Eravamo rimasti abbastanza soddisfatti dalla prima stagione di Devil May Cry in salsa Netflix (qui la recensione). Il regista Adi Shankar era riuscito in qualche modo a ricavare il meglio da una storia dimenticata del franchise, da un manga mai concluso che però, svelava risvolti interessanti di Devil May Cry 3. E nonostante l'ampio spazio riservato a Lady nei confronti di Dante e una marcata critica della politica statunitense attuale, la prima stagione è stata molto apprezzata. Questo quindi ha portato alla seconda stagione, che cerca di alzare l'asticella in ogni suo elemento.

L'operazione di Adi Shankar sembra ormai chiara: raccogliere tutta la lore di Devil May Cry e realizzare un prodotto originale in grado di dargli giustizia. E questo ovviamente, non è semplice.
Devil May Cry infatti, non vanta una narrativa particolarmente esaltante. Un po' per capacità degli sceneggiatori, un po' per l'epoca e un po' per gli enormi problemi di sviluppo che hanno caratterizzato alcuni dei suoi capitoli, il franchise non ha mai brillato da questo punto di vista. Ma c'è di più.



Proprio per i problemi appena citati, rimettere assieme il puzzle di nozioni e relazioni è molto complesso, anche perché spesso, non si è avuto nemmeno la possibilità di farlo. Il primo DMC infatti, nasce da una costola di Resident Evil ed è a conti fatti un puro esperimento. Il secondo capitolo è la rappresentazione di tutto ciò non si dovrebbe fare con un sequel, sviluppato all'insaputa di Hideki Kamiya e recepito quasi come un tradimento. Il terzo invece, è quello che ne è uscito meglio e grazie al fatto che venne realizzato sotto forma di prequel, è anche quello più “solido” narrativamente.

Devil May Cry 4 è caduto in un turbine di visione interne al team di sviluppo e uscito sugli scaffali praticamente a metà. E poi, c'è Devil May Cry 5, il più recente e figlio di una Capcom in stato di grazia. Alla luce di tutto questo, realizzare una serie su franchise frammentato di questo tipo avrebbe poco senso, anche perché, diciamoci la verità, il materiale effettivo non è poi così tanto.

Bisogna ricamarci sopra ed è qui che Adi Shankar ha avuto un'idea intelligente. Invece di seguire in maniera pedissequa le vicende narrate nei videogiochi, si è deciso di raccogliere tutto il possibile e realizzare qualcosa di nuovo, adatto al piccolo schermo. Il regista è un profondo conoscitore del franchise – e si nota – e con la sua equipe è riuscito a tirar fuori una storia che la si apprezzi o meno, è di gran lunga superiore a qualunque cosa abbia partorito Capcom.

Non una sfida impossibile, sia chiaro, ma va dato merito a un'operazione che aveva tutti i presupposti per non funzionare a dovere. E Devil May Cry 2 di Netflix funziona, soprattutto per un'omogeneità di fondo che migliora sensibilmente il prodotto. Ma andiamo con ordine.
Se, come detto, nella prima stagione si prendeva a piene mani dal manga di DMC 3, qui le cose si fanno più interessanti, raccogliendo le idee base di Devil May Cry 2. Da Arius ad Argosax, passando per un Dante più serioso, provare a dar dignità al peggiore capitolo della serie non è impresa facile.
 
Devil May Cry

Ed è qui che bisogna mettere un punto importante: il fatto che l'opera di Adi Shankar si discosti dal canone videoludico, è solo un bene. Come detto nella precedente recensione, in un videogioco action come DMC, la narrazione ha spesso il ruolo di pretesto o dare semplicemente al giocatore un'occasione di fare una pausa, riposando le dita dopo combattimenti all'ultimo sangue. Per forza di cose dunque, far emergere una stratificazione caratteriale dei personaggi non solo potrebbe risultare inutile ma persino controproducente, diluendo un titolo che fa dell'adrenalina la propria linfa.

Ma in una serie TV le cose cambiano ed è per questo che l'esempio di DMC – Devil May Cry di Ninja Theory non viene dimenticato. Applicare il contesto del regno dei demoni al mondo reale (nel videogioco con uno stratagemma alla Essi Vivono) ha permesso al team inglese prima e ad Adi Shankar dopo di sfruttare alcuni elementi per raccontare qualcosa di più complesso e contemporaneo. E come sappiamo, l'elemento di critica sociale nelle opere di Adi Shankar è centrale.

Rispetto alla prima stagione però, in cui la narrazione era assoggettata dalle idee politiche del regista, qui si trova un maggiore equilibrio. In tutte le sue parti a dir la verità. Il trio principale di protagonisti, Dante, Lady e Vergil trova un minutaggio più paritario, con percorsi in grado di intersecarsi e dividersi senza appesantire o dare la sensazione che si stia rubando spazio per altro. Rimane un po' l'abuso di flashback: i primi due episodi sono letteralmente basati su questo, ma la sensazione è che venga utilizzato come unico modo per riuscire a dare spessore o giustificare le azioni di un personaggio. È come se la serie andasse in pausa, inserendo quello che a conti fatti, è un cosiddetto “spiegone”: non è ovviamente un problema se calibrato, del resto il mondo anime spesso vive di questo. Ma in appena otto episodi da circa mezz'ora l'uno, il cambiamento di ritmo è molto repentino, soprattutto in questi momenti.
 
