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bob71

Episodi visti: 1/1 --- Voto 10
Il sublime canto del cigno di Isao Takahata

Isao Takahata, storico co-fondatore dello Studio Ghibli, è stato un leggendario perfezionista che ha rinnovato il linguaggio animato sin dalla sua prima regia cinematografica, nel lontano 1968, con “La grande avventura del principe Valiant”, opera visionaria e pionieristica divenuta un cult per gli anime fan e un punto di riferimento per le nuove generazioni di animatori, ma fu impresa totalmente fallimentare dal punto di vista commerciale. Il suo meraviglioso e straziante ultimo film, “La storia della Principessa Splendente” (“Kaguya-hime no Monogatari”), in un certo senso chiude quel ciclo e per molti versi rappresenta l’ennesima sfida ai colossi del cinema da box office e all’animazione standardizzata.

Costato oltre 35 milioni di dollari per otto anni di produzione, il film incassa al botteghino molto meno di quanto investito, ma ne esce in qualche modo a testa alta, unendo critica e pubblico di appassionati in un coro unanime di consensi, e riuscendo anche ad ottenere una piccola ma simbolica vittoria con la nomination agli Oscar per il miglior film d'animazione (battuto in finale dal mediocre “Big Hero 6”). Viene presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes del 2014, nella sezione Quinzaine des Réalisateurs. In Italia viene proiettato in anteprima nazionale al Lucca Comics & Games del 2014 e distribuito nelle sale cinematografiche da Lucky Red.

Liberamente tratto dal racconto popolare del X secolo “Storia di un tagliabambù” - “Taketori Monogatari” (che già aveva ispirato il cinema live con “La Principessa della luna”, 1987, di Kon Ichikawa), “La storia della Principessa Splendente” è una delle opere più personali di Takahata, un vero e proprio atto d'amore per il cinema e per l'immaginario favolistico antico.

Sulle montagne del Giappone, in una giornata di primavera, un anziano tagliatore di bambù trova, nel germoglio di una pianta, una creatura minuscola, luminosa e con le sembianze di una principessa. L'uomo porta il piccolo essere dalla moglie e la creatura si trasforma all'improvviso in una neonata. I due anziani, che non hanno figli, sono ben contenti di adottarla e la bambina cresce di giorno in giorno a un ritmo sorprendente, riuscendo presto a gattonare, camminare e infine a parlare. Lo sviluppo prodigioso della bambina, che i ragazzi del villaggio hanno ribattezzato Gemma di bambù, non è solo fisico ma anche intellettivo, psicologico e caratteriale, tanto da diventare presto una splendida ragazza. La sua presenza porta anche una certa fortuna economica all’anziano padre, che perciò decide di strapparla alla sua vita campestre e ai suoi amici contadini per condurla in città, affinché venga educata come una vera principessa e quindi destinata a un pretendente di rango adeguato. Ma la Principessa Splendente, come ora viene chiamata, ha nostalgia della libertà e dei suoi paesaggi rurali ed appare evidente che il suo sogno non è esattamente quello di contrarre un matrimonio combinato.

A un primo sguardo distratto, il titolo potrebbe suggerire qualcosa di simile a una fiaba Disney, e in effetti la protagonista dallo spirito libero che si ribella ai vincoli sociali e genitoriali, risulterà familiare a chiunque abbia visto “La sirenetta” o “Mulan”. Agli occhi degli spettatori più smaliziati invece, la creatura di Takahata apparirà più affine a certa animazione sperimentale della scena franco/belga di autori come Michel Ocelot e Sylvain Chomet. Di certo, gli appassionati di anime della prima ora riconosceranno in Kaguya-hime alcune reminiscenze dei personaggi storici dello stesso Takahata: in primis “Heidi”, la delicata epopea pastorale che aveva conquistato il pubblico italiano nel 1978; ma anche “Anna dai capelli rossi”, soprattutto si sente l’eco di quest’ultima nelle scene dell'adolescenza spensierata di Kaguya; per giungere infine al disincanto della maturità di Saeko in “Pioggia di ricordi”, con il suo nostalgico memoir. “La storia della Principessa Splendente” unisce tutte queste anime in un racconto antico e insieme moderno, aderente all’estetica tutta giapponese del mono no aware, quel particolare sentimento di tristezza legato alla caducità delle cose terrene. Qualcuno vi ha intravisto una sottesa riflessione sulla morte, poiché la velocità con cui l'esistenza della ragazza si svolge offre empaticamente il dolore per la nostra impermanenza.

Il racconto si ambienta in un passato mitico che potremmo collocare all'incirca nel periodo Heian del “Genji Monogatari”, quando per le donne è pratica estetica depilarsi le sopracciglia e annerirsi i denti. Due prospettive alquanto sgradevoli per Kaguya, che è insofferente alle cerimonie e all’etichetta, e finisce per cadere in preda alla nostalgia del suo villaggio, riproponendo l’antica dicotomia campagna/città già evidenziata in “Heidi”. Senza sopracciglia il sudore cade negli occhi e con i denti tinti di nero non si può ridere liberamente, inoltre infagottati negli scomodi vestiti alla moda è impossibile correre senza inciampare: “Che senso ha tutto questo?”, chiede la protagonista alla sua arcigna istitutrice (novella Rottenmeier), riflettendo sull’inutilità delle convenzioni che soffocano la sua gioia di vivere. Al contrario, alcuni piaceri genuini come mangiare un cocomero fresco o danzare sotto un ciliegio in fiore, assaporandone la fuggevole bellezza, rappresentano tesori inestimabili. L’equilibrio della natura nel ripetersi delle stagioni (come recita la filastrocca cantata dai bambini del villaggio) e la meraviglia del creato sono la chiave di tutto, l’origine di una felicità più pregnante e sostanziale.

