anthem emotivi che rimangono impressi a fuoco nella mente. Sentire la voce graffiante di Nana sul palco o le note malinconiche dei Trapnest significa percepire fisicamente la tensione, la nostalgia e il batticuore dei protagonisti.
Verdetto: 10 e Lode / 10 (Capolavoro Immortale)
Non c’è molto altro da dire, perché a un certo punto le parole finiscono e iniziano le emozioni. NANA non è una serie che si sceglie di guardare, è una serie che si deve subire, amare, piangere e venerare. È il racconto perfetto di quella transizione dolce e violenta che ci porta a diventare grandi, a capire che l'amore può distruggere e che la felicità è fatta di piccoli momenti seduti sul pavimento di un appartamento vuoto, a guardare i bicchieri con le fragole.
Se non l'hai mai visto, stacca tutto, spegni le luci e preparati: la tua vita emotiva non sarà più la stessa.
Ci sono opere che si guardano, altre che si dimenticano, e poi c’è NANA. Definirlo semplicemente un anime, o racchiuderlo nei confini del genere shoujo, è un errore imperdonabile. NANA è un'esperienza generazionale, un pezzo di vita graffiante, viscerale e di un realismo disarmante che, fin dal primissimo episodio, ti aggancia l’anima e non la lascia mai più. Se esistesse un dizionario visivo per descrivere la perfezione narrativa ed emotiva applicata alle relazioni umane, la copertina sarebbe dedicata a quest'opera.
È un anime che ha fatto la storia e che, inevitabilmente, rapirà una parte di te, legandoti a sé per il resto dei tuoi giorni.
Il miracolo di due mondi opposti: Nana e Hachi
Il fulcro attorno a cui ruota questo immenso racconto è l'alternanza e l'incontro di due destini opposti che portano lo stesso nome. Da un lato Nana Osaki: magnetica, fiera, spezzata ma rock fino al midollo, vestita di pelle e Vivienne Westwood, che nasconde dietro un microfono e uno sguardo di ghiaccio un disperato bisogno d'amore e stabilità. Dall'altro Nana "Hachi" Komatsu: fragile, ingenua, un vulcano di emozioni ed energia zuccherina, costantemente alla ricerca di un principe azzurro che colmi le sue insicurezze.
Sono il giorno e la notte, il fuoco e l'acqua. Eppure, quando queste due solitudini si incrociano su un treno diretto a Tokyo sotto la neve e finiscono per condividere l'appartamento numero 707, scatta una magia rara. Il loro legame diventa il rifugio sicuro in una tempesta chiamata età adulta. Non è la solita amicizia stereotipata: è un amore platonico, totalizzante, simbiotico e doloroso, scritto con una verità psicologica che fa quasi paura.
Personaggi complicati in una realtà senza sconti
La grandezza di NANA sta nel fatto che non esistono buoni o cattivi, ma solo esseri umani incredibilmente fragili. Ren, Takumi, Nobu, Shin, Yasu... ogni singolo personaggio è un labirinto di complessità, contraddizioni e traumi. Le loro storie si intrecciano in modo così naturale e drammatico da cancellare la barriera tra finzione e realtà.
L'autrice Ai Yazawa (e lo studio Madhouse nell'adattamento) non fa sconti a nessuno. Si parla di dipendenza affettiva, di sogni infranti sull'altare del successo, di gravidanze inaspettate, di solitudine metropolitana e di scelte sbagliate dettate dalla paura. È un realismo sporco, bellissimo e spietato, dove ogni errore si paga a caro prezzo e i dialoghi – taglienti come lame – sembrano scritti rubando i pensieri più intimi e inconfessabili di ognuno di noi.
Una colonna sonora che sanguina ed estetica senza tempo
Visivamente l'anime è un trionfo di stile: l'estetica punk-glam dei Black Stones si scontra con il pop patinato dei Trapnest, creando un'identità visiva iconica che urla Tokyo anni Duemila da ogni fotogramma.
Ma il vero colpo di grazia è il comparto sonoro. Le canzoni di Anna Tsuchiya (per Nana) e Olivia Lufkin (per Reira) non sono una semplice colonna sonora: sono la voce dei sentimenti dei personaggi. Brani come Rose, A Little Pain o Starless Night sono anthem emotivi che rimangono impressi a fuoco nella mente. Sentire la voce graffiante di Nana sul palco o le note malinconiche dei Trapnest significa percepire fisicamente la tensione, la nostalgia e il batticuore dei protagonisti.
Verdetto: 10 e Lode / 10 (Capolavoro Immortale)
Non c’è molto altro da dire, perché a un certo punto le parole finiscono e iniziano le emozioni. NANA non è una serie che si sceglie di guardare, è una serie che si deve subire, amare, piangere e venerare. È il racconto perfetto di quella transizione dolce e violenta che ci porta a diventare grandi, a capire che l'amore può distruggere e che la felicità è fatta di piccoli momenti seduti sul pavimento di un appartamento vuoto, a guardare i bicchieri con le fragole.
Se non l'hai mai visto, stacca tutto, spegni le luci e preparati: la tua vita emotiva non sarà più la stessa.
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