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Chiba

Episodi visti: 1/1 --- Voto 6
«"Ichi the Killer"?! Questa è roba tosta. Tu sì che te ne intendi; appena torni a casa è meglio nasconderlo dalle mani della mamma. O anche dei fratelli piccoli, se ne hai.»
Così il proprietario di una modesta fumetteria commentò il mio acquisto: il DVD italiano di "Ichi the Killer". Lo fece dando quel tocco di complicità clandestina e di scarsa moralità all'atto: entrambi sapevamo che tipo di prodotto stavo comprando, entrambi eravamo consci dei suoi contenuti e tutto questo ci unì per pochi, ma vivi, secondi.
Non nascondo che trovai inutili e scontate le sue avvertenze: mia madre non controlla i miei acquisti da quando ho imparato a non dare retta agli sconosciuti[1], e i miei fratelli minori se ne sono sempre fregati allegramente di ciò che porto a casa.
Comunque ci fu l'acquisto e una volta in camera mi guardai il film doppiato in italiano, non senza una straziante sensazione di una culminazione nell'illegalità familiare[2].

"Ognuno di noi ha una parte sadica e una masochista", recita il retro della custodia del DVD, concludendo: "Ichi è sadico al 100%".
Già alla prima lettura, questa semplice frase "attira clienti occasionali" mi destò non poche perplessità; avevo finito recentemente il manga - purtroppo non ancora editato in Italia - e non avevo trovato la figura di Ichi così sadica, bensì vittima di tutte le vicende della trama. Ancor peggio fu quando mi domandai "E io? Qual è la mia percentuale sadismo-masochismo? C'è qualche quiz da fare per scoprirlo? Perché io proprio non so essere obiettivo in questi casi". A questo gravoso problema risolsi facendo finta di niente e non prendendo per certa la quote.
La prima volta che vidi per intero il film fui scosso ferocemente da tutta la violenza gratuita presente; non seguii la storia con grande attenzione in quanto ero troppo sorpreso dall'attinenza al manga con cui era stata diretta la pellicola, meravigliandomi davanti a una carneficina che su carta impressionava, ma in video era tutt'altra cosa. Insomma, non credevo in tanta fedeltà alla controparte cartacea ed ero così distratto a notare i particolari più agghiaccianti del film che evitai con cura una seria riflessione sulla sua piacevolezza.
Passati quattro anni ho riguardato il DVD e mi sono accorto che no, non lo trovavo un bel film: poco piacevole, tanto meno riuscito.
Qui ci starebbe una bella meditazione sul cambiamento dei tempi; sulla maturazione mentale a cui tutti noi andiamo irrimediabilmente incontro crescendo; su come, a distanza di parecchi anni, dei prodotti che credevi "dei must" e che tanto ti allietavano[3] si dimostrano in realtà cosucce non poi così artistiche e sensate. Ma non la farò. Potete tirare un sospiro di sollievo.

Diciamoci la verità, mai come con "Ichi The Killer" ci si accorge che ciò che funziona in un manga, non lo fa necessariamente in un film.
Tutte le elucubrazioni sulle figure di Ichi e di Kakihara, sulla continua ricerca del dolore, sul sottile confine tra sadismo e masochismo, sul disperato tentativo di provare piacere nella violenza come metafora della società odierna, sulle psicologie fini e spinte al limite dei protagonisti, sono un vano tentativo di trovare un senso a tutto ciò che si è visto.
Alla fine, e lo dico con grande sforzo (lo stesso che viene richiesto nello svilimento dei propri miti), ciò che si guarda sono scene surreali, al limite del sopportabile, spietate e tanto distanti dalla realtà - dalla nostra realtà - da sembrare tragicomiche; tutto questo andrebbe bene per un determinato genere filmico, ma la trama non sembra concedersi a questo scopo, anzi, se ne esce intricata, ben congegnata e accattivante, ma deviata dalla sua stessa troppa violenza. Lo spettatore viene corrotto - a scapito della sceneggiatura - dal numerosissimo sangue, dalle torture e dai comportamenti deviati e crudeli dei personaggi; con il risultato che, se gli viene domandato, non saprà rispondere con certezza su quale fosse la storia, ma, "caspita!, quanto era figa la scena alla Criss Angel barra prova del cuoco con i gamberetti fritti!"[4].

