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Quant'è difficile essere fratelli? Difficile, difficilissimo. Si cresce contendendosi cure e attenzioni dei genitori, si litiga per il possesso di un giocattolo o del telecomando per guardare il programma preferito in tv, si gareggia a distanza per ottenere i voti migliori a scuola, nello sport e nella vita.
Se poi si è fratelli o sorelle maggiori, è impossibile non sentire il peso della rivalità e della responsabilità: bisogna essere sempre un passo avanti, primeggiare su tutto e tutti, perché sarebbe davvero un grave disonore essere sorpassati dal più piccolo di casa.
Certo, non esistono solo liti e rivalità, perché in questo particolare rapporto esistono anche intesa, complicità e amore. Se poi si riesce a trovare un interesse, un sogno, che accomuni i fratelli, allora il legame che li unisce diventerà saldo e incorruttibile, capace di affrontare e superare le più ardue prove della vita.
Di tutto questo ne sanno qualcosa Mutta e Hibito Nanba, i due fratelli protagonisti del manga Uchu Kyodai - Fratelli nello spazio, pubblicato nel 2008 da Chuya Koyama sulle pagine della rivista Morning dell'editore nipponico Kodansha. Le vicende "stellari" dei fratelli Nanba hanno avvinto così tanto il pubblico giapponese che la serie, oltre agli ottimi dati di vendita, ha ottenuto notevoli riconoscimenti anche da parte della critica, vincendo il 56° Premio Shogakukan nel 2011, e ottenendo ben due adattamenti nel corso del 2012, uno animato ad opera dello studio A-1 Pictures in onda su NNS, e uno cinematografico diretto da Yoshitaka Mori, con Shuri Oguri e Masaki Okada a vestire i panni dei fratelli protagonisti.

Mutta, il riccioluto fratello maggiore, e Hibito, l'"appuntito" fratello minore, sin da bambini condividono una grande passione per l'astronomia e, da quando videro qualcosa di simile ad un UFO sparire dietro la Luna, anche un sogno: diventare astronauti. Lo giurano solennemente a se stessi ma, si sa, non sempre i sogni si avverano per tutti.
Quando molti anni più tardi ritroviamo i nostri fratelli, scopriamo infatti che la sorte ha arriso solo ad uno di loro, il giovane Hibito, che presto diverrà il primo giapponese a mettere piede sulla Luna, mentre Mutta pare aver rinunciato da tempo al suo antico sogno di bambino, e per di più è stato appena licenziato dalla ditta in cui lavorava.
Solo, sfiduciato, disoccupato e segretamente roso dall'invidia nei confronti del fratello, Mutta pare avere davanti a sé un futuro tutt'altro che roseo. Almeno finché la famiglia non ci mette lo zampino, ed il nostro nevrotico protagonista si ritroverà improvvisamente convocato per il prossimo reclutamento di astronauti tra i civili indetto dalla JAXA (Japan Aerospace Exploration Agency, l'Agenzia Aerospaziale Giapponese). Seppur dopo numerose indecisioni, Mutta riesce a riappacificarsi con le sue antiche aspirazioni, e affronta una dopo l'altra tutte le difficili prove che gli si pareranno davanti, mosso dal desiderio di essere un giorno il primo uomo ad atterrare su Marte, proprio come promise a Hibito quella notte di tanti anni fa.
Ovviamente Mutta non affronterà questo percorso da solo, ed anzi avrà modo di conoscere tante altre persone che, come lui, sognano di raggiungere le stelle, ognuna mossa da motivazioni e storie personali differenti.
Sta proprio nella caratterizzazione di questi personaggi secondari uno dei segreti del successo di questa serie. Lungi dall'imbastire una storia di stampo prettamente fantascientifico, come invece farebbe intuire il titolo - qualche leggero tocco sci-fi esiste, ma compatibilmente all'anno di ambientazione della storia, il 2025 - Chuya Koyama, più che sullo spazio, si concentra sugli aspetti umani della vita dei suoi astronauti o degli aspiranti tali, rivelandoci sapientemente tutti i retroscena personali e familiari che hanno spinto ciascuno di loro a d'imboccare questa via anziché un'altra.
Il lettore così, al termine di ogni flashback, finirà per parteggiare anche per quel tipo che sulle prime proprio non gli andava giù.
E tutto questo Koyama lo racconta con discrezione e delicatezza, senza eccedere nei drammi o esasperare le emozioni dei suoi personaggi, cercando piuttosto di mostrare una vena d'ironia, a volte malinconica, che alleggerisca l'atmosfera.

Ma è ovviamente nella caratterizzazione dei fratelli protagonisti, e di Mutta specialmente, che l'autore dà il meglio di sé.
Il maggiore dei fratelli Nanba è forse il più improbabile dei protagonisti che un manga possa avere. Scordiamoci i protagonisti sempre bellocci, fortunati, ottimisti e fiduciosi anche durante le peggiori tempeste: Mutta Nanba ne è l'esatto opposto. Non particolarmente bello né aitante, fisicamente spicca solo per la folta criniera ricciuta che tanta ilarità susciterà durante una delle prove preliminari alla JAXA - forse una delle migliori gag del manga sinora - e che ricopre una testa che sembra un laboratorio di creazione e sperimentazione delle più disparate nevrosi e fisime che possono affliggere un essere umano. E' impacciato, imbranato, insicuro, ossessionato dall'ordine e dalla sfortuna che, a suo dire, sembra perseguitarlo sin dal giorno della sua nascita, per non parlare delle donne: il suo amore per Serika Itou, come lui aspirante astronauta alla JAXA, è stato un vero colpo di fulmine, ma lei non sembra proprio essersi accorta dei suoi sentimenti, e d'altro canto il nostro a dichiararsi non ci pensa proprio. Come se non bastasse, è roso dalla competizione col fratello da cui è malamente uscito sconfitto e, sebbene ami profondamente Hibito, gran parte dell'atteggiamento disfattista che Mutta ha nei confronti della vita deriva proprio dalle cicatrici lasciategli da questo fallimento.
Un personaggio così umanamente imperfetto che è impossibile non immedesimarsi in lui.

