Recensione
Recensione di MangAnimeEnthusiast
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Per la sua ultima opera, Park Chan-wook decide di farci affondare nel pieno di una crisi che unisce l’individualità di un semplice lavoratore con l’amplesso socio‑economico‑culturale della Corea del Sud in una morsa micidiale.
Quando 25 anni di duro e solido servizio vanno sfumati quasi come nulla fosse, Yoo Man-su si ritrova senza un briciolo di sicurezza e possibilità di rialzarsi, insieme alla sua famiglia.
Colpo dopo colpo, la concretezza del proprio mondo vacilla inesorabilmente, soprattutto di fronte alla pressante concorrenza di altri più qualificati e in grado di ottenere più facilmente il posto che gli spetterebbe; ed è allora che si rende conto di non avere altra scelta se non intervenire preventivamente per eliminarli… permanentemente.
Dopo anni passati a sviluppare l’adattamento del romanzo The Ax di Donald Westlake, il Maestro coreano costruisce con la sua inimitabile finezza un altro articolato quadro che, partendo da una singola situazione, copre più realtà e vite inesorabilmente legate dallo stesso approccio, costruito su basi che minano l’equilibrio tra gli individui di fronte alle più grandi difficoltà, specie se legati da vincoli familiari.
Rispetto al passato, l’estro di Park si acquieta di più, permettendo al pubblico di seguire con più coinvolgimento e disarmante dinamicità senza perdere assolutamente niente: dagli aspetti più superficiali, magistralmente racchiusi dalle cornici che intersecano perfettamente scenografia, fotografia e montaggio, alla tensione condita da un’ironia nera assolutamente impattante e ficcante.
Ma tutto questo non sarebbe riuscito senza la totale immedesimazione di Lee Byung-hun nell’essenza di un uomo comune che persegue con ogni mezzo l’“accurato” abbattimento di ogni ostacolo, accrescendo di pari passo l’autodistruzione che sembra rifiutare. Restituisce una lucidissima disperazione che lo fa passare da una mossa all’altra e da uno stato emotivo all’altro nel giro di pochissimi istanti, mettendo in risalto e condizionando a suo modo la non meno turbolenta situazione di tutti quelli intorno a lui, inclusi i suoi stessi bersagli, mentre la famiglia inizia a perdersi nella confusione e nella voglia di reagire ma con un po’ più di ordine, nonostante tutto.
L’impegno di Son Ye-jin nel contrapporsi a Lee Byung-hun è davvero eccezionale, in un rapporto fatto di complicità ma anche di incertezza e apprensione, che esplode in particolare in una determinata scena tra quelle che meglio esprimono il tono grottescamente realistico del film (dico solo: costumi).
Un film che mette nuovamente in risalto la capacità tutta orientale di espletare ogni cosa senza alcun pelo sulla lingua, schiaffando senza remore ogni plausibile conseguenza della situazione, specialmente nei confronti via via più disequilibrati e assurdi tra i vari personaggi, unendo l’aura più reale del tutto con l’estetica volutamente sopra le righe tipica della poetica sudcoreana.
Ma è proprio questo che mi fa anche pensare come Park, pur non avendo perso il proprio smalto, si sia comunque dovuto contenere maggiormente, risultando chiaro in ogni passaggio ma lasciandomi la sensazione di aver dovuto seguire di più un certo discorso che ha ridotto lo svisceramento generale di tutti gli elementi messi in gioco.
Per spiegarmi meglio farò un breve confronto con l’altro titolo sudcoreano con cui c’è stato il maggior paragone, e francamente non sorprende: Parasite.
I due film condividono la critica al divario sociale nella Corea del Sud, alla mancanza di impieghi e a come le persone possano ridursi pur di raggiungere un proprio equilibrio; ma, a differenza del capolavoro del collega e amico Bong, Park non riesce — a mio dire — a sviscerare tutte le sue tematiche in modo ancor più ampio e spiazzante, pur mostrandosi non meno diretto o crudo. Bong riusciva anche con poco ad aprire altri spiragli e riflessioni su diversi spunti che toccavano i personaggi nella loro personalità generale, senza allontanarsi o sovrastare il tema principale, ma anzi dandogli maggior enfasi.
Ma anche se con meno estroversione, questo titolo dimostra nuovamente la forza incrollabile con cui Park Chan-wook non smetterà mai di esprimere con la massima lucidità il più puro caos che, dal profondo dell’animo, è in grado di ribaltare uno e più mondi, a fronte di ogni scelta possibile.
