Recensione
Groizer X
6.0/10
Premetto col dire che probabilmente la fama di questa serie è dovuta più al coinvolgimento o meno di Go Nagai nella sua realizzazione che al suo reale valore. In effetti, a mia memoria e prima che internet disvelasse più dubbi di quanti ne creasse, eoni fa girava l’infondata voce che Groizer X fosse l’ennesima serie robotica televisiva uscita in toto della mente di Go Nagai. Cosa vera solo nella misura in cui il Maestro ha curato la supervisione in fase di realizzazione dell’anime, nato comunque da un manga di Gosaku Ota. Non certo uno scappato di casa, quest’ultimo, essendo già disegnatore di altri manga partoriti dalla prolifica mente di Nagai.
Siamo nel 1976, e il Giappone vede l’epifania della prima puntata di Groizer X: dopo, quindi i più famosi robottoni di Go Nagai. Anche se lo studio di produzione e il canale tv che si è preso carico di trasmettere la serie non sono Dynamic e Toei, ci si aspetterebbe, comunque, un incremento della qualità del prodotto, uno sviluppo in verticale rispetto a quanto visto in precedenza, anche perché non ci sarebbe voluto tanto. Invece in Groixer X tutto è veramente di qualità “basica”, per usare un eufemismo, più ancora che in Mazinga Z, robot apripista del genere (se escludiamo Tetsujin 28) e con comprensibili margini di miglioramento, visto il suo carattere pioneristico. Torniamo a Groizer: animazioni, disegni e tutto l’impianto grafico è approssimativo, zeppo di errori, con proporzioni spesso sballate. Innumerevoli le ripetizioni di identiche sequenze in quasi tutti gli episodi. La trama, se poteva essere peggio della grafica, lo è! Canovacci triti e ritriti, già a quel tempo, situazioni improbabili, inverosimili e ridicole. Ma occorre fare una doverosa riflessione, ossia che questa serie sia, nelle intenzioni dei realizzatori, indirizzata a un pubblico molto molto giovane. Se adottiamo questa consapevolezza allora possiamo giustificare quasi tutto e riuscire ad apprezzare l’anime “de quo”. Cosa ovvia e scontata? Non direi, se consideriamo anime robotici come Gundam o Evangelion, che di infantile hanno molto poco. Ma anche prendendo come termine di paragone Goldrake (scusate: non ce la faccio a chiamarlo Grendizer), realizzato solo un anno prima, non posso non notare una grande differenza tra le due serie riguardo lo spessore della trama e delle animazioni, a vantaggio di Actarus & co. Sicuramente anche Goldrake era indirizzato verso un target giovanissimo preadolescenziale, ma (e credo di poterlo affermare oggettivamente) non c’è confronto tra le due serie.
Trama? La solita: il solito invasore venuto dallo spazio, il solito attacco sul Giappone, la solita lotta tra robot ferrosi giganti, la solita pletora di personaggi da teatro dei guitti con protagonisti fighi, attori secondari e spalle macchiettistiche. Originalità quasi zero. Non vorrei risultare ripetitivo, ma insisto su un confronto con Goldrake: a parte certe somiglianze nel mecha design, se ci soffermiamo solo sulla trama vediamo pure in Groizer X, come in Goldrake, l’arrivo dallo spazio profondo di un alieno (un’aliena nel primo caso) in fuga dal suo pianeta natio a bordo di un robot, che mette al servizio dei terrestri presso i quali trova rifugio e ospitalità, per difenderli dagli stessi alieni da cui è scappata (solo che in Groizer X gli alieni sono “conterranei” della protagonista fuggitiva, mentre in Goldrake gli invasori provengono da un ulteriore terzo corpo celeste).
