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“Sposa mio Marito” (“Watashi no Otto to Kekkon Shite”) è adattamento dell’omonimo webtoon coreano, del quale esiste già un live action conterraneo del 2024, anch’esso al momento disponibile su Prime Video. In queste righe si trova davvero una “prima impressione” sulla storia nel suo complesso. Il drama giapponese del 2025 è infatti la prima di queste tre versioni che ho avuto modo di vedere, per ora con riferimento ai quattro episodi finora trasmessi su Prime.
La storia si sviluppa abbastanza lentamente, come d’altronde ci si potrebbe aspettare da una serie di 10 episodi da un’ora circa ciascuno. Eppure, superata la lentezza di alcuni scambi tra i personaggi, riesce subito ad agganciare lo spettatore grazie al fatto di sollevare diversi dubbi che tengono impegnata la mente di chi la sta seguendo. Primo tra tutti, il mistero riguardo la legge che regola lo svolgersi degli eventi del passato che si ripete, legge che la protagonista sembra cogliere già dal primo episodio ma riguardo la quale si viene piano piano a scoprire che ci sono diversi elementi da chiarire. In secondo luogo, il dubbio riguardo a come (e sfruttando quali elementi) Misa riuscirà a sfuggire agli eventi che sembrano essere scritti e, soprattutto, a direzionarli come lei desidera. E poi c’è il direttore Suzuki, interpretato con grande espressività da Takeru Satō, che la protagonista incontra per caso in ascensore e sul quale lo spettatore ha il giusto numero di informazioni per essere spinto ad appassionarsi alla sua storia, da un lato, ma allo stesso tempo a farsi domande su quale sia il suo ruolo nella vicenda, dall’altro. Una trama che, in sostanza, parte ben orchestrata e riesce a tenere incollati allo schermo, anche se restano alte le aspettative per capire se la componente soprannaturale verrà spiegata coerentemente alla fine della vicenda.
I personaggi principali sono ben caratterizzati e inseriti nella trama, tutti con una buona recitazione a supporto, che riesce a rendere sia la complessità dei sentimenti dei personaggi positivi sia la malignità di quelli negativi. Le musiche sono varie e tengono vivo il ritmo, forse aggiungendo un tocco un po’ commerciale che però rende bene, anche considerando la grande distribuzione dell’opera. L’ingenuità di Misa può essere talora spiazzante quando lo spettatore realizza la sua difficoltà, quantomeno iniziale, nel liberarsi delle situazioni che appesantiscono la sua vita. Tuttavia questo porta a una riflessone ulteriore. L’opera ha un grande punto di forza: quello di mostrare come, anche nel 2025 e anche se in modo più o meno velato, ancora per una donna sia complicato farsi valere nel lavoro, in una relazione, nel proteggersi dalle dicerie. Mostra una protagonista, che ha sbagliato a non esporsi mai, riprendere in mano la propria vita e dimostrare a sé stessa, e mostrare agli altri, come alzare la testa per dire no ai piccoli soprusi di ogni giorno. Soprusi che, se sopportati passivamente nella speranza che un giorno qualcosa si aggiusterà da solo, finiscono per rovinare la vita di una persona. A questo si aggiunge la presa di coscienza che a volte le persone non sono ciò che sembrano, anche se dicono di volere solo il nostro bene, e la necessità di imparare a vedere oltre le maschere.
Una storia, in sostanza, che ha diversi livelli di lettura e che prospetta di tenere incollati fino al finale, anche perché il focus principale si prospetta essere non tanto cosa accadrà, ma come… ed è riuscita a dimostrare di tenere alto il velo di mistero sui retroscena fino a quando la sceneggiatura stessa non decide di mostrarli allo spettatore. Come dovrebbe essere.