Come si dice "Amore"?
Questa recensione non contiene spoiler sul finale, ma potrebbe anticipare alcune vicende.
L’agenzia di viaggi "K‑drama" ci offre un pacchetto vacanze che ci porterà in giro per il mondo: Corea, Giappone, Canada e Italia; il tutto rimanendo comodamente seduti sul divano.
Le vicende di Come si dice "Amore"? seguono l’interprete Joo Ho‑jin, che parla fluentemente tante lingue come inglese, giapponese e italiano, e la star internazionale Cha Moo‑hee, che si appoggerà alla sua traduzione per girare un programma.
Paesi diversi, culture diverse, lingue diverse. Eppure, nonostante la presenza di un ottimo traduttore, non sempre la comunicazione è chiara.
"Sai quante lingue ci sono nel mondo, signor Interprete? […] Ci sono tante lingue quante sono le persone. Ognuno parla la sua lingua. Ecco perché le persone fraintendono e si offendono a vicenda."
(cit. Kim Young‑hwan)
Il linguaggio non è solo questione di parole: quando si parla e si ascolta, ognuno porta con sé il proprio bagaglio di esperienze, le proprie emozioni e le proprie interpretazioni. Può capitare che, anche parlando la stessa lingua, non si riesca a capirsi l’un l’altro. Ed è questo uno dei temi fondamentali di Come si dice "Amore"?.
E a proposito di lingua: il primo consiglio che mi sento di dare è guardare il drama in lingua originale.
Il protagonista in alcuni episodi parla in italiano e il doppiaggio ci impedisce di comprendere il cambio di lingua, creando confusione.
In un episodio in particolare, per evitare fraintendimenti, si è addirittura trasformata un’orchestra italiana in spagnola, proprio per ovviare al problema della traduzione, ma generandone così un altro.
In generale, comunque, l’adattamento italiano non è stato dei migliori.
Oltre al problema dell’italiano, è presente anche quello della lingua giapponese che in alcuni dialoghi è doppiata e in altri no, confondendo ulteriormente lo spettatore.
Quindi, nonostante io sia spesso pro‑doppiaggio, in questo caso mi sento di sconsigliarlo.
Dopo aver deciso con quale lingua affrontare questo viaggio, possiamo partire per nuove mete: posti stupendi e meravigliosi, alcuni molto vicini a noi.
L’Italia — e la mia Toscana — è quella che risalta di più per bellezza e fascino!
Luoghi come Civita di Bagnoregio, Perugia, Siena, i colli del Chianti e la bellissima libreria Giunti Odeon di Firenze (anche se nel drama è stata spostata in Canada) ci fanno sentire il mondo dei drama coreani più vicino a noi.
La fotografia è meravigliosa. I luoghi sono bellissimi, ma la regia è riuscita a renderli ancora più belli con riprese stupende e panoramiche mozzafiato che fanno da cornice a questa storia.
In questo percorso siamo accompagnati da personaggi interpretati da attori eccezionali.
Il protagonista è impersonato dall’affascinante Kim Sun‑ho che, per me, può ricevere la cittadinanza italiana ad honorem anche subito: oltre a parlare giapponese e inglese, si è dovuto cimentare anche in tantissime battute in italiano.
Non è da meno nemmeno Ko Yoon‑jung, che aveva il difficile ruolo di interpretare due personalità completamente diverse e ci è riuscita con grande impatto: con un solo sguardo riuscivamo a capire chi era chi.
E cosa dire del principe del romanticismo? Non solo uno dei personaggi scritti meglio, con una crescita ben leggibile, ma l’interpretazione di Sota Fukushi è stata fantastica; ancora una volta ci incanta e ci stupisce (anche grazie ad alcune frasi pronunciate in coreano).
Ciò che disturba il nostro viaggio è una presenza un po’ inquietante che si mette sotto i riflettori soprattutto dal settimo episodio: Do Ra‑mi, la zombie del film interpretata dalla protagonista Cha Moo‑hee, prende vita diventando quasi una sua personalità alternativa.
Oltre a diventare un personaggio ingombrante, Do Ra‑mi non era poi così necessaria ai fini della trama: sono presenti già molti aspetti e vicende che potevano essere approfondite, e aggiungere un altro personaggio così importante ha solo portato a una conclusione in cui nessuno dei temi è stato sviluppato in modo adeguato.
Il fattore stesso di un’altra personalità che si fa largo nella mente della protagonista è un tema interessante, poche volte visto sul piccolo schermo coreano — vi consiglio di recuperare Heal Me, Kill Me se vi interessa l’argomento — ma qui è trattato in modo superficiale e non sviluppato al meglio, togliendo spazio ad altre problematiche che potevano essere approfondite.