Sulla regia di Miike ho avuto un tiepido entusiasmo: mi è sembrata sperimentale quanto incolore. Appoggiato da una degna fotografia, attori - chi più, chi meno - convinti del proprio ruolo e una bella colonna sonora, il film scorre comunque a fatica: avrei preferito un alleggerimento nei contenuti e una focalizzazione sulla trama a base yakuza, che un impasto totale (ma abbastanza fedele al manga) in cui non si comprende lo scopo ultimo di un personaggio chiave, né la caratterizzazione lineare del carattere di Ichi[5].
Con questo film Miike ha cercato di avere la botte piena e la moglie ubriaca, con un risultato più che buono se amanti del genere splatter, meno se adoratori di un film con una storia solida e realistica.
Da aggiungerci due delle più epiche scene WTF mai viste nella storia del cinema, in linguaggio criptato per non spoilerare niente: "il segugio dalle orecchie da cosplayer/marmotta" e "il monologo finale american way". Entrambe mi hanno fatto sghignazzare allegramente - sicuramente scopo dell'autore - ma pure distratto ancor più dalla trama, privandola di serietà e anche d'una certa dignità.

Per concludere: consiglierei a qualcuno questo film?
Quattro anni fa avrei risposto di sì descrivendovi minuziosamente le varie torture presenti nella pellicola.[6]
Arrivato a ventuno anni mi sono accorto che:
a) raccontare in pubblico di torture oltre l'umano pudore non è piacevole per nessuno;
b) il film ha una trama potenzialmente interessante, ma resa innocua dalla troppa violenza;
c) la psicologia dei personaggi è tirata troppo al limite sopportabile/credibile;
d) il doppiaggio italiano è qualcosa di abominevole[7].
Quindi no. Non lo consiglierei.
A essere sinceri ho trovato molto più godibile il fumetto di Hideo Yamamoto: questo contiene un finale più evocativo ed evidenzia molto meno le debolezze dovute dai caratteri dei protagonisti.

DVD-quote:
Usare consapevolmente, da tenere fuori dalla portata della mamma.

[1]: e il fatto che m'avesse avvertito di nasconderlo dalla "mamma" lo presi inizialmente come un insulto alla mia capacità di non dimostrare gli anni che porto.

[2]: cosa che, credo, amplificò a livelli impensabili l'effetto della pellicola sul mio inconscio essere.

[3]: soprattutto quando ne parlavi con gli amici e ne notavi le espressioni schifate.

[4]: e se non ho attirato la vostra attenzione con questa frase significa che Miike ha toppato di brutto.

[5]: entrambe ben presenti, invece, nel manga.

[6]: ...e così confidando in un vostro eventuale coinvolgimento emotivo.

[7]: ma a cui, comunque, ci si assuefà.


 4
*°Storm°*

Episodi visti: 1/1 --- Voto 10
<b>Attenzione! Contiene spoiler!</b>

Partiamo dall'inizio. La storia: "Ichi the killer" è tratto dall'omonimo manga di Hideo Yamamoto. Hideo Yamamoto, per me, è già sinonimo di Dio. E il suo lavoro con "Ichi The Killer" non fa eccezione.
La storia è profonda, mai scontata, in grado di scendere a fondo nella mente e nell'anima dei personaggi, di sondare i loro più nascosti pensieri e desideri, senza censura, senza freni. La trama parte da una situazione relativamente normale: la sparizione di un capo Yakuza. Ma i personaggi, le relazioni, le azioni e i pensieri che questo va a innescare, sono tanti e complessi, tanto intricati quanto affascinanti.

