Recensione
The Ramparts of Ice
8.0/10
"Quando un trauma sembra diventare un muro invalicabile".
"The Ramparts of Ice" ("Koori no Jouheki") mi è sembrata una delle produzioni animate più delicate e psicologicamente stratificate degli ultimi tempi. Tratto dal manga di Kocha Agasawa, questa serie è arrivata subito dopo un'altra serie tratta da un altro manga della stessa autrice: "You and I are Polar Opposites". Ma se quest'ultimo gioca su dinamiche squisitamente estroverse e da rom-com frizzante, "The Ramparts of Ice" sceglie di esplorare il lato più intimo, ombroso e vulnerabile dell'adolescenza. Ed è incredibile come le due opere nascano dalla senbilità e talento della stessa mangaka.
Già dal titolo si intuisce il leit motiv della narrazione: la significativa metafora del "muro di ghiaccio". Una barriera psicologica ed emotiva che chi ne soffre erige per difendersi dalle delusioni passate. L'opera affronta con una rara sensibilità il tema dell'isolamento, mostrando come la continua fuga dal mondo esterno – anche a costo di sembrare asociali, freddi e scostanti – non sia un vezzo caratteriale, ma un disperato meccanismo di sopravvivenza innescato dai traumi patiti.
E la protagonista Koyuki Hikawa sembra averne subito uno particolarmente ostico dal quale non riesce a emergere. A costo di sembrare un po' ripetitiva e sovrabbondante, la serie investe molto del suo tempo ad illustrare la fatica di vivere di Koyuki: isolata, piena di trip mentali documentati con immagini "psichedeliche" che a prima vista sembrano il frutto di una persona "disturbata" a livello mentale. Coloro che le si avvicinano sono sostanzialmente rimbalzati e sembra che a nulla valgano i loro sforzi per provare a scardinare la fortezza in cui sembra rinchiusa. Del suo trama non si intuisce molto almeno inizialmente: uno schock patito alle scuole medie che sembra un mix di bullismo e di delusione d'amore cui la sua più cara amica Miki non è riuscita a aiutarla a superare.
In modo simpatico e talvolta leggero, la serie sembra un percorso in cui la protagonista inizia a intuire che non è l'unica a soffrire e a comprendere che non tutti la vogliono far soffrire. Un percorso di pazienza (anche dello spettatore) in cui il messaggio cardine che inizia a trasparire è quello secondo cui è quasi impossibile superare un trauma da soli. L'amicizia e i primi amori non sono presentati come semplici momenti romantici, ma come interazioni vitali per provare a trovare una via di guarigione. L'anime decostruisce il mito dell'autosufficienza emotiva e caratteriale, sottolineando che il bisogno di accettazione per quello che realmente si è da parte degli altri non è un sintomo di debolezza ma, al contrario, è il veicolo principale attraverso cui si inizia imparare a confrontarsi, a far valere la propria identità e, in definitiva, ad accettare sé stessi e gli altri senza sovrastrutture mentali, sociali o morali o lenti deformanti che alterano la realtà.
E sotto questo aspetto, "The Ramparts of Ice" non delude chi apprezza tale genere di narrazione: in un certo senso è piuttosto adulto perché non giudica chi si isola, ma dimostra con empatia che l'unico modo per sciogliere il ghiaccio è permettere a qualcuno di avvicinarsi, accettando il rischio inevitabile di farsi male o di subire un rifiuto.
Il cuore pulsante della serie risiede nel suo centrato quartetto di protagonisti. Le loro interazioni sono scritte in punta di penna, senza mai cadere in drammi esagerati, ma valorizzando i silenzi e le esitazioni della crescita. Qualcuno potrebbe non apprezzarle, giudicandole anche infantili. Ma tutti quelli che oggi rivolgono uno sguardo alla propria adolescenza si potranno ritrovare in tutto o in parte in questo delicato acquarello dell'adolescenza in cui quando lo sguardo di chi osserva si spinge oltre alle apparenze, inizia il percorso di comprensione dell'altro che sfonda il "muro" dell'ego e lo mette in gioco nel complesso processo di maturazione e crescita.
Si potrebbero spendere molte parole per tratteggiare Koyuki, Minato, Yota e Miki, ma rischierei lo spoiler. A coloro che fossero interessati alla visione dell'anime posso solo consigliare di non spazientirsi e bollare la serie come la solita rom-com scolastica che rappresenta il "dark side of the moon" dell'adolescenza in contrapposizione alla quasi contemporanea serie della stessa autrice "You and I are polar opposites" che sembra invece rappresentare la facciata illuminata e senza troppi problemi della gioventù.
Dal punto di vista tecnico, la serie offre un ambiente immersivo e coerente con la narrazione in cui lo Studio KAI riesce a garantire delle animazioni fluide e atmosfere cromaticamente avvolgenti per delineare il passaggio delle stagioni e degli stati d'animo. La regia offre spesso stratagemmi visivi che riescono a rendere bene l'idea della distanza fisica tra i personaggi in scena: alludo alla resa visiva della distanza emotiva tra i personaggi con inquadrature silenziose e dense di significato.