In conclusione, fate la valigia e preparatevi a partire; godetevi le prime sei tappe di questo viaggio e prendete le restanti sei nel modo giusto: gustatevi i paesaggi, amate i protagonisti e sorvolate sulla trama e sulle sotto‑trame non gestite al meglio. Perché, nonostante tutto, il costo vale il viaggio.
L’agenzia di viaggi "K‑drama" ci offre un pacchetto vacanze che ci porterà in giro per il mondo: Corea, Giappone, Canada e Italia; il tutto rimanendo comodamente seduti sul divano.
Le vicende di Come si dice "Amore"? seguono l’interprete Joo Ho‑jin, che parla fluentemente tante lingue come inglese, giapponese e italiano, e la star internazionale Cha Moo‑hee, che si appoggerà alla sua traduzione per girare un programma.
Paesi diversi, culture diverse, lingue diverse. Eppure, nonostante la presenza di un ottimo traduttore, non sempre la comunicazione è chiara.
"Sai quante lingue ci sono nel mondo, signor Interprete? […] Ci sono tante lingue quante sono le persone. Ognuno parla la sua lingua. Ecco perché le persone fraintendono e si offendono a vicenda."
(cit. Kim Young‑hwan)
Il linguaggio non è solo questione di parole: quando si parla e si ascolta, ognuno porta con sé il proprio bagaglio di esperienze, le proprie emozioni e le proprie interpretazioni. Può capitare che, anche parlando la stessa lingua, non si riesca a capirsi l’un l’altro. Ed è questo uno dei temi fondamentali di Come si dice "Amore"?.
E a proposito di lingua: il primo consiglio che mi sento di dare è guardare il drama in lingua originale.
Il protagonista in alcuni episodi parla in italiano e il doppiaggio ci impedisce di comprendere il cambio di lingua, creando confusione.
In un episodio in particolare, per evitare fraintendimenti, si è addirittura trasformata un’orchestra italiana in spagnola, proprio per ovviare al problema della traduzione, ma generandone così un altro.
In generale, comunque, l’adattamento italiano non è stato dei migliori.
Oltre al problema dell’italiano, è presente anche quello della lingua giapponese che in alcuni dialoghi è doppiata e in altri no, confondendo ulteriormente lo spettatore.
Quindi, nonostante io sia spesso pro‑doppiaggio, in questo caso mi sento di sconsigliarlo.
Dopo aver deciso con quale lingua affrontare questo viaggio, possiamo partire per nuove mete: posti stupendi e meravigliosi, alcuni molto vicini a noi.
L’Italia — e la mia Toscana — è quella che risalta di più per bellezza e fascino!
Luoghi come Civita di Bagnoregio, Perugia, Siena, i colli del Chianti e la bellissima libreria Giunti Odeon di Firenze (anche se nel drama è stata spostata in Canada) ci fanno sentire il mondo dei drama coreani più vicino a noi.
La fotografia è meravigliosa. I luoghi sono bellissimi, ma la regia è riuscita a renderli ancora più belli con riprese stupende e panoramiche mozzafiato che fanno da cornice a questa storia.
In questo percorso siamo accompagnati da personaggi interpretati da attori eccezionali.
Il protagonista è impersonato dall’affascinante Kim Sun‑ho che, per me, può ricevere la cittadinanza italiana ad honorem anche subito: oltre a parlare giapponese e inglese, si è dovuto cimentare anche in tantissime battute in italiano.
Non è da meno nemmeno Ko Yoon‑jung, che aveva il difficile ruolo di interpretare due personalità completamente diverse e ci è riuscita con grande impatto: con un solo sguardo riuscivamo a capire chi era chi.
E cosa dire del principe del romanticismo? Non solo uno dei personaggi scritti meglio, con una crescita ben leggibile, ma l’interpretazione di Sota Fukushi è stata fantastica; ancora una volta ci incanta e ci stupisce (anche grazie ad alcune frasi pronunciate in coreano).
Ciò che disturba il nostro viaggio è una presenza un po’ inquietante che si mette sotto i riflettori soprattutto dal settimo episodio: Do Ra‑mi, la zombie del film interpretata dalla protagonista Cha Moo‑hee, prende vita diventando quasi una sua personalità alternativa.
Oltre a diventare un personaggio ingombrante, Do Ra‑mi non era poi così necessaria ai fini della trama: sono presenti già molti aspetti e vicende che potevano essere approfondite, e aggiungere un altro personaggio così importante ha solo portato a una conclusione in cui nessuno dei temi è stato sviluppato in modo adeguato.