Quando 25 anni di duro e solido servizio vanno sfumati quasi come nulla fosse, Yoo Man-su si ritrova senza un briciolo di sicurezza e possibilità di rialzarsi, insieme alla sua famiglia.
Colpo dopo colpo, la concretezza del proprio mondo vacilla inesorabilmente, soprattutto di fronte alla pressante concorrenza di altri più qualificati e in grado di ottenere più facilmente il posto che gli spetterebbe; ed è allora che si rende conto di non avere altra scelta se non intervenire preventivamente per eliminarli… permanentemente.
Dopo anni passati a sviluppare l’adattamento del romanzo The Ax di Donald Westlake, il Maestro coreano costruisce con la sua inimitabile finezza un altro articolato quadro che, partendo da una singola situazione, copre più realtà e vite inesorabilmente legate dallo stesso approccio, costruito su basi che minano l’equilibrio tra gli individui di fronte alle più grandi difficoltà, specie se legati da vincoli familiari.
Rispetto al passato, l’estro di Park si acquieta di più, permettendo al pubblico di seguire con più coinvolgimento e disarmante dinamicità senza perdere assolutamente niente: dagli aspetti più superficiali, magistralmente racchiusi dalle cornici che intersecano perfettamente scenografia, fotografia e montaggio, alla tensione condita da un’ironia nera assolutamente impattante e ficcante.
Ma tutto questo non sarebbe riuscito senza la totale immedesimazione di Lee Byung-hun nell’essenza di un uomo comune che persegue con ogni mezzo l’“accurato” abbattimento di ogni ostacolo, accrescendo di pari passo l’autodistruzione che sembra rifiutare. Restituisce una lucidissima disperazione che lo fa passare da una mossa all’altra e da uno stato emotivo all’altro nel giro di pochissimi istanti, mettendo in risalto e condizionando a suo modo la non meno turbolenta situazione di tutti quelli intorno a lui, inclusi i suoi stessi bersagli, mentre la famiglia inizia a perdersi nella confusione e nella voglia di reagire ma con un po’ più di ordine, nonostante tutto.
L’impegno di Son Ye-jin nel contrapporsi a Lee Byung-hun è davvero eccezionale, in un rapporto fatto di complicità ma anche di incertezza e apprensione, che esplode in particolare in una determinata scena tra quelle che meglio esprimono il tono grottescamente realistico del film (dico solo: costumi).
Un film che mette nuovamente in risalto la capacità tutta orientale di espletare ogni cosa senza alcun pelo sulla lingua, schiaffando senza remore ogni plausibile conseguenza della situazione, specialmente nei confronti via via più disequilibrati e assurdi tra i vari personaggi, unendo l’aura più reale del tutto con l’estetica volutamente sopra le righe tipica della poetica sudcoreana.
Ma è proprio questo che mi fa anche pensare come Park, pur non avendo perso il proprio smalto, si sia comunque dovuto contenere maggiormente, risultando chiaro in ogni passaggio ma lasciandomi la sensazione di aver dovuto seguire di più un certo discorso che ha ridotto lo svisceramento generale di tutti gli elementi messi in gioco.
Per spiegarmi meglio farò un breve confronto con l’altro titolo sudcoreano con cui c’è stato il maggior paragone, e francamente non sorprende: Parasite.
I due film condividono la critica al divario sociale nella Corea del Sud, alla mancanza di impieghi e a come le persone possano ridursi pur di raggiungere un proprio equilibrio; ma, a differenza del capolavoro del collega e amico Bong, Park non riesce — a mio dire — a sviscerare tutte le sue tematiche in modo ancor più ampio e spiazzante, pur mostrandosi non meno diretto o crudo. Bong riusciva anche con poco ad aprire altri spiragli e riflessioni su diversi spunti che toccavano i personaggi nella loro personalità generale, senza allontanarsi o sovrastare il tema principale, ma anzi dandogli maggior enfasi.
Ma anche se con meno estroversione, questo titolo dimostra nuovamente la forza incrollabile con cui Park Chan-wook non smetterà mai di esprimere con la massima lucidità il più puro caos che, dal profondo dell’animo, è in grado di ribaltare uno e più mondi, a fronte di ogni scelta possibile.