Poi c’è il potere trascendente dell’amore, il motivo per cui una creatura soprannaturale decide di reincarnarsi per provare gioie e dolori dell’esperienza terrena. Nella grande città i rapporti sono regolati da gerarchie sociali e norme di comportamento che privilegiano la forma più che la sostanza, l’avere più che l’essere. Qui è impossibile un rapporto sincero ed empatico e la protagonista lo scopre a sue spese, quando finalmente fa il suo debutto in società con un grande ricevimento, al quale però non può partecipare per tradizione, ma solo ascoltare da dietro a un paravento. Proprio dopo aver ascoltato le parole meschine di un gruppo di invitati, la giovane ha uno scatto rabbioso in una delle scene più toccanti del film, destinata a passare alla storia dell'animazione: la corsa sfrenata di Kaguya che ad ogni passo ne cambia la fisionomia fino a trasformarla in un groviglio furioso e indistinto di linee nere, suggestivo del tumulto interiore del personaggio. Una scena di una potenza visiva straordinaria in cui ricorre lo sfogo liberatorio (già frequentato in “Heidi” e successivamente in “Pom Poko”) dello spogliarsi dei vestiti cittadini.

Il rapporto di Kaguya con Sotemaru è puro e idealizzato, non ha la minima connotazione passionale, e ricorda ancora una volta quello tra Heidi e Peter. Il loro fugace incontro casuale per le vie della città fa ripiombare la ragazza in una crisi esistenziale. Riesce a trovare un po’ di conforto nel piccolo angolo di giardino dove può tornare a essere Gemma di bambù, o durante una scampagnata con la frenetica danza sotto il ciliegio fiorito. A dispetto della sua natura magica, Kaguya dimostra un carattere molto umano e le sue vicissitudini sono molto concrete. Anche quando decide di assecondare il volere paterno e di adempiere agli obblighi da nobildonna coltiva in segreto la speranza di un futuro incontro con Sotemaru, mentre al contempo riceve i suoi pretendenti. Sono tutti cortigiani pieni di sé, falsi e inconsistenti, fino al mikado che reputa le sue concubine come sua proprietà. Questa sarebbe la felicità? Status sociale, beni materiali e poco altro? Non per Kaguya, che in un momento di ribrezzo e disperazione, per sfuggire alla violenza del mikado, invoca dal profondo del suo cuore il ritorno al Regno della Luna.

L’epilogo metafisico è qualcosa di totalmente elegiaco, una conclusione celestiale di proporzioni cosmiche che chiude idealmente il cerchio con le vicende terrene della Principessa Splendente. Sospesa tra Terra e Luna, l’eroina di Takahata ci mostra tutta l’evanescenza delle cose materiali che fanno perdere di vista ciò che veramente conta. Quando il corteo selenita giunge infine a reclamarla, la ragazza volge un ultimo sguardo verso la terra pensando al tempo perduto della fanciullezza e rimpiangendo tutto ciò che avrebbe potuto essere se non fosse stata strappata dalle montagne che tanto amava. Qui, i contadini sono tornati, compreso Sutemaru, con cui sarebbe potuta essere felice! Per qualche istante i due s’incontrano e volano in alto nel cielo, dove solo l’amore può portare, oltre i prati in fiore e i boschetti di bambù. Ma si tratta solo di un sogno: il ragazzo ormai ha una sua famiglia e Kaguya non può sfuggire al suo destino sulla luna, dove gli spiriti vivono un’esistenza di atarassica serenità priva di memoria.

Il ritmo suadente e il tempo dilatato del racconto, che supera le due ore in un tour de force visionario, potrebbero non avere lo stesso immediato ascendente su un pubblico abituato a certi standard hollywoodiani saturi di scene clue e gag fulminanti. In particolare la parte centrale del film unisce la generale lentezza alla ciclicità narrativa degli incontri con i vari pretendenti di turno, passaggio strumentale nel punteggiare le tappe del percorso di Kaguya. Vero motore dell’azione rimane l’aspirazione della nostra eroina a tornare a una vita semplice e il tema dominante è quello nostalgico del rimpianto, legato all'incanto estatico della natura e al messaggio ecologista che ha da sempre caratterizzato tanta produzione dello Studio Ghibli.

Una trattazione a parte la meritano i disegni e le animazioni, a prima vista abbozzati, ma che si rivelano di una finezza e di una qualità sublimi. Con tutte le idiosincrasie culturali dell’ambientazione, che attinge a una tradizione iconografica specificamente giapponese, i fotogrammi de “La storia della Principessa Splendente” si susseguono in una sorprendente galleria di piccoli quadri in divenire, spesso volutamente lasciati galleggiare nel vuoto zen della pagina bianca.

Stilisticamente più vicino al minimalismo de “I miei vicini Yamada” (notevole già di per sé nel portare sullo schermo l'essenzialità della striscia yonkoma), qui però ulteriormente raffinato da un character design molto variegato, il mondo di Kaguya-hime è un tripudio di delicati toni pastello di gusto cromaticamente impressionista, con la stesura pittorica a macchie di colore che si esalta nei giochi di luce/ombra, nei tessuti pregiati, nella natura lussureggiante. I personaggi invece sono caratterizzati dal tratto netto ed espressionista del carboncino che ne cambia i contorni a seconda degli stati d’animo e ne porta alla luce con forza i moti interiori. Combinando passato e innovazione, l’effetto complessivo è quello di un antico rotolo disegnato o di un’incisione ukyo-e che prende magicamente vita davanti ai nostri occhi: si può vedere la grana ruvida della carta da acquerello impregnarsi di colore sotto le guizzanti pennellate degli artisti, i quali operano orgogliosamente a mano, sotto la direzione esperta dello storico collaboratore Kazuo Oga, quest’ultimo già art director de “Il mio vicino Totoro”, “Pioggia di ricordi”, “Pom Poko” e “Mononoke Hime”.

