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Mirokusama

Episodi visti: 12/12 --- Voto 8
L’appassionato di animazione giapponese moderno ha i suoi ‘riti’ consolidati al giorno d’oggi, ed è raro che deroghi da questi: ogni stagione controlla le serie in onda, sceglie quelle più vicine ai suoi gusti, qualcuna la prova senza impegno, sperando in una bella sorpresa, e bene o male regola i suoi tempi e i suoi impegni nei tre-quattro mesi successivi nel modo a lui più congeniale per vivere al meglio la sua passione; da un annetto a questa parte però c’è un fattore che rompe questa routine, e corrisponde al nome di Netflix. La piattaforma di distribuzione via streaming di film e serie TV infatti ha l’abitudine di proporre agli utenti suoi abbonati la disponibilità immediata di tutti gli episodi delle serie che produce e/o distribuisce, con effetti benefici che possiamo ben immaginare, ma anche con alcuni aspetti negativi che magari non tutti sono riusciti a inquadrare in un primo momento: non tutte le serie che propone, infatti, ricevono la stessa attenzione e, non avendo queste un periodo di trasmissione lungo che possa richiamare un certo pubblico, rischiano di passare quindi in secondo piano, non meritandolo. E, se questo non è il caso di titoli che godono di una nomea e un fandom numeroso come “Devilman Crybaby” o di titoli attesi per la grande pubblicità fatta o per lo studio che ci ha lavorato, tipo “Violet Evergarden”, lo stesso non si può dire per “Lost Song”, anime della stagione primaverile che in Giappone ha avuto una trasmissione ordinaria settimanale sia su Netflix che su altri canali televisivi, ma che nel resto del mondo è stato disponibile solo successivamente, finendo per passare così sottotraccia rispetto alle tante altre serie stagionali, pur tuttavia non meritandolo a parer mio, per i motivi che mi accingo a riportare in questa recensione.

“Lost Song”, come detto, è un progetto anime originale in dodici episodi co-prodotto dagli studi Liden Films e Dwango, e distribuito universalmente da Netflix. Ambientato in un classico universo fantasy/medievale, narra la storia parallela di due ragazze dotate di un dono particolare, il potere delle canzoni, che permette loro di esercitare capacità varie che vanno dalla creazione di elementi naturali alla guarigione dalle ferite, ma anche alla totale distruzione, semplicemente cantando la canzone adatta al caso. Rin, la più giovane delle due, è un’allegra ragazza che vive in un piccolo villaggio di frontiera col nonno, il fratello e la sorella acquisiti, e che adora cantare, tanto da coltivare il sogno di esibirsi un giorno nella capitale, accompagnata dall’Orchestra Reale, mentre Finis, la protagonista adulta della storia, è una donna che vive nella capitale sotto la protezione, ma è più una costrizione in realtà, del Re, dove è costretta a prestare servizio grazie ai suoi poteri, che vengono sfruttati nei modi più disparati, fino anche a trattarla come arma umana dall’esercito. Le due non hanno nulla in comune tranne il potere delle canzoni e vivono ignare dell’esistenza dell’altra, ma una guerra in avvicinamento, unita a una caccia ai possibili portatori del potere delle canzoni operata dall’esercito reale, metterà in moto una serie di eventi che finiranno per far incrociare le strade delle due ragazze e coinvolgeranno tanti altri personaggi in una storia pregna di amicizia, amore e fiducia, ma anche di dolorosi sacrifici e scelte da compiere lungo un percorso più impervio di quanto si sarebbe mai potuto immaginare rispetto all’inizio.
Già, perché uno dei punti forti di “Lost Song”, se non il principale proprio, è presentare una storia che comincia in un modo abbastanza classico, qualcuno direbbe anche banale, considerando personaggi e ambientazione che sanno molto di già visto, salvo poi evolvere e cambiare strada durante il suo svolgimento in modi che appaiono assolutamente inimmaginabili allo spettatore che assiste al primo episodio della serie. Questi espedienti, che non posso rivelare nella loro interezza per ovvi motivi, sono sia l’aspetto che più mi ha affascinato dell’anime sia quello che mi ha suscitato più perplessità, perché da un lato regalano un’originalità alla serie che difficilmente avrebbe avuto, ma dall’altro rischiano di creare una confusione nella gestione dei tempi e dell’andamento della stessa che può disorientare lo spettatore, anche quello più attento. Nel mio giudizio sull’anime ho voluto premiare il coraggio degli sceneggiatori nel provare a creare una variazione sul tema in questa serie, pur avendo ancora oggi dei dubbi su alcune scelte che probabilmente non vedrò mai districati, ma in virtù di questi problemi non posso non giustificare eventuali critiche mosse a questa scelta da parte di chi non l’ha apprezzata allo stesso modo. Buona a mio parere è anche l’evoluzione che affrontano le due protagoniste nel percorso della storia: Rin lo fa in maniera quasi ‘naturale’, in quanto col tempo riesce a comprendere meglio la sua natura e il suo ruolo, ma è Finis quella che lascia davvero un’impressione notevole in chi guarda, per tutte le trasformazioni che affronta. Se all’inizio infatti si presenta come una donna abbastanza frivola, dall’atteggiamento sbadato e quasi inconsapevole delle sue reali capacità, nel momento clou della storia rivela una natura arcigna e decisa, segnata da tante prove e innumerevoli sofferenze che è stata costretta ad affrontare, tanto da farla sembrare quasi un’altra persona. Non di altrettanta fortuna hanno goduto invece i personaggi secondari della serie, che, svantaggiati anche dalla durata relativamente breve dell’anime, non hanno una caratterizzazione così particolareggiata da restare impressa a lungo andare, anche se tutti più o meno riescono a ritagliarsi un ruolo importante al momento giusto nella risoluzione della vicenda che affrontano; tra i vari che compariranno nella serie vale la pena ricordare: Henry Leobolt, cavaliere imperiale di nobile retaggio innamoratosi di Finis e della sua natura, rivelatasi più umana di quanto pensasse; Pony Goodlight, una menestrello di corte furba e intraprendente che aiuterà Rin e Al a raggiungere la capitale; e, appunto, Al, fratello di Rin, nonché piccolo genio amante della scienza e capace di costruire oggetti tecnologicamente avanzati in contrasto con l’ambientazione medievale in cui è ambientata la serie.

