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7.0/10
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"Kill la Kill" è la testimonianza della coscienza che l'animazione contemporanea ha di sé, del proprio avvilimento e della sua implacabile condanna: dileggiando l'animazione d'oggi spasimante verso la sempre più banale ed estenuata perfezione tecnica ne strappa crudelmente la patina che questa falsifica per autentica genialità, e così "Kill la Kill" getta lo sguardo sull'abisso ora scoperto che si spalanca nel cuore dell'animazione, tanto oscuro e profondo che non sia possibile tornare da questa visione incolumi. Trasfigurata e inebriata da quest'estasi, la Gainax, ora col nome di Trigger, dà forma alla condanna che ineluttabilmente grava sull'animazione tutta e, con un gioco di parole, la chiama: "Kill la Kill", la menade dell'animazione che si carica dei suoi stereotipi per farli a brandelli nel più esilarante dei lamenti funebri, dove il gemito dell'agonia è indistinguibile dall'ultima risata della disperazione.
"Kill la Kill" è la più grande delle parodie, esasperando tutte le situazioni, conducendo all'ovvietà qualsiasi sviluppo dell'intreccio e portando al parossismo ogni cliché, è l'isterico scherno dell'animazione verso se stessa, lo zelante giudice del suo avvilimento e della sua sterilità artistica, ma è anche la più grave necessità storica, il gradino terminale della dissoluzione dell'animazione nella sua perversione. Per l'animazione non c'è salvezza, affidata ai capricci del grande pubblico il suo destino è la dannazione e "Kill la Kill" è un malinconico danzatore che, ormai incurante del vicino epilogo, piroetta insensatamente nel crepuscolo della fine dei tempi.

Calando nella metafora, "Kill la Kill" è la regia di Imaishi che dà forma al carattere di Satsuki: ereditando la provvidenziale fortuna che ha da sempre arriso alla Gainax, la serie si sviluppa nella deriva insanabile di una diarchia insostenibile tra la formale e insignificante protagonista della serie, Matoi Ryūko, e il vero astro splendente della vicenda, il fulgente spirito di Kiryūin Satsuki. All'insofferenza della prima, autentica somma dei peggiori difetti dello stereotipo del protagonista, si contrappone l'esagerato carisma della seconda, o meglio, è Ryūko a venire alla luce nella grandezza di Satsuki. In un maldestro tentativo di capovolgere il motore dell'azione sulla deuteragonista, la Trigger non riesce più a porre freni all'ascendente di Satsuki e nell'articolarsi dell'opera l'inarrestabile inerzia da costei alimentata taglia alla formale protagonista qualsiasi possibilità di scena. Tra questa evidenza e il mai sottaciuto ruolo cui il personaggio di Ryūko non può smettere di ambire per diritto di nascita matura un sempre crescente equivoco che, per grande fortuna della serie, risulta essere la sua unica salvezza. Nel carattere di Satsuki si trova così realizzato l'unico appiglio dell'opera, il baluardo del suo intreccio, la sua prima e ultima colonna.
Il resto degli attori è una secondaria ma efficacissima linea di controcanto alla melodia di Satsuki, tanto irrilevante da essere poco più che un'acciaccatura fra le parole della suddetta, personaggi che, sebbene poco più che comparse, nondimeno sanno accattivarsi una grande simpatia pur (e proprio) nel loro essere platealmente affettati.

