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Quando leggiamo la sinossi di un nuovo anime scolastico in cui un otaku asociale e con l'ansia di vivere viene improvvisamente "adottato" dalle ragazze più popolari della scuola, gli occhi ci roteano all'indietro così forte da poter vedere il nostro stesso nervo ottico. È il solito sogno proibito (e trito e ritrito) di ogni otaku che spera, in fondo al cuore, che la sua collezione di manga, anime, action figures o gunpla possa un giorno fungere da esca per la reginetta della classe.

E "Gals Can't Be Kind to Otaku!?", non si sottrae a questo copione ma, pur sguazzando nel mare dei consueti cliché, riesce a non affogare, trovando una sua godibile dimensione in cui non tutto quello che appare in superficie corrisponde alla realtà.
Il protagonista è il classico reietto volontario, un ragazzo chiuso in se stesso, convinto che il mondo 3D sia un errore di programmazione e che l'unico rifugio in cui si sente a suo agio sia quello dell'anime che adora e di cui colleziona qualsiasi gadget, vergognandosi di parlarne con altri della sua passione per non essere canzonato o, peggio, bullizzato. Di contro ci sono due gal, creature mitologiche che nella gerarchia scolastica nipponica siedono sull'olimpo (o in cima la Monte Fuji, giusto per restare nei paraggi), note per lo più per look eccentrici e vistosi, trucco pesante, energia inesauribile, disinibite quanto basta tanto da nutrire una presunta intolleranza verso i nerd.
E allora ci si domanderà il perché due ragazze belle, desiderate da tutti i "normie" della scuola, dovrebbero orbitare attorno a un ragazzo che trasuderebbe disagio sociale? La risposta dell'anime è tanto semplice quanto psicologicamente azzeccata: perché sono stanche di "recitare".
Le nostre co-protagoniste si rivelano ben presto molto meno perfette e irraggiungibili di quanto la loro estetica e il loro atteggiamento suggeriscano. Non si avvicinano all'otaku per pietà, per scommessa o per qualche incomprensibile attrazione fatale (da far gridare al miracolo), ma perché frequentando il protagonista si rendono conto che rappresenta per loro una vera e propria "safe zone".

La serie su questo aspetto prova a fare il salto di qualità dalla solita mediocrità di una trama vista e rivista e va a sfiorare un nervo scoperto non solo dell'animazione, ma dell'intera società giapponese, in modo comunque leggero e scherzoso, scevro dalle solite sovrastrutture melodrammatiche che contraddistinguono tanti anime simili. Se Luigi Pirandello fosse nato a Tokyo e osservasse la società nipponica, andrebbe a nozze con questo concetto e se fosse ancora vivo avrebbe di chè sbizzarrirsi, perché sembra che il Giappone sia pieno di Vitangelo Moscarda...
Anche in questa serie è evidente come in Giappone esista una distinzione netta e brutale tra "Honne" (i veri sentimenti di una persona) e "Tatemae" (la facciata pubblica). Di per sè e per la loro mentalità avrebbe anche un senso, ma le idee sono anche vissute da persone e per alcuni la società nipponica può diventare terribilmente ipocrita e spietata nel richiedere conformismo: bisogna "leggere l'aria", non disturbare l'armonia del gruppo e, soprattutto, recitare la propria parte, come ingranaggio di un meccanismo complesso come la sua società.
Tante opere hanno sviscerato in passato tali temi anche in modo molto diretto e filosofico, e "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" cerca di sdrammatizzare e alleggerire il concetto rendendolo più fruibile e comico: e così le due protagoniste cercano attraverso la frequentazione del presunto otaku di uscire dal palcoscenico delle ragazze popolari, sempre sorridenti, interessate alla moda, perfette come se fosse una recitazione a tempo pieno ed estenuante.

In fondo la costrizione ad apparire per ciò che non sono genera un'ipocrisia sociale asfissiante. E qui entra in gioco il protagonista otaku: lui è fuori dai giochi, sta in apparenza perdendo la partita sociale, quindi non giudica. La sua stanza o il tempo passato con lui diventano il "dietro le quinte" del teatro scolastico. Con lui, le ragazze possono calare la maschera pirandelliana, smettere di essere "Centomila" per compiacere gli altri e tornare a essere semplicemente "Uno", se stesse, con i loro hobby segreti, le loro imperfezioni e le loro stramberie, senza la paura che il loro status sociale venga disintegrato. Con loro, l'otaku recupera confidenza in se stesso e riesce ad emergere dal guscio inn cui si era rinchiuso, in una logica "win/win".

Uno dei pregi della serie nelle consiste dinamiche genuine tra i protagonisti: le loro interazioni non sono basate solo su imbarazzanti scivoloni e malintesi romantici, ma su un reale cameratismo e passioni condivise. Aggiungo anche la riflessione sull'importanza di avere un "rifugio" mentale e fisico (e non virtuale...) per mantenere un equilibrio e sopportare la pressione e l'assenza di drammi forzati perché il tono rimane leggero e divertente, evitando di trasformarsi in un melodramma pesante quando affronta le insicurezze dei personaggi.
Se la si osserva con questo approccio, si potranno perdonare all'opera alcuni difetti come le animazioni standard (il comparto tecnico fa il suo dovere, ma non brilla per guizzi artistici o regie particolarmente ispirate), un incipit lento e deja-vu (i primi episodi faticano a scrollarsi di dosso la sensazione di "copia di mille riassunti", rischiando di allontanare lo spettatore impaziente), la lentezza dell'evoluzione del protagonista (a volte l'otaku indugia troppo nel suo status di vittima asociale, rallentando il ritmo comico e il progredire della trama).

Se si apprezza il genere, "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" si inserisce in quel filone virtuoso che sta cercando di riabilitare il rapporto tra opposti scolastici (in una sorta di "new deal") che generalmente hanno ispirato opere di contrapposzione, bullismo, ecc., ben rappresentato dalla serie uscita in contemporanea "You and I are polar opposites".
Ma mi sovviene anche "My Dress-Up Darling (Sono Bisque Doll)": guardacaso, anche in quest'ultima serie troviamo la ragazza popolare (Marin) che trascina il ragazzo asociale (Gojo) nel suo mondo vorticoso per poter vivere liberamente una sua passione nascosta (il cosplay). Tuttavia, se "Sono Bisque Doll" spinge molto sull'estetica e sulla tensione romantico-sensuale, "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" gioca più le carte della commedia corale e del mutuo soccorso psicologico.

Di sicuro "Gals Can't Be Kind to Otaku!?" non influenzerà la storia dell'animazione, e probabilmente non vi farà smettere di pensare che nella vita reale l'otaku asociale verrebbe ignorato a favore del capitano del club di kendo o calcio. Tuttavia, è una rom-com scolastica che usa i cliché come trampolino e non come recinzione, regalandoci personaggi onesti in un mondo che li vorrebbe attori di un copione già scritto e immutabile.