Ora, passiamo alla resa cinematografica: Takashi Miike è riconosciuto universalmente come uno dei migliori registi d'oriente. E, di sicuro, non a caso. La forza, la crudeltà, a volte l'assoluto nonsense dei suoi film sono qualcosa che, a suo modo, risulta tremendamente elegante.
La prima volta che ho visto Ichi (rigorosamente in giapponese, visto che il doppiaggio italiano è assolutamente orribile) ho dovuto interrompere dopo 20 minuti. A certa violenza esplicita, lo ammetto, non ci si abitua mai.
E' forte, terribilmente forte. Un pugno nello stomaco. E a guardarlo più volte, la cosa non cambia.
La cosa più interessante, però, è vedere come la violenza del film segua la degenerazione psichica del protagonista, Kakihara. All'inizio così forte, disturbante, per poi cadere, lentamente, nella più totale assurdità. Proprio quando la mente di Kakihara vacilla fino a cadere, senza più supporti, nella follia, così il film cade sempre di più in un nonsense estremo, da un certo lato sconcertante, ripensando all'inizio del film. Il lavoro di Miike è stato veramente stupendo, completo, profondo, e molto disturbante. Senza parlare poi di Tadanobu Asano e della sua interpretazione, così terribilmente perfetta da far diventare Kakihara un'icona del suo genere.

Per ultimo, darei un angolo importante ai personaggi: i personaggi, la loro psicologia, il loro mondo interiore così squisitamente disturbato sono probabilmente il punto di forza del film (e del manga).
Ichi è il classico ragazzo buono e gentile che ogni tanto diventa una macchina assassina. Una cosa già vista, almeno in parte. Ma i pianti di Ichi, il suo pentimento, e al tempo stesso la sua eccitazione quasi frenetica, e poi il suo modo di pensare, di agire e di interpretare il mondo, sono qualcosa di molto affascinante.
In ultimo, sopra tutti, Kakihara. Lo ammetto, ho un debole viscerale per quel personaggio. Un personaggio spietato, elegante, terribile. Tutto, finché Anjo non scompare. Si intuisce perfettamente cosa Kakihara fosse prima. Il terrore dei suoi sottoposti, e anche dei suoi superiori, e la sua espressione di divertimento durante una delle sue fantasiose torture lo lasciano intendere perfettamente. Ma si intende anche come ora sia spezzato, piegato, ossessionato dalla ricerca di una persona che sa essere morta. Il film cambia radicalmente tono, comincia a precipitare dal momento in cui la verità gli si para davanti agli occhi, inevitabile. E così la sua mente, che scende sempre più giù. Il suo animo masochista in cerca di qualcuno che gli tenga testa, qualcuno da amare nello stesso modo terribilmente malato in cui amava Anjo. E dopo la delusione subita da Ichi, il suicidio, di una persona che ha perso tutto, a cui rimane solo l'immaginazione, così vivida proprio a causa della sua instabilità mentale. Insomma, un personaggio poetico, magistrale, ispirante.

"Ichi the Killer" è un film che, a conti fatti, merita una visione attenta, anche resistendo osticamente nelle scene più violente. Il suo spessore vale, se si va oltre la scorza di sangue.


 8
M3talD3v!lG3ar

Episodi visti: 1/1 --- Voto 9
Non poteva lasciarsi scappare questa occasione. Quella di potere convertire in pellicola cinematografica un manga talmente esplicito da essere sottoposto alla censura, udite, udite... nello stesso Giappone! Beh, non poteva certo sorvolare su un così sazio banchetto, l'uomo che al Rotterdam Film Festival del 2000 si sentì appioppare del "malvagio" da una donna che aveva assistito alla proiezione di Audition, un altro dei suoi capolavori; l'uomo che della yakuza s'era ormai ampiamente specializzato negli anni '90, e che nel 2001, con il materiale proposto dal fumetto di Hideo Yamamoto, trovava quindi pane per i suoi denti. Per chi non l'avesse ancora intuito, parliamo di Takashi Miike, una figura di spicco nel panorama cinematografico mondiale, un artista poliedrico, in quanto eccezionale - salvo qualche passo falso - come regista, ma anche come attore, sceneggiatore, produttore.