Il world building iper-dettagliato a cui ci ha abituati lo Studio Ghibli qui lascia il posto a uno scenario sì rigoglioso, ma reso con apparente semplicità, altrettanto immersivo e sospeso in una dimensione seducente come una favola d’altri tempi. Particolare cura viene destinata alla descrizione della natura, colta nella sua più intima essenza dalla tecnica degli animatori che catturano il più lieve movimento degli insetti e degli uccelli, il gonfiarsi delle nuvole temporalesche che diventano draghi, i ciliegi in fiore mossi dal vento. L’indicibile bellezza della stessa Kaguya è lasciata tanto all'immaginazione quanto all'illustrazione, che si limita ad accennare con pochi tratti essenziali i lineamenti del volto, non per questo privo di espressività sottile. C'è qualcosa dell'elusività metamorfica di Ponyo nello sviluppo fisico di questa figlia della luna, una vaghezza che consente ai suoi tratti anatomici di passare quasi impercettibilmente dallo stato di un minuscolo “Pollicino”, all’età neonatale e fanciullezza, fino allo sbocciare della maturità, il tutto nell’arco di poche mirabili sequenze, come quella iniziale in cui si può apprezzare il complesso studio sui movimenti infantili, dallo strisciare al gattonare, fino al saltellare come una rana!

Alla meraviglia di questo film, unico sotto ogni punto di vista, contribuisce anche la colonna sonora di un Joe Hisaishi in stato di grazia, alla sua prima composizione per un film di Takahata. I vari temi che la compongono sono piccole perle musicali che offrono momenti di calma meditativa, con l’uso del solo koto (lo strumento a corda suonato da Kaguya) in “Melody of the Beautiful Koto”, oppure brevi intermezzi briosi e divertiti, come “Lil' Bamboo” e “Spring Waltz”, che omaggiano il classico “Pierino e il Lupo” con i leitmotiv che seguono i movimenti dei personaggi, ognuno abbinato a uno strumento musicale di volta in volta diverso (i trilli e gli svolazzamenti del flauto per gli uccellini, l'incedere saltellante degli archi per la piccola Kaguya, etc.). Non mancano abissi di malinconia con “Dispair” e “Memories of the Village”, mentre la struggente canzone finale di rito, “Memory of Life”, è affidata alla soave vocalità di Kazumi Nikaido, che ne compone anche il testo. Particolarmente toccante infine la filastrocca cantata da Kaguya e dai suoi amici, composta dallo stesso Isao Takahata.

Disegnato a mano nella migliore tradizione degli inchiostratori nipponici, animato con somma maestria e coerente fino all’ultimo fotogramma con la filosofia dello Studio Ghibli, “La storia della principessa splendente” non è solo un testamento spirituale ma anche un manifesto artistico in cui si concentra la quintessenza del cinema di Isao Takahata, il punto di arrivo dei tanti sentieri battuti nell’arco di oltre mezzo secolo di animazione: lo sperimentalismo e il folklore de “La grande avventura del principe Valiant”; l’elegia bucolica di “Heidi” e “Anna dai capelli rossi”; i fondali pittorici di “Goshu il violoncellista”; il senso di morte di “Una tomba per le lucciole”; l’istanza ecologista e la naturalità di “Pom Poko”; l’essenzialità stilistica de “I miei vicini Yamada”; l’afflato nostalgico di “Pioggia di ricordi”. Il lungo addio della principessa Kaguya nel suo viaggio verso la luna sembra rivolto non solo alla terra e alle persone amate, ma idealmente agli stessi spettatori e alla settima arte, quel cinema che Isao Takahata ha arricchito con la sua profonda sensibilità e il suo modo unico di fare animazione.


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Mel-chan

Episodi visti: 1/1 --- Voto 10
Attenzione: la recensione contiene spoiler

È un dolcissimo film, delicato, che, partendo da un racconto, narra la storia di Kaguya-hime, la principessa splendente.

I disegni sono quasi degli acquarelli bellissimi, la storia è un racconto, appunto, ma pregno di significati, come l'affetto famigliare, la vita rurale, l'ambizione, la vita pomposa e altolocata di città, e infine quanto la fanciullezza può essere strappata via dalle proprie radici a causa della sete di potere e di possesso, specialmente per la femminilità. Ciò porterà la nostra principessa, che fino ad allora agiva volendo il bene del padre, a desiderare "la morte" e tornare sulla Luna (su cui in realtà è la sua vera origine). Solo allora lui capirà quanto abbia sofferto la povera creatura e quanto invece lei abbia, per volere di lui, abbandonato l'amore del fratellone Sutemaru.
È un racconto che narra l'infanzia gioiosa e l'avvento dell'età fertile e matura di una ragazza ormai donna e che ha nostalgia di quel tempo spensierato... la perdita dell'innocenza.

Mi sono dilungata molto, ma vi prego di guardarlo, e noterete in più punti quanto queste emozioni traspaiono dai volti dei personaggi e quanto le musiche che le accompagnano sono adatte.
Da vedere assolutamente, un'opera del compianto Takahata che vi lascerà con una lacrima in viso e una stretta al cuore.


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ivan180378

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9
Questo bellissimo anime si ambienta nel passato giapponese, all'epoca dei samurai e dei signori feudali.
Un anziano e povero raccoglitore di bambù riceve in dono dal cielo una bambina bellissima. L'anziano crescerà questa bambina assieme a sua moglie. Questa bambina speciale crescerà più rapidamente di una bambina normale, e sarà bellissima e piena di vita. Il cielo farà avere al raccoglitore di bambù anche oro e abiti preziosi, al fine di consentire l'ascesa sociale della bambina, la quale, però, avrà sempre nostalgia del suo passato di campagna, semplicità, povertà, e degli amici di infanzia.

Questo anime, come vedrete, ha una storia molto dolce e sensibile, senza mai scendere nel mieloso o nel patetico. Ha una sensibilità che io chiamo profonda, intelligente, cosciente. Colpisce il cuore dall'inizio alla fine. La storia si svolge in maniera molto piacevole, con diversi momenti di comicità, ma anche di commozione, per non dire di sublime poesia, come spesso ci hanno abituato lo scomparso e compianto autore, e Miyazaki, suo omologo.

L'animazione è fatta veramente bene, e i disegni in stile acquarello sono bellissimi. Anche le musiche, pur se non troppo varie (c'è un solo motivo davvero ricorrente) sono piacevoli.
L'unica sbavatura io la vedo nel finale, che a mio avviso è troppo frettoloso e un po' confuso.

