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Mirokusama

Episodi visti: 22/22 --- Voto 10
Dove eravamo rimasti?
Non ho la presunzione di pensare che chi legga questa recensione possa ricordarsi come avevo chiuso quella dedicata alla prima stagione di "Sangatsu no Lion", chiaro. Se faccio un richiamo a quanto scrissi esattamente un anno fa, infatti, è solo perché in quel caso preannunciavo, conoscendo già la trama del manga, un enorme aumento di interesse, qualità e importanza che la storia avrebbe avuto in questa seconda stagione dedicata alla magnifica opera di Chika Umino, e posso dire, fortunatamente, di essere stato buon (e facile) profeta, in quanto la visione di questi ulteriori ventidue episodi, che hanno arricchito il computo totale dei quali è composta la serie, è stata un’esperienza talmente bella che fatico a definirla. Potrei dire straordinaria, potrei dire eccezionale, potrei dire superlativa, ma mi sembrerebbe sempre troppo poco, e il modo migliore per dimostrarlo, forse, è parlarne di nuovo alla fine, quindi rieccomi pronto ad esaltare come prima, e più di prima, le splendide emozioni e sensazioni autentiche che quest’opera è in grado di regalare.

La trama di fondo, va da sé, non è diversa da quanto visto nella prima stagione: “Sangatsu no Lion” è la storia di Rei Kiriyama, della sua crescita fatta di dolorose cadute e ancora più dolorose risalite attraverso un sentiero che si snoda in due arterie principali, ora parallele, ora incrocianti, nelle quali trovano posto lo shogi da una parte, essendo lui un giocatore professionista già dalla scuola media, e le sorelle Kawamoto (Akari, Hinata e Momo) dall’altra, la famiglia che Rei ha incontrato sul suo percorso e che è stata per lui ancora di salvezza, approdo felice e fonte d’ispirazione nella ricerca di un futuro migliore.
Questo è lo scenario che ci ha presentato la prima stagione di “Sangatsu no Lion”, almeno nella sua fase iniziale, perché in realtà, sul finale, ci è già stato mostrato un Rei molto diverso dal ragazzo cupo e malinconico che apriva la serie, ed è da questa nuova versione che, ovviamente, prende avvio la seconda stagione: Rei è oggi un liceale più aperto e disponibile, ha una cerchia di amici a scuola ristretta, ma che frequenta con regolarità, ha accettato il suo ruolo professionale riuscendo a vivere lo shogi ora come un’attività importante della sua vita, ma non l’unico modo per sopravvivere che rappresentava da bambino, e continua la felice frequentazione di casa Kawamoto, dove è sempre ospite richiesto e ben gradito allo stesso modo di un qualsiasi familiare.

Questa conoscenza del protagonista permette alla serie di concentrarsi in questa seconda stagione oltre che su di lui, che resta ovviamente perno centrale della vicenda, anche su altri personaggi. Vecchie e nuove personalità dell’associazione di shogi che Rei frequenta faranno infatti la loro comparsa durante la serie o affronteranno prove difficili che ci permetteranno di conoscerli in maniera più approfondita: penso ad Harunobu Nikaido, che abbandonerà qui definitivamente la sua figura di macchietta comica-amico del protagonista, penso a Sakutaro Yanagihara, membro anziano dell’associazione e amico fraterno del presidente, che sarà protagonista di episodi memorabili carichi di rimandi alla vita in ogni sua fase e agli obiettivi da perseguire durante la stessa, penso a Toji Soya, l’invincibile meijin tanto forte quanto apatico che perderà la sua maschera di perfezione e ci verrà mostrato in tutte le sue grandi debolezze. Ma soprattutto, se devo pensare a un personaggio che si ritaglierà uno spazio fondamentale in questa parte di storia, penso alla seconda delle sorelle Kawamoto, la meravigliosa Hinata. Lei infatti sarà protagonista della storia più lunga, dura ed emozionante della stagione, quando si ritroverà vittima di episodi di bullismo subito da compagne di classe, vittima tra l’altro perché aveva osato difendere la ragazza originariamente presa come obiettivo di queste violenze, che, proprio in seguito a tutto ciò, sarà costretta ad abbandonare la scuola. Ritrovatasi sola e disperata per la prima volta dopo anni di tranquilla e felice vita scolastica, Hina, come ricordo essere chiamata da amici e familiari, riuscirà a reagire senza perdersi mai d’animo grazie al sostegno di Rei, della sua famiglia e degli amici che le resteranno fedeli, diventando allo stesso tempo una fonte d’ispirazione per gli altri grazie alla sua onestà e al suo enorme coraggio, che le ha permesso di ergersi sola contro il branco unicamente per difendere la sua amica. Nessuna parola penso riuscirà mai a rendere giustizia alla bellezza che trasmettono questi episodi, ogni secondo vissuto attraverso la lotta di questa “piccola eroina”, così la definisce Rei, è un momento prezioso da preservare, ammirare, condividere.