Per quanto riguarda l’aspetto tecnico dell’anime, invece, le impressioni sono perlopiù positive, salvo alcuni piccoli dettagli; graficamente infatti la serie è ben realizzata, e per questo molto bella da vedere, il character design dei personaggi ad opera di Tomonori Fukuda e Shizue Kaneko ci regala un cast variegato dal design accattivante con un bel mix tra classico e moderno, capace di andare incontro a tutti i palati (se escludiamo la scelta fatta probabilmente per “valorizzare” le doti estetiche di Pony e Allu, costrette a indossare vestiti di tre taglie più piccole, visto quanto stringono il seno delle due ragazze, ma che a conti fatti regala a entrambe un aspetto più grottesco che attraente...); anche le ambientazioni fiabesche della serie riescono a risultare accattivanti, nonostante all’apparenza possano risultare abbastanza convenzionali. Colori appropriati a tutte le situazioni ed espedienti grafici utilizzati per impreziosire i momenti più significativi della storia completano un quadro in cui l’unico elemento che stona un po’ con l’armonia del resto è un uso a volte massiccio di CG che può risultare spesso fastidioso, non tanto quando è usata per animare macchine e veicoli futuristici che, in quanto estranei all’epoca della serie, riescono forse a risaltare pure meglio così, bensì quando è utilizzata piuttosto per animare gruppi numerosi di persone, come l’Orchestra Reale ad esempio, che non reggono il confronto con i personaggi principali in primo piano.
Pregevole è poi, data la grande importanza che riveste nelle dinamiche della serie, il lavoro svolto nel comparto sonoro; le musiche di Yusuke Shirato infatti rivestono un ruolo fondamentale nello svolgimento degli eventi, data la natura di musical dell’anime, e ogni melodia creata ad hoc riesce a coinvolgere lo spettatore nella giusta atmosfera del momento; in particolare cito “La Canzone della Morte” su tutte, che fa la sua comparsa nel punto apparentemente più tormentato della storia col suo ritmo incalzante e avvolgente che trasmette allo stesso tempo disperazione e voglia di un nuovo inizio, questo grazie anche ai testi delle canzoni di Aki Hata, che sopperiscono ai dialoghi nelle parti cantate, senza che si noti assolutamente la differenza. Impeccabile è anche l’impegno messo in campo in fase di doppiaggio, almeno quello originale, con due ottime Konomi Suzuki (Rin) e Yukari Tamura (Finis), chiamate non solo a dare vita a due personaggi dall’animo inquieto abbastanza complicati, ma anche a interpretare tutte le (tante) canzoni che queste intonano nella serie, con un risultato assolutamente degno di un buon professionista in campo musicale; non altrettanto entusiasta posso dirmi invece del doppiaggio italiano, che appare sufficiente in chiave recitativa, ma che ha scelto di non adattare in italiano i testi delle canzoni, sullo stile dei film Disney, depotenziando molto quelli che a conti fatti sono i momenti più importanti e significativi della serie. Sicuramente non sarebbe stato un lavoro semplice, non lo metto in dubbio, ma è chiaro che il salto improvviso e continuo dall’italiano al giapponese risulta straniante e non permette di godere appieno delle emozioni che l’anime prova a regalare.

In definitiva, posso dire che il giudizio che riservo a “Lost Song” è soprattutto positivo, nonostante il principale difetto che posso contestargli è una mancanza di chiarezza nello svolgimento degli eventi della trama, a causa del repentino colpo di scena a cui assistiamo a metà serie e che sarebbe stato possibile eliminare, probabilmente, se la stessa avesse avuto un numero maggiore di episodi per dipanare ogni dubbio; mi rendo conto che, detto così, non sembra un difetto da poco, ma, ripeto, ho apprezzato davvero tanto questa capacità che ha avuto la serie di sorprendermi e appassionarmi dopo un inizio che sembrava decisamente scontato, tanto che alla lunga sono riuscito a non fare caso a incertezze e incongruenze varie che mi erano sorte, finendo per apprezzare un finale che mi è parso comunque logico e rispettoso delle premesse che la storia aveva costruito fino a quel momento, pur con un po’ di confusione. Grazie ai tanti elementi diversi che la compongono, questa serie ha le capacità di farsi apprezzare da una larga fetta di pubblico, visto che strizza l’occhio agli amanti del fantasy classico, spesso anche crudo, così come ai musical stile Disney, ma anche a chi apprezza storie di crescita con tocchi romantici e introspettivi o avventure dal sapore fantascientifico. Non un capolavoro, insomma, ma un’opera meritevole di maggiore attenzione rispetto a quanta ne ha ricevuta, questo sì, e chissà che non ci sia ancora tempo perché in qualche modo possa riceverla.