Con Ichi the killer, girato in una manciata di mesi, Miike prova il piacere di sbattere in faccia allo spettatore, con una naturalezza spaventosa, quanto di più estremo si possa razionalmente concepire sulla visione dell'amore, sentimento che già in Audition aveva visto disfarsi, con un capovolgimento fulmineo quanto inatteso, il suo significato consueto, estinguendosi in una forma di violenza psicologica, prim'ancora che fisica. Quest'ultima trova sua massima 'espressione' proprio in questo film, che dell'esplicito fa il suo credo, favorendo agli amanti del gore uno spettacolo imperdibile, che tra abusi, torture e depravazioni, sempre accompagnati da fluenti fiotti di sangue, riesce tuttavia non solo a mantenere un tono beffardo, sopra le righe, venato da imprescindibile umorismo, ma anche a mostrarsi particolarmente edificante sotto quelle spoglie: se siete molto sensibili, statene alla larga; se cercate l'ennesimo splatter fine a se stesso, potete benissimo voltare strada allo stesso modo, perché, in questo tripudio di truculenza visiva volutamente iperbolica e 'fumettosa', è sempre l'ironia a farla da padrona, ma soprattutto c'è spazio per tante riflessioni. Cogliendo con lo spirito giusto la visione di Ichi the killer, l'esperienza che ne consegue potrà difatti rivelarsi impareggiabile, tanto quanto la follia che investe trama e personaggi partoriti dalla mente di Yamamoto.

Tra gli squilibrati individui in cui c'imbatteremo, troviamo Kakihara (interpretato magistralmente da Tadanobu Asano, ormai vera e propria icona del cinema nipponico), uno yakuza sadomasochista, riconoscibile dalle profonde cicatrici che segnano i lati della sua bocca, tenuta insieme da due piercing. Quando il suo boss, insieme ad altri numerosi membri del suo clan, viene brutalmente eliminato, si mette alla ricerca del serial killer. Il sospettato è rinomato come Ichi (Nao Omori), ma nessuno sembra riuscire a identificarlo. Kakihara è estremamente intenzionato ad incontrarlo, non tanto per vendetta, ma per attrazione: sembra aver finalmente trovato l'uomo giusto, quel sadico che gli farà riprovare il vero dolore, quello tanto agognato. Ma nessuno sa ancora che dietro la maschera dello spietato assassino vi è il volto giovane e innocente di un ragazzo mentalmente disturbato, il cui atteggiamento gentile e bambinesco viene stravolto da una furia omicida, nonché da una forte eccitazione, ogni qualvolta assista a episodi di violenza ai danni di qualcuno.
Dietro la serie di delitti compiuti da Ichi vi è in realtà la mano di Jijii (Shinya Tsukamoto, altro mostro sacro), che abilmente s'approfitta di lui ipnotizzandolo e spronandolo a eliminare i "cattivi", facendo leva sul suo senso di colpa per un episodio mai avvenuto. Su questo trio fenomenale, ai quali s'aggiungono altri personaggi più bizzarri che mai, fanno leva eventi inizialmente slegati all'apparenza, ma fortemente uniti, non solo in chiave narrativa, anche concettuale.

Ciò che rende Ichi the killer più profondo di quanto possa sembrare nella sua provocatoria veste sanguinolenta è l'acuta indagine compiuta a scapito dei protagonisti in quanto umani, esseri alienati, scavati senza riserbo nella propria psiche e portati ad angustiarsi per l'ambizione a un proprio completamento, ricercato in un'estatica ed egocentrica, quanto illusoria, sperimentazione del piacere, che è destinata al fallimento in quanto provocatrice di dolore, proprio o altrui. Ed è forse nell'epilogo che l'opera manifesta il suo lato più intimo ed emotivo, sfiorando le vette della visionaria poetica miikiana, spronando la comprensione di tutto ciò che è stato, e lasciando spazio alla libera interpretazione sul destino di ogni personaggio rimasto.
Difficile diagnosticare difetti in un'altra delle componenti che fanno di questo film un prodotto il cui stile emerge ancora oggi in tutta la sua verve, ovvero la realizzazione tecnica: le soluzioni registiche offerte da Miike lasciano il segno e, sulle orme del miglior Tarantino, garantiscono una visione che è una continua scarica di adrenalina, per non parlare della memorabilità di alcune sequenze - sulle quali non voglio svelare nulla, anzi, preferisco 'tagliarmi la lingua' (chi vuole capire, capisca). Splendide anche la fotografia, curata dallo stesso autore del manga, e le musiche, distorte e ossessive al punto giusto.
"Ichi the Killer" è un 'must' del cinema asiatico moderno, nonché ottimo punto di partenza per chiunque voglia scoprire il genio di Miike e la bravura di interpreti come Asano... a suo rischio e pericolo.