Non mi è sembrato male anche il comparto musicale con composizioni malinconiche che accompagnano con delicatezza i continui conflitti interiori. Discrete le l'opening "Toumei" ("Trasparente") dei Novelbright e l'ending "Sakasama" ("Sottosopra") dei Polkadot Stingray.
Nonostante gli innegabili meriti tematici e la profondità dell'introspezione, "The Ramparts of Ice" non è esente da difetti che potrebbero scoraggiare parte del pubblico, infondendo la sensazione del "buio oltre il muro"...
Una delle criticità che ho percepito potrebbe risiedere nel "ritmo" e nella apparente "immobilità" dei primi episodi. Se la lentezza è funzionale alla costruzione psicologica dei personaggi nei primi episodi, nella parte centrale l'opera sembra soffrire di stagnazione. L'abbattimento del muro di Koyuki richiede tempo, ma la narrazione si appoggia troppo su continui monologhi interiori che reiterano concetti già chiari allo spettatore, rallentando pericolosamente il procedere degli eventi.
Un altro elemento che non apprezzo particolarmente è rappresentato dall'abuso dello stile "deformed" (chibi). Questa scelta stilistica, pur essendo probabilmente ereditata direttamente dal manga originale di Agasawa dove serviva ad alleggerire la lettura, nell'anime risulta talvolta dissonante. Quando un monologo tocca corde di grande sofferenza e isolamento, l'inserimento quasi immediato di una gag visiva in formato "chibi" rischia di rompere la tensione drammatica, smorzando l'impatto emotivo di scene altrimenti perfette.
Pur essendo un'opera "corale" con quattro protagonisti, l'attenzione quasi esclusiva alle dinamiche del quartetto principale fa sì che le figure di contorno appaiano spesso come semplici dispositivi di trama, privi della tridimensionalità che invece abbonda nei protagonisti.
Ad ogni modo, coloro che sono arrivati fino a questo punto del mio modesto contributo, avranno intuito che "The Ramparts of Ice" non è la classica commedia scolastica che rincorre gag, equivoci e malintesi. È un coerente sguardo introspettivo travestito da anime romantico.
Si rivela un'opera consigliatissima per chiunque cerchi una visione in grado di esplorare con grande onestà la durezza dei traumi giovanili e, al tempo stesso, valorizzare la funzione salvifica e indispensabile dei legami umani.
"The Ramparts of Ice" ("Koori no Jouheki") mi è sembrata una delle produzioni animate più delicate e psicologicamente stratificate degli ultimi tempi. Tratto dal manga di Kocha Agasawa, questa serie è arrivata subito dopo un'altra serie tratta da un altro manga della stessa autrice: "You and I are Polar Opposites". Ma se quest'ultimo gioca su dinamiche squisitamente estroverse e da rom-com frizzante, "The Ramparts of Ice" sceglie di esplorare il lato più intimo, ombroso e vulnerabile dell'adolescenza. Ed è incredibile come le due opere nascano dalla senbilità e talento della stessa mangaka.
Già dal titolo si intuisce il leit motiv della narrazione: la significativa metafora del "muro di ghiaccio". Una barriera psicologica ed emotiva che chi ne soffre erige per difendersi dalle delusioni passate. L'opera affronta con una rara sensibilità il tema dell'isolamento, mostrando come la continua fuga dal mondo esterno – anche a costo di sembrare asociali, freddi e scostanti – non sia un vezzo caratteriale, ma un disperato meccanismo di sopravvivenza innescato dai traumi patiti.
E la protagonista Koyuki Hikawa sembra averne subito uno particolarmente ostico dal quale non riesce a emergere. A costo di sembrare un po' ripetitiva e sovrabbondante, la serie investe molto del suo tempo ad illustrare la fatica di vivere di Koyuki: isolata, piena di trip mentali documentati con immagini "psichedeliche" che a prima vista sembrano il frutto di una persona "disturbata" a livello mentale. Coloro che le si avvicinano sono sostanzialmente rimbalzati e sembra che a nulla valgano i loro sforzi per provare a scardinare la fortezza in cui sembra rinchiusa. Del suo trama non si intuisce molto almeno inizialmente: uno schock patito alle scuole medie che sembra un mix di bullismo e di delusione d'amore cui la sua più cara amica Miki non è riuscita a aiutarla a superare.
