Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

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7.0/10
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Se dovessi riassumere in poche parole il lungometraggio, la definizione che suscita "Bubble" è quella di una "opera estetica".
E con questo non voglio esprimere giocoforza un giudizio negativo, anzi.

A livello tecnico credo che siamo a livelli decisamente ben superiori alla media e non lo giustificherei solo per i nomi roboanti che stanno dietro alla produzione: WIT Studio ("Vinland Saga", "L’Attacco dei Giganti"), Gen Urobuchi per la sceneggiatura ("Puella Magi Madoka Magica", "Psycho-Pass", "Fate/Zero"), regista Tetsuro Araki ("L’Attacco dei Giganti", "Death Note"), Hiroyuki Sawano ("Promare", "L’Attacco dei Giganti", "The Seven Deadly Sins") per la colonna sonora. Tuttavia, non sempre le squadre imbottite di "campioni" (o presunti tali) riescono a sfornare prestazioni all'altezza delle aspettative e alla fine della visione, "Bubble" mi ha lasciato un po' la sensazione da "sotto lo splendido vestito... niente" . Come ho già scritto, sotto l'aspetto tecnico si possono solo spendere parole di elogio: la componente visiva è molto curata, sia dal punto di vista dei colori sia da quello del design. A mero titolo di esempio: la resa del disegno e dell'animazione delle bolle è veramente incredibile.

In secondo luogo anche l'animazione non è da meno soprattutto per le scene mozzafiato del parkour con un mix incalzante di soggettive e a campo aperto molto realistiche dalla resa cromatica molto accattivante.
Dal punto di vista dell'atmosfera, mi è sembrato che gli autori abbiano creato un mondo post-apocalisse (limitatamente ad una porzione della città di Tokyo) con un mix di fantascienza e il mondo dei sogni e delle fiabe (non è assolutamente casuale il richiamo alla "Sirenetta" di Hans Christian Andersen) che porta il film al limite (e oltre) del surreale. Ma le citazioni alla nota fiaba (con le possibili interpretazioni della diversità a causa della natura ibrida non prevalente di Uta/bollicine/sirenetta e della sua impossibilità ad esprimersi liberamente nel parlare e nell'amare Hibiki) e il richiamo al principio della spirale e dell'eterno ritorno tanto caro alla cultura giapponese (ben menzionato nel film nel momento del distacco di Uta da Hibiki), pur se nobilitano l'opera non vengono approfonditi a sufficienza per rendere l'anime memorabile, rimanendo (e di molto) dietro le quinte dello stupore visivo.
In un certo senso, il film ha privilegiato più l'azione e la meraviglia suscitata dalla superlativa realizzazione tecnica piuttosto che costruire una sceneggiatura intrigante e/o approfondire il i personaggi: a malapena Hibiki viene tratteggiato e spiegato per il suo passato, tanto da renderlo per certi versi una versione maschile di Uta proprio per la sua "diversità" e "unicità" rispetto agli altri personaggi "umani" del film che restano sullo sfondo della storia senza lasciare un particolare segno.
Anche il comparto audio/musicale rappresenta una parte essenziale del film: la nenia cantata da Uta più volte nell'anime fa quasi parte della storia e rende in modo quasi ipnotico le emozioni che prova Hibiki e l’ambiente onirico e fiabesco del film.
Sebbene "Bubble" presenti delle evidenti lacune di trama/sceneggiatura, ne consiglio la visione per l'originale mix tra atmosfera fiabesca e azione incalzante.

6.0/10
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Parto dalla premessa che di “Ni no Kuni” non ho mai provato i giochi, e del titolo sapevo solo che ricalca lo stile Ghibli, cosa evidentissima anche per chi non lo sapesse.
Mi sono approcciata al film sia per la curiosità data dallo stile sia perché la trama - seppur banale - mi sembrava carina... il classico film da vedere senza enormi aspettative, sostanzialmente.