Il fattore stesso di un’altra personalità che si fa largo nella mente della protagonista è un tema interessante, poche volte visto sul piccolo schermo coreano — vi consiglio di recuperare Heal Me, Kill Me se vi interessa l’argomento — ma qui è trattato in modo superficiale e non sviluppato al meglio, togliendo spazio ad altre problematiche che potevano essere approfondite.
In conclusione, fate la valigia e preparatevi a partire; godetevi le prime sei tappe di questo viaggio e prendete le restanti sei nel modo giusto: gustatevi i paesaggi, amate i protagonisti e sorvolate sulla trama e sulle sotto‑trame non gestite al meglio. Perché, nonostante tutto, il costo vale il viaggio.
Un viaggio bellissimo... finché non cambia direzione
“Can This Love Be Translated?”, serie sudcoreana del 2026 disponibile su Netflix, parte con tutte le carte in regola per essere un romance elegante e coinvolgente. Dodici episodi, un cast di prim’ordine — Kim Seon‑ho, Go Youn‑jung e il giapponese Sota Fukushi — e un’ambientazione internazionale che spazia tra Canada, Italia e Giappone. Insomma, una produzione che promette subito un viaggio emotivo e visivo di grande fascino.
La trama ruota attorno all’incontro tra Cha Mu‑hee, attrice coreana di fama globale, e Joo Ho‑jin, interprete poliglotta chiamato ad accompagnarla in un programma di viaggio e dating internazionale. È un’idea semplice ma brillante: due persone che vivono di parole, sfumature e traduzioni, costrette a confrontarsi con emozioni che, spesso, non trovano la lingua giusta per essere dette.
E nei primi episodi questa dinamica funziona benissimo. C’è ritmo, c’è intesa, c’è quella promessa di romance che ti fa pregustare una storia dolce, elegante, quasi da favola.
E poi ci sono i luoghi.
Il Canada è luminoso, vasto, quasi terapeutico. L’Italia — che per me è casa — viene mostrata con quello sguardo straniero che la rende ancora più bella: panorami, vicoli, colori, tutto valorizzato con una cura che fa piacere vedere. È una delle parti più riuscite della serie, insieme al gioco delle lingue, davvero affascinante: coreano, inglese, giapponese, italiano. Un intreccio continuo di significati e fraintendimenti che, per essere apprezzato davvero, richiede la visione in lingua originale con sottotitoli.
Anche il cast è uno dei punti forti: attori che già conoscevo e apprezzavo, e che qui confermano professionalità e presenza scenica. Kim Seon‑ho, che avevo già visto e amato in “Hometown Cha‑Cha‑Cha”, porta con sé quella sua naturalezza un po’ disarmante; Go Youn‑jung, reduce da “Alchemy of Souls: Part 2”, mantiene la sua presenza elegante e controllata. Le scene romantiche sono curate, i baci più veri del solito per un k‑drama, e sul piano estetico funzionano.
Ma — ed è qui che per me si gioca la differenza — non basta un bacio ben girato per parlare di “chimica strepitosa”. La chimica vera nasce prima: negli sguardi, nei silenzi, nei tempi, nella scrittura che costruisce tensione emotiva. E qui la scrittura non prepara davvero il terreno, per cui l’effetto resta più elegante che coinvolgente. È come vedere due attori che sanno baciare, non due personaggi che non possono fare a meno di farlo.
Molti spettatori possono lasciarsi incantare dall’estetica — e lo capisco — ma personalmente non ho sentito quel battito sotto la superficie. E non è questione di severità: è proprio questione di feeling, per citare Cocciante.
Pur con queste sfumature, la prima metà della serie mantiene un suo equilibrio.
Poi arriva il famigerato episodio 7, e qualcosa si spezza.
Il tono cambia, il genere cambia, e la serie sembra perdere la bussola — ironico, visto che di viaggi dovrebbe essere avvezza.
Il romance si annacqua, mentre thriller, noir e psicologia entrano in scena senza trovare un equilibrio. Troppa carne al fuoco, e nessuna cotta davvero bene. È come se ti avessero fatto annusare una torta meravigliosa, e proprio quando stai per assaggiarla… ti servono un piatto di pasta, poi un pollo, poi delle patate. Tutto buono, certo, ma non è quello che volevi. E quando finalmente il dolce arriva, non hai più fame.
Il viaggio itinerante, che all’inizio sembrava un’idea bellissima — un percorso geografico ed emotivo insieme — perde forza invece di crescere. E alla fine resta la sensazione che si sia puntato più sull’estetica che sulla sostanza: paesaggi stupendi, abiti impeccabili, una confezione da sogno… ma dentro la torta promessa non si trova.