In modo simpatico e talvolta leggero, la serie sembra un percorso in cui la protagonista inizia a intuire che non è l'unica a soffrire e a comprendere che non tutti la vogliono far soffrire. Un percorso di pazienza (anche dello spettatore) in cui il messaggio cardine che inizia a trasparire è quello secondo cui è quasi impossibile superare un trauma da soli. L'amicizia e i primi amori non sono presentati come semplici momenti romantici, ma come interazioni vitali per provare a trovare una via di guarigione. L'anime decostruisce il mito dell'autosufficienza emotiva e caratteriale, sottolineando che il bisogno di accettazione per quello che realmente si è da parte degli altri non è un sintomo di debolezza ma, al contrario, è il veicolo principale attraverso cui si inizia imparare a confrontarsi, a far valere la propria identità e, in definitiva, ad accettare sé stessi e gli altri senza sovrastrutture mentali, sociali o morali o lenti deformanti che alterano la realtà.
E sotto questo aspetto, "The Ramparts of Ice" non delude chi apprezza tale genere di narrazione: in un certo senso è piuttosto adulto perché non giudica chi si isola, ma dimostra con empatia che l'unico modo per sciogliere il ghiaccio è permettere a qualcuno di avvicinarsi, accettando il rischio inevitabile di farsi male o di subire un rifiuto.
Il cuore pulsante della serie risiede nel suo centrato quartetto di protagonisti. Le loro interazioni sono scritte in punta di penna, senza mai cadere in drammi esagerati, ma valorizzando i silenzi e le esitazioni della crescita. Qualcuno potrebbe non apprezzarle, giudicandole anche infantili. Ma tutti quelli che oggi rivolgono uno sguardo alla propria adolescenza si potranno ritrovare in tutto o in parte in questo delicato acquarello dell'adolescenza in cui quando lo sguardo di chi osserva si spinge oltre alle apparenze, inizia il percorso di comprensione dell'altro che sfonda il "muro" dell'ego e lo mette in gioco nel complesso processo di maturazione e crescita.
Si potrebbero spendere molte parole per tratteggiare Koyuki, Minato, Yota e Miki, ma rischierei lo spoiler. A coloro che fossero interessati alla visione dell'anime posso solo consigliare di non spazientirsi e bollare la serie come la solita rom-com scolastica che rappresenta il "dark side of the moon" dell'adolescenza in contrapposizione alla quasi contemporanea serie della stessa autrice "You and I are polar opposites" che sembra invece rappresentare la facciata illuminata e senza troppi problemi della gioventù.
Dal punto di vista tecnico, la serie offre un ambiente immersivo e coerente con la narrazione in cui lo Studio KAI riesce a garantire delle animazioni fluide e atmosfere cromaticamente avvolgenti per delineare il passaggio delle stagioni e degli stati d'animo. La regia offre spesso stratagemmi visivi che riescono a rendere bene l'idea della distanza fisica tra i personaggi in scena: alludo alla resa visiva della distanza emotiva tra i personaggi con inquadrature silenziose e dense di significato.
Non mi è sembrato male anche il comparto musicale con composizioni malinconiche che accompagnano con delicatezza i continui conflitti interiori. Discrete le l'opening "Toumei" ("Trasparente") dei Novelbright e l'ending "Sakasama" ("Sottosopra") dei Polkadot Stingray.
Nonostante gli innegabili meriti tematici e la profondità dell'introspezione, "The Ramparts of Ice" non è esente da difetti che potrebbero scoraggiare parte del pubblico, infondendo la sensazione del "buio oltre il muro"...
Una delle criticità che ho percepito potrebbe risiedere nel "ritmo" e nella apparente "immobilità" dei primi episodi. Se la lentezza è funzionale alla costruzione psicologica dei personaggi nei primi episodi, nella parte centrale l'opera sembra soffrire di stagnazione. L'abbattimento del muro di Koyuki richiede tempo, ma la narrazione si appoggia troppo su continui monologhi interiori che reiterano concetti già chiari allo spettatore, rallentando pericolosamente il procedere degli eventi.
Un altro elemento che non apprezzo particolarmente è rappresentato dall'abuso dello stile "deformed" (chibi). Questa scelta stilistica, pur essendo probabilmente ereditata direttamente dal manga originale di Agasawa dove serviva ad alleggerire la lettura, nell'anime risulta talvolta dissonante. Quando un monologo tocca corde di grande sofferenza e isolamento, l'inserimento quasi immediato di una gag visiva in formato "chibi" rischia di rompere la tensione drammatica, smorzando l'impatto emotivo di scene altrimenti perfette.
Pur essendo un'opera "corale" con quattro protagonisti, l'attenzione quasi esclusiva alle dinamiche del quartetto principale fa sì che le figure di contorno appaiano spesso come semplici dispositivi di trama, privi della tridimensionalità che invece abbonda nei protagonisti.
Ad ogni modo, coloro che sono arrivati fino a questo punto del mio modesto contributo, avranno intuito che "The Ramparts of Ice" non è la classica commedia scolastica che rincorre gag, equivoci e malintesi. È un coerente sguardo introspettivo travestito da anime romantico.
Si rivela un'opera consigliatissima per chiunque cerchi una visione in grado di esplorare con grande onestà la durezza dei traumi giovanili e, al tempo stesso, valorizzare la funzione salvifica e indispensabile dei legami umani.
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