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Shiho Miyano

Episodi visti: 12/12 --- Voto 8
«Woodpecker Detective’s Office» è una serie di dodici episodi, uscita nella primavera 2020, la cui storia è tratta da un romanzo.

L’epoca è quella Meiji e i protagonisti sono due personaggi realmente vissuti a Tokyo in quel periodo: Kyōsuke Kindaichi, linguista, e Takuboku Ishikawa, poeta. Il pretesto della narrazione è quello di una serie di investigazioni svolte da Ishikawa, che aprirà un'agenzia investigativa e indagherà su diversi “fattacci”, nei dintorni di un edificio simbolo della Tokyo dell’epoca, l’Asakusa Juunikai.

“Da quando lui, il mio migliore amico, è mancato sono passati dieci anni”
Così veniamo introdotti in questa storia: è Kindaichi a parlare fra sé e sé mentre si dirige, con un involto in mano, verso l’edificio dove abitava ai tempi dell’agenzia investigativa “Il Picchio”, e ci dà subito una descrizione dell’amico: ne ricorda l’aria fiera, l’essere bugiardo e piagnone, pieno di sé ma fedele nell’amicizia e, soprattutto, l’essere un geniale poeta di tanka.

E il soliloquio scelto come incipit è, secondo me, una delle cose riuscite della serie. In una manciata di secondi abbiamo tutte le informazioni fondamentali per ben predisporci alla visione: sappiamo dove andrà a finire la storia, e con questo intendo non tanto che sappiamo che Ishikawa morirà, quanto che sappiamo che Kindaichi ne conserverà serenamente un ricordo tanto affettuoso quanto impietoso. Come spettatori sappiamo già che non dobbiamo preoccuparci troppo per il nostro protagonista.

Già, perché la storia di questa amicizia non è di quelle facili e piane, Kindaichi è l’incarnazione del bravo ragazzo e Ishikawa è sicuramente una “cattiva compagnia”: attrae e respinge al contempo. È brillante e piacevole ma anche pigro, borioso e manipolatore. Se stargli vicino è difficile, stargli lontano lo è parimenti, perché questo ragazzo ha talento, questo ragazzo “brilla” decisamente. E allontanarsi da una persona così talentuosa non è facile per il timido e titubante Kyōsuke Kindaichi. Sono mal assortiti i due amici: al narcisismo indolente di Ishikawa si contrappongono la rigidità e le debolezze di Kyousuke e ognuno dei due è irritato dall’altro. Ne viene fuori il ritratto di un’amicizia tutt’altro che idealizzata, ma proprio per questo più interessante e toccante rispetto a tante altre.

Kindaichi vorrebbe guadagnare dandosi alla letteratura, ma sente di non avere il talento necessario e vede nell’amico, invece, una persona che ha una naturale dote per la letteratura. Così questa storia torna più e più volte sul concetto di talento: attorno ai due protagonisti altre figure di letterati compaiono, ad aiutare nelle investigazioni, ma soprattutto a fornire spunti per riflessioni sull'ingegno, la capacità, la predisposizione alla poesia e alla letteratura in senso più ampio. Purtroppo la serie non riesce a dare a ciascuno dei letterati il giusto spazio per riuscire a renderla corale, e le apparizioni sono sì piacevoli, ma spesso poco incisive; io ho particolarmente apprezzato un giovanissimo Taro Hirai, qui non ancora diventato “Ranpo Edogawa”.

Altro punto debole è la parte "gialla", che è debolina, ripropone tanti classici del genere senza commettere mai errori, ma anche senza riuscire mai a stupire; gli autori non sempre sono sinceri con il pubblico, ma ho apprezzato la presenza di casi presentati da punti di vista differenti (come in «Rashomon», per intendersi), diversi osservatori e episodi “circolari”.

La qualità grafica non è purtroppo costante e questo è un gran peccato, perché di buono si vede molto: per prima cosa il bel character design di Shūichi Hara e la scelta di utilizzare colori diversi dal nero per le linee di contorno (una prevalenza di blu, ma compaiono anche il verde o il viola). L’uso del colore è molto studiato: diverse palette, dalle più allegre alle più tetre a seguire le vicende. Anche le musiche accompagnano bene.