Devil May Cry

Cambiano i toni. Dalle atmosfere scanzonate di DMC 3 si passa a quelle seriose di DMC 2 ma rispetto al titolo Capcom, ne troviamo una giustificazione. Vergil, il celebre fratello di Dante, è ancora vivo, cosa che porterà a tumulti interiori ma anche a battaglie mozzafiato. La presenza di Vergil cambia infatti gli scenari in campo ma regala anche un maggiore equilibrio, ponendosi in qualche modo nel mezzo tra la rigorosità di Lady e la follia di Dante. Uno Tsundere in piena regola, con un apparente velo di ghiaccio in grado di sciogliersi in particolari circostanze.

La caratterizzazione di Vergil non si discosta molto da quella presente nei videogiochi ma risulta sicuramente più sfaccettata: benché non ci troviamo davanti a incredibili drammi esistenziali, la scala di grigi offerta da questa serie getta nuova luce su personaggi. Questo lavoro ha colpito non solo i protagonisti ma anche lo stesso Mundus, Arius e soprattutto Sparda, visto da sempre come eroe senza macchia. Il trattamento riservato al demone ribelle è il fulcro della forma che si vuole dare a quest'opera, mostrando lati che Capcom non è riuscita – o non ha voluto - a dare ai propri personaggi.

L'interruzione dell'invasione del regno Makai (l'Inferno) ha messo soprattutto freno alla deriva politica, permettendo ai personaggi di avere più spazio. Viene ridimensionata anche Lady, che dopo un'intera stagione di introduzione al personaggio, può affiancarsi senza problemi al temibile duo. Tensioni che inevitabilmente esplodono, e Devil May Cry sa bene come farlo: gli scontri vantano un comparto tecnico generale sicuramente superiore alla prima stagione.
La qualità delle animazioni infatti migliora nettamente (anche se con ancora qualche limite in situazioni standard), con più frame a disposizione che ne aumentano la fluidità. E questo lo si nota soprattutto nei duelli tra Dante e Vergil, sicuramente il punto più alto della produzione.
 
Devil May Cry

In questi momenti, DMC trova la sua massima espressione con combattimenti in cui si riesce a seguire molto bene l'azione nonostante la velocità d'esecuzione di diversi colpi. La regia qui aiuta parecchio e come accaduto in altre situazioni, anche più stazionarie, è un punto a favore dell'opera. Adi Shankar e il suo team riescono infatti a catturare al meglio quasi ogni sequenza, puntando sicuramente a un certo tipo di teatralità e cosiddetta “aura farming” ma che in un'opera di questo tipo è quasi parte del racconto. Questo grazie anche a un miglioramento generale della qualità del disegno, dai momenti statici a quelli più concitati. È un peccato notare però come le ambientazioni smorzino il risultato finale: queste infatti appaiono abbastanza monotone e prive di un reale mordente. Spesso spoglie e con una palette cromatica poco diversificata, finiscono direttamente nel dimenticatoio. L'effetto collaterale, se così vogliamo chiamarlo, è che per lo meno, ci si concentra di più sui personaggi.

La migliore qualità in questo campo però, esalta ancora di più quello che ormai è un limite classico: la CGI. Questo elemento infatti è quello che cozza di più nell'intera opera e abbastanza impattante viste le numerose trasformazioni in demone di Vergil e Dante e le apparizioni di Argosax e Mundus. Manca di dettagli in texture e illuminazione, spesso non ben amalgamate al contesto ambientale. Ed è proprio quando i due tipi di animazione si mescolano che nasce il cortocircuito, dando la sensazione di assistere a vistosi cali di frame in un videogioco ma in una serie TV.

Sul fronte sonoro, purtroppo è stata abbandonata l'opening della prima stagione sulle note di Rollin' dei Limp Bizkit a favore di una più generica, che è bella a vedersi ma da ascoltare non tanto. E questo è un problema generale perché di colonna sonora originale non solo ce n'è poca ma è anche priva di mordente. Come accaduto la scorsa stagione dunque, si pesca a piene mani da gruppi come Papa Roach, Avril Lavigne ed Evanescence, senza dimenticare la versione riarrangiata della celebre Bury the Light di Casey Edwards, divenuta famosa a partire dal DLC di DMC 5. Ma questa colonna sonora invece di accompagnare, urla.
 
Devil May Cry

Spesso i brani proposti prendono il sopravvento su tutto, non amalgamandosi al meglio col contesto. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una compilation di brani preferiti dell'autore e inseriti sperando esaltino tutto quanto. Ci si riesce il 30% delle volte probabilmente ma è chiaro che, arrivati a questo punto, una colonna sonora originale e creata ad hoc per ogni occasione possa fare solo del bene alla terza stagione.

Anche quest'anno il doppiaggio italiano sa il fatto suo e c'era grande attesa per l'interpretazione di Vergil. Luca Ghignone qui fa davvero un buon lavoro, mostrando la complessità di un personaggio combattuto, immerso nella sofferenza ma che sotto sotto, vuole ancora bene al fratello.
 
La seconda stagione di Devil May Cry targata Netflix e Adi Shankar conferma quanto di buono proposto nella prima stagione e anzi, migliorando in parte alcuni dei suoi limiti. Più spazio ai personaggi, maggior omogeneità nel minutaggio e una maggiore introspezione fanno sì che questa stagione sia un punto di svolta del progetto, mostrando potenzialità solo scalfite precedentemente.
Peccato solo per un ritmo della narrazione non ancora ottimale e un comparto tecnico che mostra ancora margini di miglioramento.
Da non dimenticare come si sia dato dignità a DMC 2 un fatto non da poco. Essere riusciti a cavare qualcosa da un'opera disastrosa e quasi odiata dal fandom, non deve essere stato semplice.
C'è dunque attesa per la terza stagione che dovrebbe svolgersi seguendo il percorso del primo capitolo, con Trish pronta a prendere grande spazio.