Questa storia, e tutte le altre che si sovrapporranno a quella di Rei, che continua la sua maturazione personale e professionale, garantisce alla serie un salto di qualità e un miglioramento rispetto alla prima stagione che io oso giudicare quasi definitivo, perché tutti i difetti presenti nella prima sono stati livellati o eliminati, alcuni anche per forza di cose, chiaro; la conoscenza e il cambiamento di Rei infatti hanno evitato la sensazione di pesantezza e lungaggine che si respirava negli episodi iniziali, e anche lo shogi è una disciplina che viene raccontata solo attraverso il vissuto personale del personaggio impegnato al momento, non mediante lunghe spiegazioni tecniche che possono appassionare chi ha già una conoscenza basilare dell’argomento, ma che finivano per tediare chi dello shogi poco capiva e, in fondo, neanche immaginava di doverlo comprendere.

Nel raggiungimento di questo risultato contribuisce poi certamente anche l’aspetto tecnico, che era e resta di livello altissimo. ‘Squadra che vince non si cambia’ recita un celebre detto calcistico, e lo Studio Shaft l’ha seguito a menadito, confermando il team della prima stagione che tanto bene aveva fatto, cosicché anche questa può fregiarsi dell’impeccabile regia di Akiyuki Shinbō, del character design di Nobuhiro Sugiyama, tanto rispettoso quanto migliorativo del tratto originale di Chika Umino, e delle melodie adatte ad ogni occasione di Yukari Hashimoto. Il lavoro perfetto fatto coi disegni e le animazioni di questa seconda stagione è ulteriormente esaltato dall’importanza e dalla delicatezza della storia che raccontano: quello che era percepibile, palpabile, già nel manga infatti ha trovato un’evoluzione in questa serie animata incredibile; probabilmente non ho le competenze per far capire ogni accorgimento tecnico utilizzato dallo studio, ma fatto sta che la visione di ogni episodio è stata un’esperienza indescrivibile, con l’occhio letteralmente rapito da disegni originali, effetti grafici imprevedibili, colori di gradazione sempre diversa a seconda del momento e un contorno di inquadrature, primi piani, stacchi sui personaggi encomiabile. Questo lavoro trova ancora maggior risalto quando è usato per ‘riempire’ quei vuoti lasciati per forza di cose dal manga, e cito un esempio per rendere l’idea: il quarto episodio (che sarebbe il ventiseiesimo totale, contando anche la prima stagione) si conclude con una cena familiare in casa Kawamoto per consolare Hina reduce dai suoi problemi scolastici, e nel manga tutto questo è rappresentato in una pagina con le didascalie atte a chiarificare il momento, una soluzione sicuramente efficace per quel media; l’anime poteva adottare una soluzione simile, aggiungendo i dialoghi a qualche fermo immagine, invece mostra una lunga sequenza muta, animata con dovizia in ogni secondo, con la sola musica ad accompagnare, che vede i personaggi impegnati in piccole attività quotidiane quali cucinare o preparare la tavola per la cena, una scena tanto semplice quanto efficace che riassume tutta la poesia che questa serie è in grado di trasmettere.