Ma si salva qualcosa in questa serie? Probabilmente il suo peggior difetto è anche il suo miglior pregio: quantomeno si salva quel disimpegno e quella leggerezza nella trama che fanno scivolare via i 36 episodi di cui è composta come fossero una brezza, senza la pretesa che essi debbano per forza lasciare un segno, dimostrare qualcosa né insegnare alcunchè; anzi, in alcuni punti non è escluso che riescano anche a farci scappare una risata. Un onesto esempio di intrattenimento in purezza, insomma, che forse è quello che chiediamo di più a certe produzioni. Per cose di altra e più alta levatura ci sono sempre Alberto Angela e Corrado Augias…
Siamo nel 1976, e il Giappone vede l’epifania della prima puntata di Groizer X: dopo, quindi i più famosi robottoni di Go Nagai. Anche se lo studio di produzione e il canale tv che si è preso carico di trasmettere la serie non sono Dynamic e Toei, ci si aspetterebbe, comunque, un incremento della qualità del prodotto, uno sviluppo in verticale rispetto a quanto visto in precedenza, anche perché non ci sarebbe voluto tanto. Invece in Groixer X tutto è veramente di qualità “basica”, per usare un eufemismo, più ancora che in Mazinga Z, robot apripista del genere (se escludiamo Tetsujin 28) e con comprensibili margini di miglioramento, visto il suo carattere pioneristico. Torniamo a Groizer: animazioni, disegni e tutto l’impianto grafico è approssimativo, zeppo di errori, con proporzioni spesso sballate. Innumerevoli le ripetizioni di identiche sequenze in quasi tutti gli episodi. La trama, se poteva essere peggio della grafica, lo è! Canovacci triti e ritriti, già a quel tempo, situazioni improbabili, inverosimili e ridicole. Ma occorre fare una doverosa riflessione, ossia che questa serie sia, nelle intenzioni dei realizzatori, indirizzata a un pubblico molto molto giovane. Se adottiamo questa consapevolezza allora possiamo giustificare quasi tutto e riuscire ad apprezzare l’anime “de quo”. Cosa ovvia e scontata? Non direi, se consideriamo anime robotici come Gundam o Evangelion, che di infantile hanno molto poco. Ma anche prendendo come termine di paragone Goldrake (scusate: non ce la faccio a chiamarlo Grendizer), realizzato solo un anno prima, non posso non notare una grande differenza tra le due serie riguardo lo spessore della trama e delle animazioni, a vantaggio di Actarus & co. Sicuramente anche Goldrake era indirizzato verso un target giovanissimo preadolescenziale, ma (e credo di poterlo affermare oggettivamente) non c’è confronto tra le due serie.
Trama? La solita: il solito invasore venuto dallo spazio, il solito attacco sul Giappone, la solita lotta tra robot ferrosi giganti, la solita pletora di personaggi da teatro dei guitti con protagonisti fighi, attori secondari e spalle macchiettistiche. Originalità quasi zero. Non vorrei risultare ripetitivo, ma insisto su un confronto con Goldrake: a parte certe somiglianze nel mecha design, se ci soffermiamo solo sulla trama vediamo pure in Groizer X, come in Goldrake, l’arrivo dallo spazio profondo di un alieno (un’aliena nel primo caso) in fuga dal suo pianeta natio a bordo di un robot, che mette al servizio dei terrestri presso i quali trova rifugio e ospitalità, per difenderli dagli stessi alieni da cui è scappata (solo che in Groizer X gli alieni sono “conterranei” della protagonista fuggitiva, mentre in Goldrake gli invasori provengono da un ulteriore terzo corpo celeste).
Ma si salva qualcosa in questa serie? Probabilmente il suo peggior difetto è anche il suo miglior pregio: quantomeno si salva quel disimpegno e quella leggerezza nella trama che fanno scivolare via i 36 episodi di cui è composta come fossero una brezza, senza la pretesa che essi debbano per forza lasciare un segno, dimostrare qualcosa né insegnare alcunchè; anzi, in alcuni punti non è escluso che riescano anche a farci scappare una risata. Un onesto esempio di intrattenimento in purezza, insomma, che forse è quello che chiediamo di più a certe produzioni. Per cose di altra e più alta levatura ci sono sempre Alberto Angela e Corrado Augias…