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Kaori Yuki ha la straordinaria capacità, ai limiti dell'inverosimile, di rendere la maggior parte delle proprie opere di una noiosità tale che leggerle potrebbe far vincere il primo premio alla gare annuale dello sbadiglio. Tra queste poco fortunate opere rientra anche il vampiresco Blood Hound pubblicato in Giappone nel 2004 sempre dall'affezionata Hakusensha.

La gran parte della colpa è a mio parere imputabile ai personaggi, che appiano più finti di una borsa di Louis Vuitton venduta ad una bancarella per trenta euro, ma anche la trama ha la sua buona fetta di difetti. In questo caso la sceneggiatura viene incolpata del reato di ripetitività, vostro onore.

Iniziando con un'analisi dei personaggi è da subito chiaro che la protagonista, tale Rion Kanoh, ha l'intuitività di un pollo. La povera fanciulla sembra all'apparenza un personaggio dotato d'indipendenza ma si rivela presto nient'altro che un fantoccio in mano, a turnazione, al protagonista ed all'antagonista maschile e/o femminile. Aggravante per Rion è il fatto che la ragazza non è nient'altro che la reincarnazione dell'amata, pura, eterea, celestiale, sacra e ormai morta e sepolta Ellone, che la maggior parte dei personaggi ha incontrato per ben poco tempo ma della quale tutti sono in eterna adorazione nei secoli e secoli amen.
Il protagonista maschile è Suou Il Vampiro che a capo della Kraken Haus, host club per discinte donzelle, cerca e ricerca la già citata Ellone insieme ai Quattro dell'Apocalisse - altrimenti detti i Quattro Vampiri che Fanno le Belle Statuine - in rigoroso ordine afabetico, Moegi, Sakura, Shian e Tenran. La loro importanza ai fine dell'intreccio è tale che che anche un bambino delle scuole elementari, ma che dico anche della materna, potrebbe rimpiazzarli e nessuno si accorgerebbe della differenza.
Abbiamo poi la pedante Amagi Kinuki che dopo un debutto come pseudo nemica diventa la più affezionata delle amiche del cuore della nostra Rion. I veri nemici sono due: il primo non oso svelarlo per lasciare un minimo di piacere al povero lettore, mentre il secondo è lo sfortunato fratello di Suou, Mikhail. Com'è dura la vita: a un fratello tutto - donne, soldi, bellezza e l'Amata Immortale - e all'altro niente, mi sembra ovvio che dopo secoli il secondo voglia vendicarsi.

Per quello che concerne la, poca e scarna, trama le vicende iniziano con Rion che, per cercare la scomparsa nel nulla compagna di scuola Shihoko, si introduce con forza alla Kraken Haus convinta che gli accompagnatori siano vampiri e che siano stati loro stessi a rapire Shihoko che aveva rivelato a Rion di star intrattenendo una relazione con un figlio della notte. Effettivamente la fanciulla ha ragione ma i vampiri della Kraken Haus non corrispondono a quelli delle leggende e per questo motivo non hanno paura di farsi mostrare, a due centimetri dal proprio antico naso, un bel crocifisso. Rion non è comunque convinta dell'innocenza dei ragazzi e con un prevedibile stratagemma (manda in frantumi una bottiglia di vino molto costoso) si fa assumere al club come inserviente ed inizia la sua poco fruttuosa investigazione. Il resto degli episodi presenti nel racconto, che nella sua totalità risulta senza arte né parte, sono tranquillamente trascurabili perché altro non sono che fotocopie del primo: Rion fa l'imbecille al club e rompe qualcosa, qualche vampiro random la rimprovera, torna a casa e nel mentre incontra il nemico, viene salvata. L'unico episodio che fa eccezione è l'ultimo nel quale le viene raccontata la propria vita passata quando ancora era l'intoccabile Ellone.

L'unica nota positiva di questo volume sono i disegni che si rivelano più curati del solito e che, con fatica, trascinano su per la montagna Mediocrità questo volume del quale sconsiglio caldamente l'acquisto.