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Tradurre la complessità di un'opera non è mai facile. Si deve partire dalla premessa che nella trasposizione qualcosa andrà perso. Tagli, modifiche, aggiustamenti, sono inevitabili. Come è pure da tenere in conto che ogni traduzione è di fatto un'interpretazione, che a livello tecnico o stilistico può discostarsi dal modello originale. E di molto. Ma cosa avviene quando, oltre a riproporre un canovaccio e uno schema già usati, si comincia a sperimentare solo per "aggiornare", per "tirare a lucido" ciò che si ritiene (da vedere poi quanto a ragione) perfettibile o meritevole di una (supposta) miglioria?

Per rispondere a questa domanda basta dare un'occhiata alla nuova trilogia che adatta i capitoli dedicati al passato di Gutz, il protagonista di "Berserk". Capitoli che erano già stati adattati in una serie del 1997 che, pur discostandosi in più punti dal manga di partenza, aveva proposto una sua chiave di lettura, riuscendo a sopperire alle carenze tecniche, ai tagli della trama, alle modifiche e alle strategie narrative con uno stile enfatico, con richiami autoriali e virtuosismi tecnici come le musiche di Susumu Hirasawa.

Il confronto diventa così impietoso. Questo primo film della nuova trilogia, sembra un qualcosa di totalmente estraneo sia al manga di Miura, sia alla serie di quindici anni prima. "Diverso" in questo caso significa "estraniante". Nonostante la trama di base non sia stata sensibilmente modificata (anche se le forbici hanno comunque avuto un ruolo pari ai protagonisti), molti dettagli sono stati resi con un trasporto che rasenta la noncuranza.

Il regista Toshiyuki Kubooka sembra aver volutamente tralasciato sfumature e richiami, cullandosi negli allori del mito, stante la premessa che «la trama la conoscete già tutti, no?».
Il piglio espresso ha un sapore documentaristico. Nel proporre l'azione, gli orrori, le tragedie, i drammi, si percepisce lo stesso pathos che c'è nelle controindicazioni dei farmaci.
Non sono sufficienti i silenzi, gli effetti sonori, le scene d'azione, le battaglie, a restituire quelle atmosfere gotiche da Medioevo barbarico quanto picaresco che esplodono invece nelle tavole del manga.
Non bastano i nuovi brani di Hirasawa (sempre ispirato ma qui sprecato) a dare slancio ad un quadro d'insieme così insipido.

Ma l'elemento che più colpisce di questo film è l'animazione. Perché colpisce proprio come un pugno allo stomaco. Lo Studio 4°C ha confezionato un'opera incredibilmente mortificante a livello visivo. L'uso della CGI per animare personaggi e azioni è risultato devastante. I movimenti sono legnosi, meccanici, talmente innaturali da strappare dei sorrisi (o delle urla) di scherno. Non siamo certo di fronte a un colto richiamo all'arte delle marionette.
Sembra più di vedere le animazioni di un videogame.
Ma anche in questo caso il confronto sarebbe impietoso se si considera che l'industria videoludica è già in grado di proporre dettagli tecnici superiori a quelli qui proposti. Perfino la computer grafica usata per i videogames di Berserk da PlayStation 2 e Sega risultava più digeribile.
La differenza si nota subito in quel mischiare due forme tecniche che parlano linguaggi spaziali e prospettici quasi antitetici.
Il contrasto è accentuato soprattutto dall'alternanza fra questo espediente e l'animazione 2D. Tale contrasto, sempre rischioso e immotivato, è giocato in maniera dilettantesca, risultando niente affatto curato, quasi fosse un dettaglio di cui nessuno possa accorgersi (il che si potrebbe quasi interpretare come un palese insulto all'intelligenza dello spettatore).

La domanda sul perché si sia alla fine scelto di riproporre un arco narrativo già presentato in animazione viene totalmente messa in ombra da questi schiaffi visivi, che lasciano spazio al più pressante quesito sulla necessità di una tale prodezza che, alla luce dei risultati, si rivela utile quanto un calcio nelle gengive.

Purtroppo lo stesso schema si ripete sostanzialmente invariato negli altri capitoli della trilogia. Il che farà poi da apripista a qualcosa che se possibile risulterà anche peggiore di questo «trimorfo» che farebbe paura alle aberrazioni delle mitologie antiche, delle culture popolari o agli stessi incubi tracciati dalle chine di Miura.

A coronare questo sconfortante quadro c'è infine un dettaglio che, ciliegina sulla torta, rende il tutto ancor più penoso: un doppiaggio particolarmente non ispirato.
Nonostante la presenza di professionisti del calibro di Romano Malaspina, la resa è stranamente sottotono. Le voci, soprattutto quelle dei protagonisti, non riescono a dare vigore a un pacchetto che avrebbe potuto rifarsi con degli extra non inclusi. Un'esecuzione piatta e quasi stonata, paradossalmente in questo perfettamente coerente al senso generale di questa produzione.

Per trovare la necessità di vedere questo film e i suoi seguiti, stanti la precedente serie e il manga di riferimento, bisogna avere la costanza samuraica di chi ama l'animazione in ogni sua forma (anche la peggiore), o lo stoicismo che solo i filosofi e i fan accaniti possono avere.
A chiunque altro consiglierei di preferire una colonscopia.