E' un anime comunque molto molto bello, che rasenta la perfezione, e la cui visione è consigliatissima a tutta la famiglia.


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Pan Daemonium

Episodi visti: 1/1 --- Voto 8
Per quanto Takahata abbia deciso di sfruttare la "favola del tagliatore di bambù" il più possibile, adeguandosi non solo a quanto le varie versioni più accreditate narrano, ma anche a come visivamente la storia è stata percepita dagli uomini più prossimi ad essa - più vicini non solo temporalmente, ma anche filosoficamente -, per quanto il regista si sia ben attenuto a tutto ciò, ha deciso comunque di imprimere la propria orma e suggellare il film con qualche dettaglio che rende bene la sua idea, diciamo, anti-urbana o tendenzialmente anti-moderna, mista a una specie di pessimismo nei confronti dell'umana natura.

La forte attrazione che Kaguya, la protagonista, prova per la natura circostante, per la vita semplice e agreste, sorge vieppiù forte nel momento in cui il padre, preso da avidità, decide di abbandonare il mondo georgico per dirigersi in città. Questo particolare non è presente nella novella antica, che narra meramente del conseguente arricchimento dei due contadini con il conseguente miglioramento delle loro condizioni di vita in loco. Usando il topos del viaggio verso l'urbs, Takahata ci permette di osservare il cambiamento nel carattere della protagonista, continuamente vessata dal mondo cortese che la circonda, dalle regole, dai taboo, dalle tradizioni estetiche e comportamentali. La necessità dell'ohaguro, dell'hikimayu e dell'oshiroi (rispettivamente l'annerimento dei denti con colorante, la rimozione delle sopracciglia e l'imbiancamento della faccia) vengono recepiti dalla giovanetta come una imposizione inconcepibile, anche a causa di una 'governante' stereotipata. L'interesse principale di tutto ciò è, comunque, che il regista aggiunge questi particolari storico-culturali ovviamente non presenti (perché sottintesi) nella storia originale per sottolineare un enorme divario fra la pura vita non-urbana e la fittizia vita urbana. Tutto diviene fittizio, persino le relazioni sociali, persino il giardino, ultimo miraggio del mondo naturale. L'urbs riesce a creare il bello dove non c'è, ma sempre con inganno. Nella narrazione primeva i cinque nobiluomini che si avvicinano a Kaguya per rendere palese il loro interesse, recandosi loro in campagna da lei, subiscono loro stessi da lei l'affronto di dover andare a cercare cinque artefatti mitici impossibili da scoprire. Il regista, invece, trasforma ciò in una comica scenetta di lotta retorica tra gli spasimanti, che giocano a chi la spara più grossa. Ognuno di essi assicura a Kaguya di amarla tanto quanto si può amare questo o quel magnifico e mitologico oggetto, mostrando come non si tratti altro che di pura sofistica, di finzione di un amore per qualcheduno che oltretutto mai si è visto in faccia. Persino l'Imperatore, che dovrebbe rappresentare il miglior essere umano in Giappone, addirittura di discendenza divina, non fa altro che bramarla per mera passione fisica, non rispettando i suoi spazi, i suoi tempi e le sue volontà. L'amore urbano e cortese, così mascherato rispetto all'amore puro e fanciullesco che Kaguya provava per Sutemaru, un povero ragazzo del villaggio, costretto a muoversi qui e lì per raccogliere legna e altri vegetali. Persino il giardino costruito e curato da Kaguya nella nuova corte cittadina, con lo scopo di renderlo simile, in 'miniatura', al suo mondo rurale precedente, è solo apparenza, è un miraggio estivo nella calura e nel torpore della città. Questi importanti particolari e l'aggiunta del giardinetto sono importanti indizi per comprendere quale sia l'umore di Takahata nel pensare il dualismo città-campagna, un umore che tendenzialmente riprende un atavico amore dell'essere umano per la natura, evidenziato dal similare "Il topo di città e il topo di campagna" di Esopo.

Il finale, così amaro, riprende anche visivamente disegni cinque-seicenteschi rappresentanti questa grossa nube semovente accompagnante una Divinità lunare (assieme a una banda musicale di nuova invenzione), ma è reso ulteriormente più triste non solo dalla mancata corrispondenza epistolare che nella favola originale Kaguya intrattenne con l'Imperatore fino agli ultimi istanti di coscienza sulla nube (evidente elogio al capo dell'Impero), ma da quel sogno-illusione di Sutemaru che, ritornando dopo diversi anni nelle terre natie, immagina, sogna, si illude o spera di avere lì, dinnanzi a sé una Kaguya pronta a scappare con lui da qualsiasi tentazione maligna urbana, vivendo nella miseria, ma nella purezza e nella felicità.


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Alpaca's World

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9
Sono stata attratta dallo stile di disegno particolare che questo film ci presenta, ritenendolo affascinante sin dal principio; una volta completata la visione, posso affermare che lo stile scelto si adatta al narrare delle vicende. Ho apprezzato la storia fiabesca, che racconta la vita della principessa protagonista dalla prima infanzia, in maniera semplice ma efficace.
Si tratta per certo di un film modesto e originale, che si allontana dallo schema classico dello studio Ghibli, ma non per questo sgradevole. Consiglio caldamente la visione.


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whitestrider

Episodi visti: 1/1 --- Voto 8
Attenzione: la recensione contiene spoiler

Devo ammettere che mi sono approcciato a questo film dello Studio Ghibli con un po' di diffidenza, in quanto lo stile visivo adottato è alquanto differente dal resto della produzione dello studio, inoltre, non conoscendo bene il racconto da cui è stato tratto, temevo di non poter apprezzare l'opera. Logicamente mi sbagliavo: Isao Takahata forse non è Miyazaki, ma è comunque un più che valido regista (come ha potuto dimostrare ne "La tomba delle lucciole"), e il character design adottato per questo lungometraggio è una gioia per gli occhi. Ogni fotogramma infatti pare essere tratto da un dipinto ad acquarello, non ci sono colori sgargianti o animazioni iper-cinetiche, ma appare tutto "soft", tutto appare piuttosto "ovattato", ma non per questo non ci sono colori che predominano, ad esempio il verde della natura nelle scene in campagna o i colori accesi (ma senza esagerare) delle vesti nelle scene in città. Gli incarnati invece sono in genere pallidi, monocromi, tendenti quasi al bianco/grigio delle stampe ukiyo-e. Uno stile pittorico che insomma ben si adatta ad illustrare (in tutti i sensi) un'antica leggenda giapponese, suppongo molto conosciuta e molto amata dal popolo nipponico, visto che il personaggio di "Kaguya-hime" è apparso o ha ispirato diversi anime e manga.

