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Trovo che il valore più prezioso di questa miniserie risieda nella sua straordinaria maturità intellettuale e nel suo rifiuto netto di qualsiasi compromesso retorico. L’opera affronta con lucidità quasi spietata il tema del lavoro emotivo imposto alle minoranze: Miki non si presta a educare pazientemente chi le sta intorno, non si trasforma in un manuale vivente per tranquillizzare la curiosità altrui, ma invita esplicitamente Goto a cercarsi le informazioni da solo. È un rovesciamento di prospettiva fortissimo, che demolisce l’idea secondo cui una persona trans debba essere sempre disponibile a spiegarsi, giustificarsi e istruire gli altri.

Tutta questa qualità concettuale, però, non avrebbe lo stesso peso senza la prova superba dei due protagonisti. Jun Shison compie un autentico miracolo mimetico ed emotivo. La sua Miki non è solo bellissima sul piano estetico, con un aspetto femminile e uno styling impeccabili, ma è soprattutto credibile in ogni singola scena. Il suo lavoro di sottrazione è impressionante: non cede mai alla caricatura, non cerca mai l’effetto facile, e costruisce invece una femminilità fatta di postura, sguardi, labbra, silenzi, piccoli dettagli corporei che rendono il personaggio fortissimo e insieme tangibilmente vulnerabile. Allo stesso livello colloco Keita Machida, che in Tadaomi Goto trova un personaggio di valore enorme. Lo considero senza esagerare uno dei personaggi più belli e preziosi che mi sia capitato di incontrare in una produzione televisiva. Goto non è tossico, non è invadente, non è una macchietta: è ingenuo, imperfetto, sinceramente disposto a rimettersi in discussione. Si libera dei propri pregiudizi con una lealtà disarmante, e la fiducia reciproca che costruisce con Miki diventa il vero motore emotivo dell’intera serie.

Il coraggio della sceneggiatura trova poi il suo culmine nel confronto familiare ambientato nel villaggio rurale di Miki. Davanti alla violenza scatenata dal fratello, l’intervento del padre — che afferma con severità che non si devono picchiare le donne — rappresenta per me una vetta di scrittura. La genialità della scena sta nel fatto che la serie sfrutta un codice d’onore orgogliosamente patriarcale e tradizionalista per trasformarlo nel gesto di accettazione più radicale possibile: un riconoscimento pubblico, netto e inequivocabile dell’identità femminile di Miki agli occhi del mondo. È un colpo narrativo di enorme intelligenza, perché non passa attraverso un linguaggio progressista da manifesto, ma attraverso le parole e i valori di quel contesto sociale specifico.

Alla fine, ciò che rende “Joshi-teki Seikatsu” così speciale è anche la sua scelta politica ed emotiva di non adagiarsi sul pietismo del trauma. La serie non nega il dolore, ma preferisce mettere al centro la competenza quotidiana di Miki, la sua capacità di stare al mondo, il suo desiderio, la sua ironia, la sua gioia possibile.