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"L'improbabile incrocio tra il genere mecha e quello delle rom-com scolastiche"

"Full Metal Panic!" sembra essere la serie che incarna perfettamente il caos creativo (e un po' confusionario) dell'animazione dei primi anni 2000. Lo storico adattamento targato studio Gonzo è il classico "comfort food" per gli appassionati di animazione: un fritto misto che tenta l'improbabile connubio tra dramma militare, fantascienza mecha e commedia romantica scolastica. Il risultato è un prodotto globalmente sufficiente, ma che a guardarlo oggi scivola su una serie di ingenuità narrative davvero difficili da non segnalare.

Inizio dall'elemento più evidente: il soldatino di piombo e la maestrina, ovvero la stantia dinamica tra i due protagonisti. Da un lato abbiamo Sousuke Sagara: il classico ragazzino prodigio e letale (sembra ispirarsi al robot "Terminator"), addestrato fin dalla culla a neutralizzare terroristi a mani nude, ma che va in tilt logico se deve capire come funziona le interazioni umane. La gag del soldato iper-ligio al dovere calato in un placido liceo di Tokyo fa sorridere le prime tre volte; alla ventesima rasenta la macchietta.

Dall'altro lato c'è Kaname Chidori: la liceale bella, popolare, ma fin troppo "disinvolta" e decisa. È perennemente armata di un ventaglio di carta (o di oggetti contundenti ben più letali) pronto a punire ogni singola inadeguatezza sociale o comportamentale di Sousuke. Il problema è che i due finiscono per incastrarsi in un loop senza fine ripetitivo: lui compie un'azione esageratamente militaresca, lei si infuria e lo picchia. Manca quell'evoluzione psicologica fluida che ti aspetteresti da due adolescenti costantemente in bilico tra la vita e la morte, relegando il loro rapporto ai cliché più basici della rom-com demenziale.

Ma i veri limiti della serie emergono quando si cerca di grattare la superficie della trama, che definire "ellittica" è un eufemismo. La sceneggiatura lancia sul tavolo concetti anche complessi per poi dimenticarsi sistematicamente di spiegarli, leggasi il mistero dei "Whispered". A questa categoria appartengono Kaname e il colonnello Teletha Testarossa: sarebbero individui che possiedono conoscenze innate e sussurrate da non si sa chi su tecnologie avanzatissime denominate "Black Technology". Perché le possiedono? Come funziona questo trasferimento di dati? In questa prima stagione non ci è dato saperlo. La serie si accontenta di usarli come semplici deus ex machina viventi. Sono la scusa per far muovere i cattivi e per risolvere le situazioni critiche, né più né meno.
A ciò si aggiunge un altro trionfo della pigrizia narrativa, ossia il fantomatico "Lambda Driver". In un anime che per buona parte del tempo tenta di propinarci un approccio mecha "real robot" (con munizioni esauribili e una fisica tutto sommato plausibile), l'introduzione del "Lambda Driver" fa saltare il banco. In cosa consiste? Sostanzialmente è un convertitore di forza di volontà in energia fisica, ma le sue regole sono fumose. Sotto stress emotivo, Sousuke lo attiva creando scudi impenetrabili o proietta colpi cinetici invisibili. È un altro "Deus ex machina" puro e semplice, un escamotage comodo e mai davvero sviscerato a dovere, utile solo a risolvere battaglie che praticamente erano già perse.

Il difetto strutturale di questo anime del 2002 è la sua contraddittoria natura identitaria, un problema che sembra nascere proprio dalla gestione dei materiali d'origine. Inizialmente ero convinto che questa serie derivasse dal manga, ma documentandomi ho scoperto che la situazione è un pelo più complessa: l'opera nasce in realtà come serie di romanzi (Light Novel) scritti da Shoji Gatoh. La serie principale di romanzi (e i relativi adattamenti manga) è un thriller d'azione militaresco. Tuttavia, l'autore ha affiancato alla storia principale una serie di racconti brevi ("short stories"), incentrati interamente sulle surreali dinamiche comiche scolastiche in capitoli slegati gli uni dagli altri e, infine, una ulteriore serie di romanzi ambientati prima dell'inizio della trama, che approfondiscono il passato di alcuni personaggi e del worldbuilding.
Lo studio Gonzo, in questa prima stagione, sembra aver commesso l'errore di mescolare i due filoni in un unico calderone, generando un insopportabile bipolarismo narrativo dove si passa da esecuzioni a sangue freddo a gag sui pervertiti negli spogliatoi nel giro di un episodio. Uno stile quasi "pulp" che tuttavia risulta mal riuscito e poco intrigante.

Sembra più coerente la successiva serie "Full Metal Panic! Fumoffu" (del 2003) prodotto dalla Kyoto Animation. Questa serie adatta unicamente i racconti brevi (e si sposa perfettamente con lo spirito delle versioni manga più esplicitamente comiche) diventando, paradossalmente, la migliore serie del franchise. Slegata dall'obbligo di inserire drammi geopolitici, "Fumoffu" si adegua totalmente la natura demenziale della premessa della narrazione, permettendo al potenziale comico dei due protagonisti di divertire senza risultare schizofrenico e fuori luogo rispetto alle tragedie e alle uccisioni.

"Full Metal Panic!" sembra pertanto un cantiere sotto sequestro: sembra possedere delle buone fondamenta ma resta un'incompiuto. Nonostante i macroscopici buchi di trama, i mecha mossi dallo spirito dei piloti e un duo di protagonisti bloccato in un limbo di incomprensioni, la serie riesce comunque ad intrattenere con una certa perizia. Una sufficienza risicata come tributo per il suo valore storico (sembra ancora un mondo bipolare con richiami agli USA e in senso velato al blocco dell'est) e per l'effetto che genera nello spettatore non più tanto giovane, ma con la consapevolezza che, se si volesse godere davvero della verve umoristica della storia, che sia necessario recuperare "Fumoffu".