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MARTEDÌ 6 OTTOBRE 2026

La tomba del faraone



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Sorella_Alberta80

Volumi letti: 8/8 --- Voto 7
Grazie alla pubblicazione, per me abbastanza a sorpresa, de La Tomba del Faraone, ho avuto l’opportunità di scoprire un’ulteriore e inedita veste di Keiko Takemiya. Per gli appassionati, l'autrice è legata soprattutto – e forse quasi unicamente – a quel grandissimo capolavoro che è Il Poema del Vento e degli Alberi. Dopo averla conosciuta nella sua declinazione fantascientifica con Verso la Terra, questo volume mi ha messo di fronte a una Takemiya squisitamente avventurosa, la cui ascendenza tezukiana è fin troppo evidente.
Ed è proprio in questa matrice tezukiana che risiede, per il mio gusto di lettore, il limite principale dell'opera. Il manga risente infatti dei tratti tipici del Tezuka più dichiaratamente avventuroso, caratterizzato da un forte affastellamento e da una concentrazione narrativa che rendono la lettura a tratti faticosa e densa di verbosità. A questa ispirazione si somma un'evidente fascinazione per i kolossal storici hollywoodiani, con trame pompose e personaggi dai contorni netti, suddivisi rigidamente tra buoni e cattivi. Si tratta di una Takemiya ben diversa da quella delle ambientazioni europee di inizio Novecento, contesto a cui appartengono i migliori capolavori delle autrici del cosiddetto Gruppo 24. Non siamo di fronte a un brutto manga in senso assoluto, ma il mio giudizio è inevitabilmente ponderato sulla base di aspettative molto elevate: quando viene pubblicato un classico di questo calibro, speri sempre che intercetti quella specifica sensibilità lirica che cerchi nel genere, e trovarsi di fronte a un modello così distante non può che lasciare tiepidi.
Il comparto dei personaggi rappresenta un tasto piuttosto dolente, in particolare sul fronte maschile, dove prevale una certa bidimensionalità e una mancanza di reali sfumature psicologiche. Per quanto il re Nesferu, il principale antagonista, provi a proporsi come figura complessa, la sua evoluzione rimane ancorata a tratti fin troppo maniacali. I suoi lati migliori emergono solo nell'interazione con Nilekia, a mio avviso l'unico vero fulcro emotivo dell'opera. La parte in cui Nilekia è protagonista è senza dubbio la migliore del manga, quella che ho letto con più trasporto e gusto. Purtroppo, la sua uscita di scena all'inizio del terzo volume priva la seconda metà del fumetto dell'unico elemento che donava una coloritura delicata e riflessiva. Anche le altre figure femminili faticano a lasciare il segno: se una delle principesse si fa portavoce di segmenti narrativi più vicini alla sensibilità shōjo, la principessa guerriera Aura rimane purtroppo un'occasione mancata. In generale, è solo il mondo femminile a riportare l'opera, seppur per brevi ed effimeri istanti, sui binari che ci si aspetterebbe da un classico di quegli anni.
A oggi, nel catalogo italiano dell'autrice, Il Poema del Vento e degli Alberi resta una vetta insuperata. I suoi esperimenti al di fuori di quel registro faticano a convincermi appieno, spingendomi inevitabilmente a fare un paragone con il genio multiforme di Moto Hagio, della quale apprezzo la stragrande maggioranza delle opere, da A Cruel God Reigns a Il Clan dei Poe. La Tomba del Faraone offre bellissimi intrecci e ottimi spunti, ma sconta una pesantezza strutturale difficile da sostenere. Probabilmente J-Pop ha puntato sul titolo più accessibile e attraente grazie all'ambientazione pseudo-storica, ma il pubblico che acquista Takemiya cerca lo shōjo classico duro e puro, non le sue incursioni in territori più vicini allo shōnen. In questo senso, la scelta di questo titolo rischia di essere un'occasione parzialmente sprecata, considerando quanto sia difficile portare queste autrici in Italia.
La parziale salvezza del manga risiede nei momenti di riflessione dei personaggi femminili e nel comparto grafico, che mi è piaciuto molto, a eccezione delle vignette più affollate "alla Tezuka". Resta il fatto che ho avvertito la fatica di arrivare alla conclusione, proprio perché non vi ho trovato quelle sottigliezze psicologiche a cui i capolavori del genere mi hanno abituato. Per le prossime e auspicate pubblicazioni in ambito classico, la speranza è che si punti su storie dall'atmosfera più gotica e perturbante, con ambientazioni ottonovecentesche, o sul recupero di nuove autrici. È giusto riconoscere l'importanza storica di Tezuka come punto di riferimento universale per l'epoca, ma per il futuro sarebbe preferibile riscoprire opere che valorizzino appieno l'identità più profonda e peculiare di queste straordinarie autrici.


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Nic02

Volumi letti: 8/8 --- Voto 9
Questo è il primo shojo datato che leggo in vita mia. Precedentemente avevo letto solo shojo "moderni" (come kamisama kiss) che per quanto possano essere belli, non possono competere con storie appartenenti al gruppo dellle 24. Ne sono rimasto affascinato per questi motivi👇🏻

TRAMA:

La trama è ricca di colpi di scena e scorre per bene durante tutti i 4 volumetti. Inizia molto lentamente ma poi raggiunge l'apice (a parer mio) verso il secondo-terzo volumetto. Ha un leggero calo nella parte finale della storia. Anche se si tratta di un finale coerente con tutta la storia, avrei voluto che durasse 50 pagine in più per raccontare meglio gli ultimi eventi.
Ho trovato quindi il finale leggermente frettoloso.