Nonostante la visione sia stata più che piacevole, devo ammettere che - a distanza di un paio di giorni e a mente più lucida - la pellicola non sia assolutamente niente di eccezionale.
Andiamo con ordine. Il film vede protagonisti Yu ed Haru, due liceali amici per la pelle che caratterialmente sono agli opposti: Haru è forte, determinato, popolare e sportivo; Yu è più timido e riservato, ed è costretto, fin da bambino, a stare su una sedia a rotelle. La cosa che li accomuna, oltre alla loro insolita amicizia, è l’amore che provano per la stessa ragazza, Kotona. Quando, però, un giorno Kotona viene aggredita in strada e rischia di morire, i due amici vengono catapultati in un mondo parallelo, collegato al proprio, in cui scopriranno che esistono le versioni alternative di tutte le persone che conoscono, tra cui Astrid, principessa del luogo, che è identica proprio a Kotona.
Per poter tornare indietro e salvare la ragazza, i due amici si renderanno presto conto di dover salvare anche Astrid...

La trama, come dicevo, non ha niente di originale, di incipit così ne abbiamo a bizzeffe, quindi sarebbe opportuno partire già senza aspettarsi plot twist eclatanti o cambiamenti significativi al genere.
Tuttavia, ciò che mi ha fatto storcere il naso, oltre a una sceneggiatura un po’ altalenante, sono proprio i personaggi: a parte Haru e Yu, che vengono sondati un minimo, gli altri sono lasciati molto più allo sbando, o addirittura si cerca di donare loro delle storie e dei background in tempo minimo. Basti pensare al principale villain (di cui eviterò il nome, onde evitare spoiler), che in meno di due minuti si palesa come tale, raccontando i motivi per cui lo è diventato. Non dà minimamente il tempo allo spettatore di empatizzare con la sua causa, per quanto triste dovrebbe essere… anche Astrid/Kotona, a cui gira attorno tutta l’avventura, ha una caratterizzazione troppo scarna, nonostante il suo ruolo. I personaggi che li circondano occupano solo dei ruoli definiti, senza nulla di aggiunto.

Come dicevo, anche alcune scelte narrative sono lasciate al caso, aggiunte in maniera un po’ troppo frettolosa, giusto per mandare avanti la storia (un esempio è la scena in cui Yu riesce a farsi guidare dal leggendario uccello, perché è come se “lui dovesse essere per forza un eroe”, ma non viene approfondita la loro connessione. Considerato, infatti, che effettivamente Yu fa davvero un atto eroico nel finale, penso sarebbe stata sufficiente una diversa disposizione degli eventi...).

Ci sono piccole incongruenze anche verso la fine: ad esempio, sappiamo che i personaggi dei due mondi sono collegati (se uno di loro muore, muore anche quello dell’altro mondo), eppure Kotona non riesce a ricordare l’aggressione subita, quando le cose vengono sistemate, mentre la signorina Saki se ne ricorda, seppure il contesto sia simile.
L’unico altro difetto che ho riscontrato è dato dalla CG.

Come ho sottolineato all’inizio, tuttavia, il film mi è sembrato - tutto sommato - una visione piacevole, nonostante gli evidenti difetti. Forse perché il proposito di affrontare qualche tematica interessante (la disabilità di Yu, con la sua conseguente messa in scena del suo dolore di non poter salvare la donna che ama, ad esempio) c’è ed è evidente, per quanto poi cali nel prosieguo della pellicola.
I plot twist sono invece decisamente semplici e intuibili fin da subito, anche se non tentano di essere il punto forte del film. Più carino è il comparto musicale.

Sostanzialmente, mi trovo in difficoltà a dire se consiglio o meno il titolo. A conti fatti direi di sì, se si vuole passare un’oretta e mezza di relax, senza cercare opere più impegnative.

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“Tesoruccio, ho fatto un sogno incredibile!”

Finalmente in Italia in un’ottima edizione Blu-ray della Anime Factory, dimostratasi una certezza nella divulgazione della produzione animata nipponica, “Lamù - Beautiful Dreamer” torna a deliziare gli occhi, la mente e il cuore del pubblico nostrano.
Il secondo film di Mamoru Oshii, qui alle prese con la seconda regia sulla serie che lo aveva lanciato nel mondo dell’animazione qualche anno prima, è un tassello imprescindibile per la comprensione di tutta la sua futura poetica cinematografica, oltre che uno spartiacque del cinema anime degli anni Ottanta.
Criticatissimo alla sua uscita nel 1984, in primis dai fan della serie originale e disconosciuto dalla stessa Rumiko Takahashi, “Lamù - Beautiful Dreamer” stupisce ancora oggi per la modernità delle soluzioni di regia e l’originalità di alcune tra le sequenze più ispirate mai viste in un film d’animazione, cariche di quell’atmosfera sospesa fra l’onirico e il surreale che Oshii accentuerà nei film seguenti (“L’uovo dell’angelo” è successivo di appena un anno).