La storia di questo film comincia come molte fiabe/favole occidentali: una coppia di anziani senza figli riceve miracolosamente in dono una piccola bambina che si trovava all'interno di una canna di bambù. La minuscola creatura si trasforma in una neonata, e comincia a crescere in maniera sorprendente, tanto che dopo pochi giorni è già in grado di camminare, e dopo qualche mese è già diventata grande come una bambina di sei-otto anni. Ancora più sorprendentemente il padre adottivo un giorno trova oro e tessuti preziosi all'interno di altre canne di bambù che stava tagliando, e comprende che è un segno del cielo: decide allora di trasferirsi nella capitale con tutta la famiglia, per poter dare alla figlioletta un futuro migliore di quello che potrebbe avere in campagna. La ragazza cresce ancora, e raggiunge l'età da marito. Senza troppa fatica le storie sulla straordinaria bellezza della principessa splendente si fanno strada nella capitale, e i pretendenti di alto rango non mancano. Si fanno avanti in cinque, che con molta spavalderia paragonano Kaguya-hime ai più favolosi tesori di cui hanno sentito parlare. Kaguya allora dice loro che si offrirà in sposa all'uomo che le porterà uno di quei tesori. Chiaramente, le cose si fanno difficili per i pretendenti, in quanto i tesori da loro citati o sono mitologici o sono quasi impossibili da ottenere. Alcuni cercano di imbrogliare la principessa portandole dei falsi, altri quasi rischiano di perdere la vita, e l'ultimo quasi la convince con delle belle parole (ma alla fine fallisce). La principessa, nonostante sia riuscita a scampare al matrimonio, non è per nulla felice, e non aiuta il fatto che l'imperatore pare essere interessato ad averla nella sua corte (senza successo). Nel finale scopriamo la vera natura di Kaguya-hime e il suo (se vogliamo) triste destino.
Una fiaba senza lieto fine, insomma? Ebbene sì, non muore nessuno, ma il finale è senza dubbio poco allegro.
Un finale metaforico/allegorico? Probabilmente, anche se non sono sicuro di aver capito bene il messaggio nascosto.
Un racconto con finalità pedagogiche di qualche tipo? Forse no, non mi sembra qualcosa tipo "Cappuccetto Rosso" o altre fiabe che pretendono di insegnare ai bambini qualcosa. In ogni caso dubito ci sia una morale da imparare in una storia come questa, a parte forse accontentarsi di quello che si ha senza cercare per forza una felicità ipotetica altrove: l'anziano padre adottivo di Kaguya decide di trasferirsi con tutta la famiglia nella grande città, credendo di far felice la figlia, ma alla fine invece l'ha solo resa infelice, e ha finito con il rendere infelice invece tutta la famiglia e pure i servitori!

Per concludere: consiglio caldamente la visione di questo film a tutti i fan dello studio Ghibli, ma anche a coloro a cui piace il folklore e i miti e leggende giapponesi (considerando però che ci sono alcune differenze tra questo film e il racconto da cui è stato tratto), film che però ha un difetto importante: dura un po' troppo, oltre due ore! Probabilmente avrebbe giovato tagliare un po' di scene inutili, per renderlo più scorrevole e adatto a un pubblico più giovane, ma resta comunque più che piacevole.


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Kida_10

Episodi visti: 1/1 --- Voto 6,5
"Kaguya Hime no Monogatari", tradotto "La Storia della Principessa Splendente", è un film d'animazione prodotto dallo studio Ghibli nel 2013, ispirato a un antico racconto popolare giapponese intitolato "Taketori Monogatari" (storia di un tagliabambù), e diretto dal rinomato Isao Takahata, che ritorna all'opera dopo quasi quindici anni di pausa.

Un giorno di primavera, un anziano tagliatore di bambù trova nel bosco un piccolo essere luminoso dalle sembianze di una giovane donna. Convinto si tratti di una principessa pervenutagli dalla volontà dei cieli, l'anziano signore decide di portarla a casa e di accudirla al meglio delle proprie possibilità. D'un tratto, il piccolo essere luminoso si trasforma in un neonato e comincia a crescere con ritmi elevati, divenendo in poco tempo una ragazzina. In quel momento il padre adottivo decide di portarla nella capitale del regno, affinché essa venga trattata come una vera principessa merita.

Un'agiata vita principesca o una semplice vita da campagnola? Probabilmente in molti preferirebbero la prima opzione, più vantaggiosa sotto numerosi punti di vista, ma non è questo il caso di Gemma di Bambù (nome dato alla principessa dai bambini divenuti suoi amici), che trova la felicità solo in campagna, nel correre liberamente in lungo e in largo, e nell'essere circondata da persone che provano nei suoi confronti reali sentimenti di affetto. Una volta divenuta una dama in piena regola, grazie soprattutto all'insistenza del padre, per la protagonista inizierà una vita triste e monotona, che le causerà più sofferenza che altro.
Questa è una prima e più semplice riflessione che credo sorga spontanea dopo la visione dell'opera; Takahata ha particolarmente a cuore questa tematica, e dopo averla chiaramente mostrata in "Omohide Poro Poro", ventidue anni orsono, non manca di riproporla al giorno d'oggi, dove il livello di urbanizzazione è cresciuto a dismisura, e dove i vincoli imposti dalla società sono sempre maggiori e più restrittivi.

