Nel panorama della narrativa a fumetti giapponese, pochi titoli hanno lasciato un'impronta così profonda e duratura come Shingeki no Kyojin, conosciuto in Italia come L'attacco dei giganti. Pubblicato per la prima volta nel 2009 sulle pagine di Bessatsu Shōnen Magazine, il manga di Hajime Isayama ha ridefinito i confini del genere shōnen, mescolando azione brutale, filosofia politica e una riflessione sull'identità umana raramente vista in un'opera di intrattenimento di massa. Il suo finale, apparso nel 2021 dopo dodici anni di serializzazione, ha scatenato un dibattito che ancora oggi non accenna a sopirsi: un confronto appassionato tra chi lo ha accolto come una conclusione coraggiosa e chi lo ha ritenuto un passo falso rispetto alla traiettoria narrativa costruita con tanta cura. In questo contesto, le parole dello stesso Isayama assumono un peso straordinario, capace di alimentare ulteriormente la conversazione e di gettare nuova luce su scelte creative che milioni di lettori continuano ad analizzare.
Isayama è da sempre uno dei pochi autori del suo calibro disposti a parlare apertamente del proprio lavoro, senza risparmiarsi autocritiche anche severe. Di recente, il grande museo dedicato all'opera nella città di Hita, nella prefettura di Oita, è stato aggiornato per la prima volta in tre anni con l'aggiunta di oltre ventisei nuove riflessioni firmate dal mangaka. Tra queste, una in particolare ha catturato l'attenzione della comunità internazionale di fan e riguarda proprio il finale e la figura di Eren

Vi lasciamo alle sue parole:
"Eren è diventato un protagonista che ha compiuto un massacro di massa su una scala raramente vista in altre opere di finzione. Riguardo al perché abbia concepito una storia simile fin dall'inizio, in parte si trattava del mio desiderio di creare una narrativa con un colpo di scena fondamentale: quello in cui la vittima diventa il carnefice. Ma un fattore determinante fu anche la mia immaturità e la mia ingenuità di allora, quando avevo poco più di vent'anni. Quell'aspetto è diventato il nucleo del carattere di Eren, portandolo al punto in cui confessa di non essere stato spinto a fare del male dalle circostanze, ma di aver nutrito fin dall'inizio un autentico desiderio di nuocere. Tuttavia, L'attacco dei giganti aveva ormai da tempo smesso di appartenermi soltanto, ed Eren era diventato un personaggio amato da molti lettori. Alla fine, senza riuscire a impegnarmi pienamente nel ritrarlo come una figura spregevole, mi sono ritrovato a raffigurarlo con una certa vicinanza e simpatia. Il risultato è che sento come nel finale della storia rimanga una sensazione di insincerità — almeno nella mia valutazione personale."
Isayama scrive che Eren è diventato un protagonista capace di compiere un massacro di massa su una scala raramente vista in altre opere di finzione, e che questa scelta narrativa nacque in parte dal desiderio di costruire una storia con un colpo di scena fondamentale: quello in cui la vittima diventa il carnefice. Tuttavia, l'autore ammette con disarmante onestà che una componente altrettanto significativa fu la sua immaturità e la sua ingenuità da giovane ventenne. Quella dimensione finì per diventare il nucleo del carattere di Eren, portandolo al punto in cui il personaggio confessa di aver nutrito fin dall'inizio un desiderio genuino di fare del male, non semplicemente di essere stato costretto dalle circostanze. Eppure, scrive Isayama, L'attacco dei giganti aveva ormai da tempo smesso di appartenergli soltanto, ed Eren era diventato un personaggio amato da moltissimi lettori. Così, senza riuscire a ritrarlo fino in fondo come una figura spregevole, si ritrovò a raffigurarlo con una certa vicinanza e simpatia. Il risultato, a suo giudizio, è che nel finale della storia rimane una sensazione di insincerità, almeno nella sua valutazione personale.
Sono parole che meritano di essere lette con attenzione, perché offrono una prospettiva che nessun critico o fan potrebbe mai possedere con la stessa autenticità. La tensione descritta da Isayama è quella che chiunque si sia confrontato con la narrativa conosce bene: il momento in cui un'opera supera il suo creatore, in cui i personaggi acquisiscono una vita propria agli occhi del pubblico e l'autore si trova a negoziare tra la sua visione originale e il rapporto affettivo che quei personaggi hanno costruito con milioni di persone. Eren Yeager è uno dei protagonisti più controversi e affascinanti della storia del medium, proprio perché non si è mai piegato a una lettura univoca.
Quella complessità, che Isayama oggi legge come un cedimento alla simpatia, è forse ciò che rende l'opera ancora così viva e discussa anni dopo la sua conclusione. Il fatto che il suo stesso autore continui a interrogarsi su di essa, con questa rara lucidità pubblica, è la conferma che L'attacco dei giganti non ha finito di avere cose da dire.
Fonte: thegamer.com
Ë un peccato sentire che abbia messo quei monologhi finali per non demonizzarlo troppo agli occhi dei fan del personaggio, ma oggi ho letto il finale e non trovo sia stata una scelta da buttare, per quanto sarebbe stato meglio se avesse puntato di più sul "Io sono diventato il cattivo assoluto così da unire l'umanità, in paricolare Marley e Paradis, contro una causa comune ed esorcizzare il mondo dai giganti, per questo ho commesso un genocidio e DEVO essere ricordato come un genocida", invece di illustrarlo quasi come "un salvatore che si è sacrificato per noi".
In mezzo ci sono anche altri problemi e interrogativi su cui poter discutere, ma non è stato un finale da completa bocciatura secondo me
basta vedere con my hero academia non hanno manco capito che cosa raccontava un manga che ti spiega il grigio cosi ad alto livello e massacrato sul finale
Eren in nessun modo poteva essere una figura spregevole ai miei occhi, fedele fino alla fine al suo ideale. Forse intende che non si sarebbe dovuto diciamo "arrendere" per poi alla fine distruggere tutto?
In realtà il mio pensiero è sempre lo stesso, ha sacrificato la seconda parte per rendere la prima un capolavoro. Alla seconda serviva più tempo.
E' inutile giustificare sempre col "non hanno capito", un'opera non e' perfetta indipendentemente dal successo che ha. E my hero accademia purtroppo e' stato munto e spremuto piu' del dovuto. Soffrendo di ovvie lacune sul finale che non erano certe degne dei primi archi.
Idem Aot, che in certi dettagli ha avuto ben piu' di qualche lacuna sul finale. Ma e' stato coerente fino alla fine con quel che voleva comunicare.
Il fatto che l'autore sia umile e si autocritichi (in maniera equilibrata) lo valorizza anche di piu'.
di quelli che criticano il finale la maggior parte si lamenta perchè non ha avuto il finale che voleva e se si fa un analisi di una serie parlare solo del finale è come parlare di un film e parlare solo della sceneggiatura.
se un artista decide che quello è il finale che vuole e il finale fa schifo lo preferisco comunque a vederlo fare altri capitoli per dare il contentino a dei fessi in rete
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