Come in tutte le coppie di fratelli, il giovane Hibito è il perfetto contraltare di Mutta. Anzi, a dire del fratello, "gli manca una vite nella testa", un modo di dire giapponese per indicare quelle persone un po' strane e in apparenza sempre con la testa tra le nuvole. In effetti, da quel che ci ha narrato finora Koyama, il giovane "Samurai Boy", come viene soprannominato dai suoi colleghi della NASA, appare sempre placido, sereno, amichevole e un po' distratto, più incline all'azione e alla spontaneità, ma proprio per questo capace di grandi atti di eroismo, come quando, durante una missione esplorativa sulla Luna, rischia la vita per salvare un compagno.
Hibito nutre una profonda ammirazione e un grande rispetto nei confronti del fratello, senza il quale non sarebbe mai arrivato a Huston e di lì nel Mare della Tranquillità, e sembra essere l'unico a conoscere fino in fondo le sue reali capacità, ben più di Mutta stesso.

Per quanto riguarda il disegno, quello adottato da Koyama è abbastanza insolito e particolare, lontano dai canoni tipici del fumetto nipponico, pur mantenendo una sua originalità e riconoscibilità, e che tutt'al più potrebbe ricordare vagamente l'Harold Sakuishi di Beck.
Apparentemente il tratto non è particolarmente elegante o rifinito, ma è preciso e funzionale all'espressività che la recitazione dei personaggi richiede, ponendo l'accento più su di essi e le loro emozioni che sull'impatto grafico delle tavole, le quali presentano in ogni caso un'attenta regia e una certa cura nella resa degli sfondi. Lasciano ad esempio incantati i paesaggi lunari nei quali si muovono Hibito e compagni durante la missione sul nostro satellite, colmi di quel lirismo e quel fascino alieno che da sempre ci spingono a voler raggiungere le stelle.
A proposito di missioni spaziali, è ammirevole il lavoro documentazione compiuto dall'autore sulla vita degli astronauti in missione, ed infatti ogni dettaglio è ricostruito alla perfezione, che si tratti di una tuta, un rover o della lunga sequela di addestramenti e procedure standard cui gli astronauti devono sottoporsi quotidianamente.

L'edizione italiana di Uchu Kyodai è curata da Star Comics, che sinora ha pubblicato, all'interno della collana Must, 14 dei 18 volumi attualmente usciti in patria, all'allentante prezzo di 4,90€.
I volumi possono infatti vantare un ottimo rapporto qualità/prezzo; si presentano solidi e ben rilegati, nel complesso si sfogliano agilmente e son rivestiti da una speciale sovraccoperta olografica presente anche nell'edizione originale. Le pagine sono abbastanza bianche e senza trasparenze degne di nota, la qualità di stampa è buona, anche se l'inchiostro ha la fastidiosa tendenza a macchiare le dita. Un unico grosso difetto - una pagina ribaltata nel nono volume - è stato puntualmente risolto dalla Star Comics che ha da qualche tempo offerto la sostituzione gratuita dell'albo incriminato ai lettori.
Considerato il tema principale del manga, di certo non avrebbero guastato degli editoriali di approfondimento. Sarebbe stato senz'altro un valido pretesto per spiegare più diffusamente, e con un linguaggio più tecnico-scientifico, i vari argomenti trattati nel manga, o contesti e situazioni di contorno: quali siano ad esempio nella realtà le prove da superare per diventare astronauti e le incombenze da affrontare quotidianamente, sia a terra che in missione, o a che punto siano le ricerche per dei nuovi viaggi sulla Luna o la colonizzazione di Marte.

Ma anche se non ci fosse stato il contesto spaziale, e i fratelli fossero stati in cucina o in una scuola di clown, il risultato sarebbe rimasto invariato, poiché il cuore di questo manga batte nei sentimenti, nella capacità di affrontare con dignità le difficoltà e i drammi della vita, cercando di tramutarli in risorse per il futuro, nella bellezza dei ricordi d'infanzia, quando tutto sembrava possibile, nel voler credere nei propri sogni e nella possibilità di realizzarli, anche quando sembra troppo tardi, anche quando crediamo di averci rinunciato; anzi è proprio allora che bisogna trovare la forza di non arrendersi e riprendere il percorso lì dove lo avevamo lasciato.
Soprattutto, Uchu Kyodai è il manga che meglio rappresenta lo strano legame con quel tipo o quella tipa che forse un po' ci assomiglia o forse no, che magari proprio adesso ci sta accanto e con cui ci siamo contesi un po' del nostro spazio vitale e le attenzioni dei nostri cari, abbiamo litigato per delle sciocchezze, ma poi abbiamo fatto anche la pace, riprendendo a parlare dei nostri piccoli grandi sogni.