Anche la base ideologica, su cui è imperniata la sceneggiatura dell’opera, presenta in nuce tutte le caratteristiche peculiari del cinema del regista. Fra tutte la bellissima e affascinante riflessione sul tempo e sul sogno, evidenziato fin dal titolo e protagonista dell’evento scatenante della storia.
Di cosa è fatto il tempo? Esso scorre in maniera lineare oppure la sua progressività è una convenzione, stabilità dall’uomo? Ma soprattutto è percepito in maniera uguale da tutti, oppure ciascuno determina autonomamente il modo in cui il tempo scorre nella propria vita? E in tutto ciò che ruolo hanno i sogni? Semplici illusioni notturne o autentica manifestazione di una realtà altrimenti fasulla?
Attraverso riflessioni che sembrano richiamare una filosofia di chiara matrice bergsoniana e nietzschiana, Oshii tenta di rispondere a questi e ad altri quesiti, riuscendo anche ad inserire nel mezzo la tradizione folkloristica giapponese (parte della trama risulta, infatti, basata sulla leggenda di Urashima Taro).
A tal proposito si sprecano le scene da antologia, capaci ancora oggi di far salire un brivido lungo la schiena per la bellezza sprigionata: dalla sequenza di apertura dai tratti post-apocalittici alla ripresa circolare del dialogo fra il professor Onsen e la dottoressa Sakura, passando per la corsa di Shinobu tra i Furin fino al viaggio notturno in taxi. E tante altre ancora.

Proprio per la complessità dei temi trattati, più defilati appaiono Lamù, Ataru, Mendo e Shinobu, mentre gli altri comprimari classici assurgono al ruolo di mere comparse. In questo senso quindi anche i personaggi risultano funzionali a veicolare un messaggio, che è forse quello che sta più a cuore allo stesso Mamoru: al di là delle elucubrazioni mentali, tutto “Lamù - Beautiful Dreamer” non è che un’elegia poetica e commovente sulla giovinezza, un sentito omaggio del regista alla propria gioventù (personale e professionale) e alla nostra; quel periodo magico e irripetibile della vita di ciascuno, dove un giorno di festa con gli amici pareva durare all’infinito e tutto sembrava in ordine, anche quando nulla era davvero a posto.
Ma i momenti migliori non possono essere per sempre, e prima o poi si dovrà tornare alla realtà dello scorrere del tempo.

Il rintocco dell’orologio del liceo di Tomobiki segna la fine dell’incantesimo e l’inizio di un nuovo giorno per i ragazzi. “Quanto è difficile stargli dietro, con tutti i sogni che fanno!” dice il demone Mujaki mentre esce di scena poco prima dei titoli di coda, e con lui anche Mamoru Oshii: è ora di sperimentare nuove forme di animazione e avventurarsi per altri lidi, l’età della giovinezza è ormai finita.

Proprio per tutta questa serie di motivi “Lamù - Beautiful Dreamer”, oltre ad essere la prima vetta del cinema di Oshii, è anche uno dei migliori film celebrativi mai realizzati (se non il migliore nel campo dell’animazione), perché la sua celebrazione non si ferma soltanto al brand, ma amplia i propri confini e spazia fino a raggiungere un livello ben più profondo di intima connessione con il pubblico: non si accontenta di riproporre situazioni e personaggi che nulla smuovono nell’economia della storia originale, bensì osa presentare spunti di riflessione e affronta argomenti che cambiano la percezione di chi assiste sull’opera di riferimento e sui suoi protagonisti. Qualità, questa, che la maggior parte di prodotti commemorativi simili mai sono riusciti a raggiungere.