D'altro canto "Kill la Kill" è proprio questo, una grande montatura che si diverte anche ad essere evidentemente posticcia, orgogliosa della sua ridicola maestà. In questo sta la notevole capacità d'Imaishi, il suo talento nel rendere ciò che è oggettivamente materiale di bassa qualità, gli scarti consunti di decenni di storia dell'animazione, un'apparenza invece soggettivamente piacevole, un effimero divertimento, in definitiva la grande alchimia del tramutare il banale nel piacevole. Se "Kill la Kill" è qualcosa di più di un'accozzaglia di scene già viste e sentite, se è possibile trarne diletto pur sapendo per filo e per segno ogni singolo svolgimento prima ancora che accada, questo è solo merito della regia di Imaishi, che fa della serie un ampio virtuosismo, un esercizio di tecnica fine a sé, l'estrema fatica dell'illusionismo d'ammantare il niente.
In "Kill la Kill" non c'è altro, perché questa serie non è una salvatrice, ma una testimone, certo irriverente, ma niente più che un'osservatrice inerte, che guarda l'insostenibile decadenza dell'animazione atrofizzata in un'isteresi insanabile esplodendo in una malinconica risata. Scrutando nell'abisso dell'animazione contemporanea la serie viene colta dall'imperante vuoto che in un nichilistico entusiasmo ne ispira il canto. Troppo acuta per crogiolarsi nella spensierata ingenuità e troppo pavida per assumersi la più grave responsabilità, la Trigger crolla affogando nella disperata ironia ogni futuro. "Kill la Kill" non ha condannato l'animazione, esso è soltanto il testimone di una tendenza insopprimibile allo svilimento, non muove alcun passo ulteriore verso il baratro, ma ne indica la strada.

Perché, dunque, guardare "Kill la Kill"? Forse perché l'unica via per la felicità è il pessimismo, per quietare definitivamente le proprie aspettative verso l'animazione futura, per prendere serenamente atto che persino il talento ha perduto il coraggio. Allora non resta che farsi travolgere con lievità dal dirompente pandemonio di urla, tentare di seguire l'esasperato svolgersi di un intreccio già evidente, restare abbagliati dall'inviolabile carisma di Satsuki e non chiedere di vedere altro se non ciò che deve accadere. Non è una necessità tragica quella che attraversa "Kill la Kill", è la consequenzialità dell'ovvietà, del rispetto (ma in verità del dileggio) del canone, questa è una serie in cui non accade niente se non ciò che si sa dover accadere, dove la perifrasi "colpo di scena" è bandita come la più esecrabile delle bestemmie.
Eppur qua s'esibisce l'incontenibile genio di Imaishi, che fa della banalità meraviglia, che esaspera tempi e scene in una folle rincorsa, che stordisce lo spettatore nella sempre cangiante forma di "Kill la Kill". Questa è la grande parata del niente, l'opera della genuina e radicale vuotezza, una serie pavida che lo dà ben a vedere. Solo a chi si rivolga a "Kill la Kill" con la giusta disposizione d'animo questa serie svelerà, senza pudore né menzogne, la propria natura sinceramente effimera: guardato con la più serena rassegnazione e onesta disillusione, l'opera spalanca violentemente gli occhi alla nuda disperazione dell'animazione e prendendo tutto ciò che è stato fatto, ogni discorso proferito e qualsiasi trama ideata fa collassare il prodotto di decenni di lavoro nel breve lasso di tempo della sua durata, conducendo nel più insensato citazionismo mai osato, portando la Gainax a ripercorrere nell'arco di un solo episodio la sua intera vita.

E' tanta retorica questa, si dirà, e certo non si sarà lontani dal vero, ma come altro parlare della massima opera d'animazione di retorica "visiva"? "Kill la Kill" è una bella forma che nasconde nient'altro che le parole: "è tutto finito", un'amara e rassegnata conclusione, è un'enorme tautologia, dalla quale con ferra consequenzialità discende la totalità dei propri sviluppi, ognuno pienamente previsto al passo precedente, eppure il tutto diretto con tale maestria da non far pesare la più grave delle ovvietà.
Vorrei dire che "Kill la Kill" è una bella serie, ma mentirei, perché non stiamo parlando di arte. Questa non è una recensione, è un giochetto retorico di piccole riflessioni in libertà, d'altronde "Kill la Kill" non è un'opera che abbia la minima pretesa artistica, ma è il martire dell'animazione, che fin dal suo primo fotogramma rinuncia alla gloria abbracciando disperatamente e dal basso della sua pavidità la propria condanna.
"Kill la Kill" è tra quanto di meglio l'animazione da diversi anni a questa parte sia stata in grado di darci ed è, bisogna ammetterlo, decisamente poco. Se il più che si possa fare è guardare al passato e contorcerlo attraverso lo specchio dell'esasperazione, non possiamo che ammirare con nostalgia in questo triste spettacolo e compiangere l'animazione che incede spietatamente verso la propria dannazione.