Il trauma di Mu‑hee, che avrebbe richiesto delicatezza, viene trattato con toni che stonano rispetto al genere.
Il personaggio di Do Ra‑mi, da interessante, diventa pesante e invadente.
Gli amori incrociati — tutti (o quasi) non corrisposti — sembrano messi lì più per confondere che per arricchire la storia.
E persino l’attore giapponese, che aveva un potenziale enorme, finisce relegato in un ruolo che non sfrutta davvero le sue possibilità.
A un certo punto iniziano a stonare anche i costumi: lei in Chanel è splendida, nulla da dire, ma l’ostentazione diventa così insistita da sembrare quasi una sfilata continua.
E i soliti cliché italiani, che fanno sorridere ma rompono un po’ l’incanto, non aiutano di certo.
Un accenno va fatto anche all’OST, che accompagna la serie con coerenza… almeno fino a un certo punto. Nella prima metà è leggera, luminosa, da rom‑com pura: melodie morbide, atmosfere zuccherine, quel tipo di colonna sonora che ti fa credere davvero nella favola che sta nascendo. Poi, proprio come la trama, anche la musica cambia direzione: dal settimo episodio in poi prende toni più gotici, quasi surreali, che ricordano certe atmosfere alla Tim Burton — e non è un caso se Do Ra‑mi, con il suo modo di muoversi e di occupare la scena, sembra uscita da uno dei suoi personaggi.
C’è anche un omaggio musicale che ho trovato curioso e, in un certo senso, affettuoso: l’uso della nostra “Traviata”, che richiama sia l’Italia sia una delle scene più iconiche di “Pretty Woman”, quella in cui Edward porta Vivian all’opera e le spalanca un immaginario di lieto fine. È una citazione che funziona, anche se forse un po’ didascalica.
La canzone che accompagna l’ultima scena, invece, è orecchiabile e piacevole: non memorabile, ma perfetta per chiudere il viaggio con una nota leggera.
E qui arriva il mio giudizio personale, quello che nasce più dalla pancia che dalla testa.
Nonostante i limiti evidenti, nonostante la confusione narrativa e le occasioni sprecate, non riesco a essere severa.
Perché qualcosa di buono c’era, e lo riconosco: l’atmosfera, le lingue, i paesaggi, il cast, quel potenziale che per metà stagione ti fa credere che la magia sia possibile.
E così, alla fine, il mio voto è un 7. Un 7 che non premia la perfezione, ma l’intenzione. Un 7 che dice: “Poteva essere molto di più, ma qualcosa l’ho comunque portato a casa.”
“Can This Love Be Translated?”, serie sudcoreana del 2026 disponibile su Netflix, parte con tutte le carte in regola per essere un romance elegante e coinvolgente. Dodici episodi, un cast di prim’ordine — Kim Seon‑ho, Go Youn‑jung e il giapponese Sota Fukushi — e un’ambientazione internazionale che spazia tra Canada, Italia e Giappone. Insomma, una produzione che promette subito un viaggio emotivo e visivo di grande fascino.
La trama ruota attorno all’incontro tra Cha Mu‑hee, attrice coreana di fama globale, e Joo Ho‑jin, interprete poliglotta chiamato ad accompagnarla in un programma di viaggio e dating internazionale. È un’idea semplice ma brillante: due persone che vivono di parole, sfumature e traduzioni, costrette a confrontarsi con emozioni che, spesso, non trovano la lingua giusta per essere dette.
E nei primi episodi questa dinamica funziona benissimo. C’è ritmo, c’è intesa, c’è quella promessa di romance che ti fa pregustare una storia dolce, elegante, quasi da favola.
E poi ci sono i luoghi.
Il Canada è luminoso, vasto, quasi terapeutico. L’Italia — che per me è casa — viene mostrata con quello sguardo straniero che la rende ancora più bella: panorami, vicoli, colori, tutto valorizzato con una cura che fa piacere vedere. È una delle parti più riuscite della serie, insieme al gioco delle lingue, davvero affascinante: coreano, inglese, giapponese, italiano. Un intreccio continuo di significati e fraintendimenti che, per essere apprezzato davvero, richiede la visione in lingua originale con sottotitoli.