"Kaguya Hime no Monogatari" è un'opera particolare sotto tutti i punti di vista, e per questo risulta a mio avviso non essere adatta alla maggioranza degli spettatori. La trama si sviluppa molto bene, la storia in sé è intrigante e ricca di fascino, ma i tempi sono estremamente lenti, e in alcuni momenti la noia non tarderà a sopraggiungere, complice anche la lunga durata. Questo è sostanzialmente il principale difetto dell'opera.
E' un prodotto originale anche per il comparto grafico, che riesce attraverso un tratto semplice e indefinito a catturare pesantemente l'attenzione. I fondali, scarni di minuziosi dettagli ma colorati con gli acquerelli, ricreano un effetto unico e suggestivo, donando perfettamente l'idea di "fiaba d'altri tempi", e conducono lo spettatore in un mondo mistico dove si respirano atmosfere oniriche e surreali.
Altrettanto ottimo è il comparto sonoro, che si distingue per via di un elevatissimo numero di colonne sonore. Il doppiaggio italiano è più che adeguato.

Il finale è indubbiamente la parte migliore dell'opera, e per chi non avesse precedentemente letto la fiaba risulterà spiazzante e inaspettato. Un colpo di scena che accelera improvvisamente la narrazione, che dà voce a tutti i sentimenti dei protagonisti, fino a quel momento espressi solamente attraverso le loro azioni.

In conclusione, reputo "Kaguya Hime no Monogatari" la miglior creazione di Isao Takahata, un film intrigante e originale che però bisogna saper apprezzare. Come accennato all'inizio, non è una visione adatta a tutti, o perlomeno non è il classico film che ci si potrebbe aspettare visto il marchio di fabbrica.


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Evelyn

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9
<b>Attenzione: la recensione contiene spoiler</b>

"La storia della principessa splendente" è un film d'animazione di Takahata, basato su una famosa leggenda giapponese. Il racconto si apre con l'immagine di un anziano tagliatore di bambù che, in un giorno qualunque di lavoro nei boschi, viene attratto da una canna di bambù che inizia e risplendere e da cui sboccia un fiore in cui è racchiusa una piccola principessa (un po' come Pollicina); il vecchio tagliatore la prende tra le mani e la porta a casa sua, dove c'è la sua anziana moglie che è assolutamente incredula ma allo stesso tempo felice, poiché recepisce subito che quella creaturina dovrà crescerla come una figlia. Infatti, come la prende tra le mani, la piccola principessa si trasforma in un neonato, che non potevano non chiamare che Principessa, perché convinti che la bimba sia un principessa mandata sulla Terra per volere degli Dei.
La crescita della bambina è sorprendente e sembra crescere di minuto in minuto, e tutta la comunità del piccolo villaggio nel bosco se ne accorge, e i bambini si soffermano a guardare la bambina, sperando di vederla crescere ancora una volta come per magia; viene soprannominata Gemma di bambù. Principessa cresce felice nel bosco e immersa nella natura insieme agli altri bambini, capitanati da "fratellone" Sutemaro, un ragazzino di poco più grande degli altri. La vita scorre tranquilla, ma quando il tagliatore trova in altre canne di bambù delle pepite d'oro e sontuose vesti, inizia a pensare che gli Dei vogliano che Principessa conduca una vita più dignitosa; allora il vecchio e la famiglia si trasferiscono in città, dove fa costruire un meraviglioso castello per Principessa e le dona una educazione da nobildonna. Il suo nome da nobildonna sarà appunto Principessa Splendente. Ma la sua vita nel castello diventa sempre più triste e proibitiva: se prima ne entra come una fanciulla allegra e felice, questa la renderà una ragazza sola, triste e silenziosa.
La sua bellezza è ineguagliabile! E arriverà fino alle orecchie di nobili e principi che la vogliono in sposa, ma lei vorrà mantenere almeno quell'unica libertà che le resta. Da qui, nel castello ci saranno molte vicissitudini interessanti e un finale triste e sconvolgente, che di certo non faranno mai annoiare lo spettatore, che rimane sempre attivo e curioso nel seguire la trama.

Questo film d'animazione può essere definito quasi come una fiaba d'altri tempi.
Anche i disegni così diversi dal solito, che in alcuni tratti sembrano dei veri e propri schizzi fatti a mano, e insieme alla bellissima colonna sonora, riescono a dare il senso di libertà e solitudine che prova la protagonista. Quasi a trasmettere le sue emozioni solo con pochi tratti e poche note.

Penso che uno dei momenti più belli del film sia l'incontro con il "fratellone" Sutemaro, quando si capisce il sentimento che li unisce fin da bambini. E forse è per questo che non do un 10 pieno a "La storia della principessa splendente", perché una storia d'amore non c'è, si percepiscono dei sentimenti ma non avranno seguito, e il finale spezzerà il cuore e farà uscire qualche lacrima. Ecco, insomma, avrei gradito di più un lieto fine! Ma non si può avere tutto e si può dire che questo film è praticamente perfetto in tutto! Una trama avvincente e ben sviluppata, personaggi bellissimi e caratterizzati molto bene, anche solo dalle immagini.

Anche il significato non è da sottovalutare, o almeno i significati che comunemente possono essere recepiti anche dai non intenditori di cultura giapponese come me. Un significato molto importante per me è che i soldi e la ricchezza non fanno la felicità: Principessa era molto più felice nella sua casetta in campagna che nel bel castello, per dirla breve, poi la libertà che aveva in campagna non l'ha più, rinchiusa nel castello e isolata dal mondo. Tutto questo accade perché il padre pensa di far così il volere degli Dei, sbagliando tutto, e sarà poi questa la causa della perdita della sua amata figlia.

Un film che consiglio assolutamente e che piacerà anche ai più piccoli, perché è proprio una fiaba. Davvero molto bello! E credo che questo sia confermato anche dai numerosi premi vinti come miglior film d'animazione tra il 2013 e 2014.