Il sigillo a questa confezione impeccabile lo pone infine il comparto sonoro, nelle veci delle musiche della già citata Hashimoto, certo, motivi sempre azzeccati ad ogni circostanza, sia felice che infausta, che la storia propone, ma, soprattutto, nella figura del doppiaggio giapponese, che non mi azzardo a definire il fiore all’occhiello della serie solo per timore di fare un torto alla splendida parte grafica che ho descritto poc'anzi. Il cast dei doppiatori, difatti, tutti confermati rispetto alla stagione precedente, ha realizzato una performance lodevole sulla scia dell’anno precedente, continuando a caratterizzare ogni personaggio alla perfezione, ma, se nella prima stagione citai il doppiatore di Rei, Kengo Kawanishi, come esempio per tutti, in questa occasione non posso non citare una splendida Kana Hanazawa che ha dato voce, vita e anima a Hina, un lavoro davvero incredibile, considerando i tanti stati emotivi diversi che la ragazza attraversa nel suo percorso.
E’ quasi inutile ribadirlo, forse, visto che penso di non aver detto mezza cosa negativa finora (perché non ne sentivo davvero l’esigenza!), ma anche le opening e le ending di questa seconda stagione di “Sangatsu no Lion” sono, semplicemente, bellissime. Le due opening sono “Flag wo Tatero” della cantante YUKI e “Haru ga Kite Bokura” del gruppo degli Unison Square Garden, canzoni pop semplici e orecchiabili accompagnate da due video abbastanza simili caratterizzati da animazioni fluide, scene genuine e serene ma, soprattutto, un arcobaleno di colori in movimento tanto belli da chiedersi quasi se, rispetto al video della primissima opening molto ermetico e cupo, stessimo guardando la stessa serie; le due ending invece sono “Kafune” dei Brian the Sun e “I am standing” della giovanissima Ruann, pezzi dal ritmo più compassato, il secondo con tendenze hip-hop quasi, con due video dallo stile simile che presentano animazioni mutevoli, rapide, con disegni astratti e indefiniti che forniscono alla serie l’ennesima rappresentazione artistica di altissimo livello.

Mi piacerebbe chiudere questa recensione decisamente positiva nello stesso modo, ma mi tocca purtroppo segnalare anche come questa seconda stagione di “Sangatsu no Lion” sia stata bistratta da tutti i distributori italiani: se la prima infatti aveva potuto godere della trasmissione in simulcast in Italia grazie a Dynit sulla piattaforma VVVVID, questa seconda è stata ignorata, e resta perciò ufficialmente inedita nel nostro Paese. Non voglio entrare nelle logiche commerciali che hanno portato a questa decisione, anche perché è sempre facile fare i conti coi soldi degli altri, ma un punto di vista critico non posso non esprimerlo, in quanto ritengo assolutamente una vergogna che ogni piattaforma di trasmissione italiana abbia tralasciato, per due stagioni su quattro, il migliore, o sicuramente uno dei migliori, anime a disposizione, artisticamente parlando, sulla piazza, soprattutto pensando a quante serie insulse o neanche lontanamente paragonabili a “Sangatsu no Lion” abbiano ricevuto invece miglior sorte!
Tolta questa amara considerazione, però, che in fondo nulla ha a che vedere con la qualità dell'anime stesso, sono felice di poter ribadire le tante virtù che ha questa serie e che questa seconda stagione ha messo in mostra come meglio non avrebbe potuto: non è solo un adattamento fedelissimo del manga originale, non è solo uno spokon alternativo e intrigante, non è solo uno slice of life emozionante e coinvolgente, è soprattutto una storia di vita, sia già vissuta che da vivere ancora, che tanto può trasmettere e tanto può insegnare, è un regalo da fare a sé stessi con la consapevolezza di assistere a qualcosa di speciale che può fregiarsi del titolo, mai meno abusato in questo caso, di capolavoro, un capolavoro di gioia, amarezza, passione e tenacia che tutti dovrebbero, e meriterebbero di provare, almeno una volta, nella vita.


 2
Kaso

Episodi visti: 5/22 --- Voto 9
Ogni episodio è una stretta al cuore, si strozza il respiro in gola, le lacrime ti fanno vedere tutto sbiadito e ti ritrovi catapultato in un mondo senza filtri che ti addolciscano la pillola. Quando c'è da stare male, si sta male davvero: momenti duri, freddi, angoscianti, dove ti manca il respiro, ti fanno sentire male dentro e ti senti impotente come il nostro protagonista: Rei. Il suo, e il nostro, unico angolo di salvezza è la piccola e accogliente casa Kawamoto, animata dalle dolcissime e amorevoli sorelle Akari, Hinata e Momo che rendono piacevoli anche le giornate più buie, riscaldandoti il cuore infreddolito dall'amarezza della vita. Anche altri due personaggi si prendono cura del nostro Rei: il suo vivacissimo amico Nikaidou e il premuroso sensei Hayashida. Mentre il suo rapporto con la sorellastra Kyouko è qualcosa di molto complesso.
Amo questa serie e le forti emozioni che mi fa provare. I disegni sono bellissimi, fortemente espressivi ed evocativi. Era da molto tempo che un anime non mi faceva sentire così bene. Lo consiglio veramente col cuore a tutti, perché penso che oltre a vivere una piacevole storia vi farà anche bene all'anima.