Una serie decisamente ambiziosa che, se non riesce a raggiungere l’eccellenza, penso possa regalare momenti piacevoli, se si amano i ritmi lenti, le ambientazioni storiche, la letteratura (comprendere i tanka non è semplice per uno spettatore italiano, ma, se si è curiosi, intrigano), i gialli e, su tutto, i personaggi per nulla esemplari.


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Kotaibushi

Episodi visti: 12/12 --- Voto 5
Anche io condivido appieno che quest'anime avesse inizialmente un buon potenziale, e certamente non ė stato sfruttato al meglio.
Ho trovato una storia molto confusa ma allo stesso tempo banale, come se la avessero incasinata praticamente da soli, tant'è che più e più volte mi sono perso in mezzo ai mille dialoghi presenti nelle varie puntate, discorsi che in sé c'entrano molto poco con lo sviluppo della trama, e che a mio parere l'hanno resa ancora più statica e noiosa di quanto non lo fosse già.
Devo dire che anche i personaggi li ho trovati abbastanza sottotono, i due protagonisti molto spesso risultano piuttosto pesanti, e di certo non vengono aiutati in nessun modo dal resto del cast, anche perché, oltre ai due già citati, il resto fanno poco più che da comparse, non avendo nessun ruolo specifico all'interno della storia.

In conclusione, a parer mio, è un anime in cui si parla tanto ma si conclude molto poco, troppo spesso di difficile comprensione, che si aggiunge a un'opera già di suo non brillantissima.

Voto finale: 5


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kirk

Episodi visti: 12/12 --- Voto 8
Pur non raggiungendo la fama e il successo di “Detective Conan”, devo dire che questa serie di dodici episodi ha in sé qualcosa di speciale: se il succo di “La signora in giallo” è che una che scrive romanzi gialli può risolvere casi di omicidio, in “Woodpecker Detective’s Office” l’idea del protagonista, il poeta Ishikawa, è che anche uno scrittore di poesie tanka può fare il detective, onde per cui, sulla scia del primo caso, apre un ufficio investigativo (“Picchio”, appunto).

In dodici episodi non si possono risolvere migliaia di casi, ma quei pochi che vengono risolti sono interessanti, e dobbiamo dire che il protagonista sceglie di scoprire i colpevoli o piuttosto coprirli, per aiutare l’umanità, ma non voglio fare spoiler: dirò semplicemente che esiste un filo che lega molti dei suoi casi dal primo episodio all’ultimo, e questo filo è l’accusatore X, un personaggio che scopriremo solo alla fine che vuole rendere utile la vita (o meglio, la morte) di tutti coloro che hanno un peso tale da voler morire. Non voglio tediarvi su come la penso su questa tipologia di agire, e dunque, dopo aver visto gli ultimi episodi, datevi da soli una risposta, dico semplicemente che questa carta sarebbe dovuta essere usata meglio.

Per quanto riguarda il protagonista Takuboku Ishikawa, all’inizio è egocentrico, egoista, povero e spendaccione, e cambierà un po’ alla fine per una tragedia che lo colpisce, e la sua spalla Kyosuke Kindaichi, che di lavoro fa l’insegnante, lo aiuterà sempre, anche se verso metà serie la loro amicizia sembrerà avere uno scossone... ciò che li unisce è che vivono nella stessa pensione e che Kyosuke ama le poesie che l’amico compone, e perdona i suoi difetti, in quanto parte del processo creativo; ma anche qui, tutto può essere perdonato? O è essere amici o è essere zerbini?

Per quanto riguarda le animazioni, devo dire che la Lidenfilms, che l’anno scorso si è occupata della serie de “L’immortale” e che conoscevo già per il lavoro del 2015 “Arslan Senki” (che ho recensito in precedenza, dandogli un 4 per lacune nello storyboard), lavora bene.
Mi sono piaciute anche le canzoni di opening e di ending, ma soprattutto la prima cantata da Makoto Furukawa, un bel brano che credo sia jazz.