Anche il cast è uno dei punti forti: attori che già conoscevo e apprezzavo, e che qui confermano professionalità e presenza scenica. Kim Seon‑ho, che avevo già visto e amato in “Hometown Cha‑Cha‑Cha”, porta con sé quella sua naturalezza un po’ disarmante; Go Youn‑jung, reduce da “Alchemy of Souls: Part 2”, mantiene la sua presenza elegante e controllata. Le scene romantiche sono curate, i baci più veri del solito per un k‑drama, e sul piano estetico funzionano.
Ma — ed è qui che per me si gioca la differenza — non basta un bacio ben girato per parlare di “chimica strepitosa”. La chimica vera nasce prima: negli sguardi, nei silenzi, nei tempi, nella scrittura che costruisce tensione emotiva. E qui la scrittura non prepara davvero il terreno, per cui l’effetto resta più elegante che coinvolgente. È come vedere due attori che sanno baciare, non due personaggi che non possono fare a meno di farlo.
Molti spettatori possono lasciarsi incantare dall’estetica — e lo capisco — ma personalmente non ho sentito quel battito sotto la superficie. E non è questione di severità: è proprio questione di feeling, per citare Cocciante.
Pur con queste sfumature, la prima metà della serie mantiene un suo equilibrio.
Poi arriva il famigerato episodio 7, e qualcosa si spezza.
Il tono cambia, il genere cambia, e la serie sembra perdere la bussola — ironico, visto che di viaggi dovrebbe essere avvezza.
Il romance si annacqua, mentre thriller, noir e psicologia entrano in scena senza trovare un equilibrio. Troppa carne al fuoco, e nessuna cotta davvero bene. È come se ti avessero fatto annusare una torta meravigliosa, e proprio quando stai per assaggiarla… ti servono un piatto di pasta, poi un pollo, poi delle patate. Tutto buono, certo, ma non è quello che volevi. E quando finalmente il dolce arriva, non hai più fame.
Il viaggio itinerante, che all’inizio sembrava un’idea bellissima — un percorso geografico ed emotivo insieme — perde forza invece di crescere. E alla fine resta la sensazione che si sia puntato più sull’estetica che sulla sostanza: paesaggi stupendi, abiti impeccabili, una confezione da sogno… ma dentro la torta promessa non si trova.
Il trauma di Mu‑hee, che avrebbe richiesto delicatezza, viene trattato con toni che stonano rispetto al genere.
Il personaggio di Do Ra‑mi, da interessante, diventa pesante e invadente.
Gli amori incrociati — tutti (o quasi) non corrisposti — sembrano messi lì più per confondere che per arricchire la storia.
E persino l’attore giapponese, che aveva un potenziale enorme, finisce relegato in un ruolo che non sfrutta davvero le sue possibilità.
A un certo punto iniziano a stonare anche i costumi: lei in Chanel è splendida, nulla da dire, ma l’ostentazione diventa così insistita da sembrare quasi una sfilata continua.
E i soliti cliché italiani, che fanno sorridere ma rompono un po’ l’incanto, non aiutano di certo.
Un accenno va fatto anche all’OST, che accompagna la serie con coerenza… almeno fino a un certo punto. Nella prima metà è leggera, luminosa, da rom‑com pura: melodie morbide, atmosfere zuccherine, quel tipo di colonna sonora che ti fa credere davvero nella favola che sta nascendo. Poi, proprio come la trama, anche la musica cambia direzione: dal settimo episodio in poi prende toni più gotici, quasi surreali, che ricordano certe atmosfere alla Tim Burton — e non è un caso se Do Ra‑mi, con il suo modo di muoversi e di occupare la scena, sembra uscita da uno dei suoi personaggi.
C’è anche un omaggio musicale che ho trovato curioso e, in un certo senso, affettuoso: l’uso della nostra “Traviata”, che richiama sia l’Italia sia una delle scene più iconiche di “Pretty Woman”, quella in cui Edward porta Vivian all’opera e le spalanca un immaginario di lieto fine. È una citazione che funziona, anche se forse un po’ didascalica.
La canzone che accompagna l’ultima scena, invece, è orecchiabile e piacevole: non memorabile, ma perfetta per chiudere il viaggio con una nota leggera.
E qui arriva il mio giudizio personale, quello che nasce più dalla pancia che dalla testa.
Nonostante i limiti evidenti, nonostante la confusione narrativa e le occasioni sprecate, non riesco a essere severa.
Perché qualcosa di buono c’era, e lo riconosco: l’atmosfera, le lingue, i paesaggi, il cast, quel potenziale che per metà stagione ti fa credere che la magia sia possibile.
E così, alla fine, il mio voto è un 7. Un 7 che non premia la perfezione, ma l’intenzione. Un 7 che dice: “Poteva essere molto di più, ma qualcosa l’ho comunque portato a casa.”