Dopo aver concluso la storia, quello che rimane non è la drammaticità dell'opera. Pur essendoci svariate morti/ingiustizie (come succede in qualsiasi guerra) risalta molto di più la parte "romantica" che la Takemiya ha voluto dare in alcuni momenti della storia. Amori impossibili, amori rinnegati, amori malati, desideri. Quest'opera racchiude tutte queste etichette.

Per le anime più sensibili le lacrime sono assicurate.

Oltre a questo, ciò che rende grandiosa l'opera è la caraterizzazione dei personaggi. Ognuno, fin dalla prima apparizione, ha un carattere tutto suo e coerente in tutta la storia. Anzi, i personaggi diventano sempre più maturi con il passare degi eventi raccontati. Non sono affatto statici, ma cambiano a causa delle disgrazie che devono affrontare. Avrei preferito che venissero raccontati di più i pensieri di Sneferu. È il personaggio più macabro e difficile da interpretare. Quando si ritrova a dover parlare con qualcuno, spesso ridacchia o lo prende in giro.
Per comprenderlo meglio sicuramente sarà necessaria una rilettura.

Anche la Takemiya, afferma che avrebbe voluto dare più spazio a questo personaggio, ma per questioni di trama le era difficile farlo.


DISEGNI:

Stupendi. Complessi. Ricchi di dettagli. Proprio come le regole dello shojo impongono. Il merito è da dare anche alla J-Pop che ha portata una qualità di stampa eccellente.


EDIZIONE.

Il cofanetto della jpop vale i 40€ spesi. Per alcuni sarà tanto spendere 10€ per ogni volumetto. Ma la qualità si nota. Le copertine sono tempestate di inserti in oro. Ci sono parecchi pagine a colori (sopprattutto nei primi due numeri)

CONCLUSIONI:

Consiglio a chiunque la lettura di questa opera. Non è un opera leggera. Va letta nel momento giusto e con il modo giusto. Sicuramente dopo averla letta, vorrete recuperare anche le altre opere di questa fantastica autrice.

Voti definitivi
Trama: 8
Personaggi: 9
Disegni: 10
Edizione: 8


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kirk

Volumi letti: 4/8 --- Voto 8
Della Keiko Takemiya ho letto in passato “Natsu e no Tobira” (opera mediocre) e “Verso la terra...” (che è un quasi capolavoro). Sono interessato a leggere “Il poema degli alberi e del vento”, che non ho ho acquistato all’epoca perché a corto di money e spero esca prima o poi “Andromeda stories”.
Ma com’è questo “Pharaoh no haka”?
Di quattro volumi i primi due non mi sono piaciuti, tant’è vero che ci ho messo giorni a finirli, ma fortunatamente ho acquistato il box e perciò ho continuato nella fatica: gli ultimi volumi li ho divorati.
Quindi se i primi volumi li ho considerati brutti con qualche scena e idea interessante gli altri sono ottimi.
Non so se mi davano fastidio i protagonisti bambini (non credo) o se l’impostazione delle tavole fosse diversa (non mi sembra ma non ci ho fatto caso) ma quel che è certo che l’opera non mi ha convinto fino alla sua metà per poi schizzare nell’empireo.
Sariokis principe di un piccolo regno distrutto diviene schiavo di Re Sneferu, da cui scappa per diventare il Falco del deserto, mentre costui, definito il re serpente, si innamora di Nile, ignorando che è la sorella del suo nemico.
La loro tragica storia d’amore finisce per le macchinazioni di Kes, il visir del Re, intenzionato a sbarazzarsi del suo sovrano per governare il regno da solo.
I personaggi sulle prime non mi hanno conquistato nonostante vengano violati, esposti al destino, abusati, bramati con odio o con amore.
Il principe Sario arriva spesso sul bordo della morte ma si riprende sempre e diventa ad ogni disgrazia più forte: l’unica sua debolezza, sfruttata dal visir, è l’amore di sua sorella Nile.
L’amore in questa storia è una debolezza che unisce vari personaggi (Sneferu, la madre del re, la figlia del visir…) in una storia piena di morte e di morti: d’altronde negli anni ‘70 non avevano paura di proporre alle ragazzine storie con sesso e violenza.
La confezione Jpop è buona: buona la carta, pagine a colori, frontespizi d’oro, prezzo accessibile: i volumi sono due in uno a dieci euro.

PS: Uno dei motivi per cui la Takemiya si impegnò così tanto per “La tomba del Faraone” fu anche che l’editore le promise che se fosse arrivato al primo posto come indice di gradimento avrebbero preso in esame la storia che l’autrice voleva a tutti i costi disegnare su degli amori shonen ai… ma come dice l’autrice nel suo “Il suo nome era Gilbert” la cosa era dura perché sulla rivista pubblicavano molte altre brave autrici fra cui Moto Hagio.