 6
npepataecozz

Episodi visti: 1/1 --- Voto 8
Premessa: l'essere un conoscitore di anime e manga non implica automaticamente l'essere anche un fine conoscitore della storia e delle tradizioni giapponesi. Voler affermare questo sarebbe ridicolo: sarebbe un po' come se qualcuno ci dicesse di conoscere la nostra storia perché ha visto la Gioconda e il Colosseo oppure perché legge "Dylan Dog".
Mi rendo conto che questa è una constatazione piuttosto ovvia; ad essa, però, ne voglio aggiungere un'altra forse meno scontata: solo perché leggo manga e guardo anime non sono obbligato a informarmi sui miti e sulle leggende orientali che trovano spazio all'interno del lavoro che sto visionando. E' altresì chiaro che la mia comprensione del significato complessivo dell'opera risulterà carente; tuttavia, anche lo spingersi a fare commenti da intenditore dopo aver leggiucchiato qualche pagina di Wikipedia sull'argomento mi sembra poco credibile.
Queste riflessioni hanno tenuta occupata la mia mente nel momento in cui ho deciso di cominciare la recensione de "La storia della principessa splendente", un film di due ore circa in cui i riferimenti alle tradizioni e ai miti giapponesi si susseguono fotogramma dopo fotogramma; per cui mi sono chiesto: "Qual è in questi casi il compito del recensore? Deve per forza cercare di dare un senso a tutto oppure può semplicemente basarsi su quei contenuti universalmente recepibili?" A mio avviso tutte e due le possibilità sono corrette; e ovviamente io ho optato per la seconda opzione.

Mentre si dedicava, come suo solito, alla raccolta del bambù, un vecchio montanaro vede una strana luce provenire da uno di quegli alberi. Con suo grande stupore scopre che immersa in quel bagliore c'era una ragazza avente le dimensioni di una bambola; così, credendo si trattasse di un dono del cielo, il vecchio raccolse la ragazza e la portò nella sua casa dove, tra il suo stupore e quello della moglie, ella si trasformò in una bambina vera. Vera, ma un po' particolare, però: il suo ritmo di crescita era decisamente più veloce del normale.

Il film è allo stesso tempo semplice e profondo. In particolare sono due i temi che meritano maggiore attenzione: il confronto tra campagna e città, e l'interpretazione della volontà divina.
Quanto al primo punto vediamo che la principessa rimpiangerà sempre i giorni della sua infanzia, passati a giocare tra i campi con i suoi amici. La vita in campagna viene descritta povera ma libera, e si contrappone a quella di città che al contrario è ricca ma schiava di infiniti formalismi che costringono le persone (e le donne in particolare) a una innaturale solitudine. Unica via d'uscita per la principessa da questo stato delle cose è il matrimonio, ma lei rifiuta energicamente qualsiasi pretendente, in quanto riconosce in essi solo un nuovo padrone e nel matrimonio una nuova fonte di schiavitù. Questo suo rifiuto, a cui si contrappone il dolce ricordo di un suo povero compagno d'infanzia, va interpretato come il riconoscimento della vera ricchezza nella libertà e non nel denaro; e la libertà, in questo film, abita in campagna.
Quanto al secondo punto, il film ci mostra quanto possa risultare presuntuoso l'individuo che, da solo, ritiene di essere in grado di interpretare la realtà divina. Il vecchio, credendo di riuscire a interpretare i segni che gli venivano mandati, commette un errore dopo l'altro, fino ad arrivare a quella che per lui rappresenta la massima sventura. Quel che si nota è che pian piano la buona fede dell'individuo cede il passo alla sua ambizione personale, fino a far coincidere le sue aspirazioni con la supposta volontà divina. Soffocato dal proprio ego, il vecchio non riuscirà più a sentire la voce della sua diletta figliola e finirà per diventare il principale responsabile della sua perdita. E questo, a mio avviso, è un monito rivolto all'uomo che, troppo spesso, crede di essere nel giusto solo perché il suo concetto di giustizia coincide con le sue ambizioni o coi dettami della società che lo circonda.

In definitiva un ottimo film, l'ideale per chi è appassionato di cultura giapponese, ma che può essere apprezzato anche dal resto dell'utenza; personalmente mi sento di consigliarlo a tutti, specie a chi ha qualche bambino piccolo alla ricerca di qualche nuova favola.

AkiraSakura

Episodi visti: 1/1 --- Voto 10
Nel 2013, con "Kaguya-hime no Monogatari", Isao Takahata - uno dei più grandi registi della storia dell'animazione giapponese - lascia ai posteri il suo testamento spirituale, un'opera estremamente essenziale e allo stesso tempo molto profonda e densa di simbolismi. Il film è basato su un antico racconto popolare giapponese, il "Taketori no Monogatari"; tale soggetto, estremamente atavico e quanto mai distante dall'attuale cultura occidentalizzata del Giappone moderno, viene plasmato dall'inconfondibile stile dell'autore, il quale gli conferisce uno stile evanescente e strettamente personale.

Un giorno, un anziano tagliatore di bambù trova per caso un misterioso ed elegante essere luminoso nel fusto di una pianta di bambù. Per l'umile vecchio, tale essere dalle sembianze di una piccola principessa è indubbiamente un dono elargito dal cielo; ergo egli lo accoglie con gioia nella sua casa e decide di crescerlo come un figlio. In breve tempo, da essere magico la piccola principessa è diventata un neonato che cresce a dismisura, e questa rapida crescita porterà in breve tempo Gemma di Bambù - questo è il nome affibbiato alla misteriosa bambina, data la sua sovrannaturale capacità di sviluppo - a diventare una vivace ragazza allegra e piena di entusiasmo. Tuttavia, è impossibile per Gemma di Bambù evitare il momento in cui dovrà dire addio alla felicità: ella verrà condotta dai genitori adottivi in città - venendo costretta a rinunciare a quella simbiosi con la vita che alimentava quelle gaie giornate in cui la meraviglia del vivere era meramente indotta dalle cose semplici e ordinarie -, e dovrà diventare suo malgrado una raffinata dama dell'alta società, perché tale, secondo il vecchio tagliatore di Bambù, è la volontà divina. Ma la volontà divina è molto distante dall'uomo: è un qualcosa di incomprensibile, di sfuggente, di intimamente legato alla natura delle cose. La Principessa Splendente, nata da una canna di bambù e intimamente legata all'essenza della vita, è tristemente sola nel mondo degli uomini; quel mondo di menzogne così distante dal luogo superno in cui ella viveva prima d'incarnarsi sulla terra.

Il folklore giapponese è denso di simbolismi legati allo shintoismo e al buddhismo; e, in "Kaguya-hime no Monogatari", questi elementi sono altresì presenti in grande quantità. Il film tuttavia propende verso una concezione vitalistica più affine allo shintoismo che al buddhismo: secondo Isao Takahata, le passioni e la vita terrena non vanno disprezzate, ma sono cose necessarie alla propria crescita interiore. La storia della Principessa Splendente è quindi paragonabile ad un percorso in cui la meta/non-meta finale - ovvero il Nirvana, l'annullamento, il distacco ultimo dalle cose terrene - è l'ultima tappa di un cammino fatto di sofferenza, di gioia, di amore, di comprensione, di rabbia, di perdita. Nel film ritorna la poetica dell'autorealizzazione del sé, nonché il contrasto presente tra la ricerca di sé stessi e i vincoli imposti dalle formalità della vita urbana (si pensi al capolavoro "Omohide Poro Poro"). Il finale del film è molto evocativo, e con il suo retrogusto spiccatamente drammatico lascia intendere il messaggio-testamento dell'autore, un grande inno all'esistenza e alla totalità delle cose, ovvero a quell'illimitato mare in cui è ancora possibile trovare sé stessi nonostante l'opposizione delle fredde ed imperturbabili leggi decretate dall'uomo e dalle divinità.

Se da un lato "Kaguya-hime no Monogatari" è puro folklore, dall'altro è pura poesia; e questi due elementi corrispondono tra loro con la giusta armonia. Isao Takahata con quest'opera decide di restare un grande poeta sino all'ultimo, senza smentire la sua fama di artista dotato di un'innata sensibilità e di un'intellettualità particolarissima e ricercata. Con questo film Isao Takahata va a scandagliare le profondità abissali dell'esistenza, perdendosi nei meandri del patrimonio collettivo e atavico della cultura del Giappone antico. Il tema della "ragazza che scompare" è molto ricorrente nel folklore giapponese, e antropologicamente è intimamente legato a quel passato comune a tutti i popoli in cui avvenne la transizione dal matriarcato al patriarcato: non a caso la Principessa Splendente possiede una grande affinità con la Luna e con il raccolto, entrambi elementi considerati sacri nelle varie tradizioni matriarcali appartenenti alle culture ancestrali di tutto il mondo. Il calendario lunare è infatti molto più antico del calendario solare, ed è intimamente legato all'attività agricola, che si pensava fosse favorita da una grande "Dea Lunare" e/o "Dea Madre". Gradualmente, il potere passò dalle mani delle donne a quelle degli uomini; e studiando il patrimonio mitologico di tutte le culture è possibile trovare moltissimi indizi di questa profonda trasformazione sociale avvenuta migliaia di anni fa (uno studio del genere è stato fatto da Robert Graves nel suo illuminante libro "La Dea Bianca"). A mio avviso una completa trattazione di stampo antropologico - la quale andrebbe comunque fatta in altra sede - permetterebbe una maggiore comprensione della natura degli archetipi comuni alle culture di tutta l'umanità.
Chiudendo la precedente divagazione e tornando a parlare dell'opera in sé, la Principessa Splendente di Takahata non è soltanto un mero archetipo, giacché egli la plasma infondendole una caratterizzazione molto particolare, più vicina a quella di una vera ragazza in carne ed ossa che a un simbolo dai connotati mitologici. La Principessa ride, piange, si tormenta, e viene altresì colta dal dubbio. Ella è sacra e profana allo stesso tempo.

Tra le numerose scene del film, una in particolare è rimasta gradevolmente impressa nella mia memoria: quando la protagonista fa notare alla madre adottiva che, se visto da una prospettiva differente, il giardino presente nella loro casa in città sia in realtà molto simile alle campagne dalle quali si erano trasferiti. Tale scena, nella sua estrema semplicità, a mio avviso nasconde un significato molto profondo: la natura ripete sé stessa su scale differenti, differenziandosi e allo stesso tempo conservando la stessa sostanza in tutte le sue innumerevoli manifestazioni. Su un diverso piano di lettura, gli steli che paiono alberi e le formiche che paiono animali di campagna stanno lì a simboleggiare che le cose sono strettamente legate al modo con cui le si osserva; e che neanche un'artificiosa città abitata da degli altrettanto artificiosi uomini si può sottrarre alle sostanziali ricorrenze della natura.

Per quanto concerne gli aspetti tecnici del film, la regia estremamente d'autore si dimostra in grado di trasmettere lo stato d'animo della protagonista facendo esprimere ai fondali, ai colori e ai suoni l'essenza della sua stessa anima. In una scena, ad esempio, la disperazione della Principessa viene rappresentata mediante un tetro lamento dell'intera natura circostante: gli alberi diventano improvvisamente scuri, aggrovigliati, il tutto si fa angoscioso, frenetico, opprimente. Takahata fa parlare direttamente l'immagine come se fosse una poesia dai versi aspri e cupi, fornendo alla sua opera affascinanti risvolti espressionisti. Lo stile di disegno è alquanto particolare, un misto tra design tradizionale e sperimentalismo grafico; gli acquarelli e l'indeterminatezza del tratto - che rimane sul vago risultando allo stesso tempo estremamente espressivo - rendono la visione molto simile a un sogno ad occhi aperti. La vivacità della Principessa Splendente si riflette come d'incanto nelle suggestive ed eteree visioni naturalistiche dell'autore, quei luoghi dal cielo bianchissimo e imperturbato tipici della sua poetica.

In conclusione, a mio avviso questo non è affatto un film per tutti, ma un prodotto estremamente di nicchia, godibile appieno soltanto da chi ha una certa dimestichezza con la cultura giapponese. E' una fiaba molto profonda, "Kaguya-hime no Monogatari", che andrebbe rivista più volte per poterne coglierne le molteplici sfaccettature.