Goodbye, Eri
LA RECENSIONE CONTIENE SPOILER
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Qualche mese fa ho portato a termine un videogioco, che appartiene alla classificazione di visual novel, che da un bel po’ di tempo è stato addirittura annoverato tra i cult in questa categoria. Il titolo in questione, durante la progressione, riscriveva continuamente la realtà in maniera diversa, e nel frattempo si incupiva sempre di più. Probabilmente qualcuno lo avrà già capito, il videogioco in questione è Doki Doki Literature Club. Un’opera di fantasia che per certi versi utilizza uno schema e dei temi che, durante la lettura del manga di cui vi parlerò quest’oggi, me l’hanno fatta tornare alla mente. Goodbye, Eri è il mio primo approccio a Tatsuki Fujimoto, autore che, nonostante la breve esperienza alle spalle, ha già dato vita ad opere collettivamente apprezzate come Chainsaw Man e Fire Punch. La lettura del suo volume unico scorre molto veloce, nonostante la densità di temi presenti in essa. Ed è sorprendente riscontrare come un’opera one shot, riesca a fare tutto ciò senza risultare frettolosa. All’inizio il manga si presenta come una storia drammatica abbastanza normale. Ciononostante già dopo poche pagine il lettore si trova spiazzato nello scoprire che gli avvenimenti precedentemente mostratigli, sono in realtà la proiezione a scuola del film di un alunno (Yuta). Fin da subito l’autore inizia a riflettere su temi di ampio respiro come l’uso del digitale, l’elaborazione di un lutto, la memoria, la morte, l’arte. Argomenti che coesistono in perfetta armonia e che si completano vicendevolmente all’interno di Goodbye, Eri. In questo one shot il lettore si trova spesso nella condizione di interpretare se ciò che sta leggendo sia reale o meno, all’interno dell’opera. Yuta è l’artista che osserva e cattura la realtà per come la percepisce (o per come vuole percepirla). Il manga ci porta spesso a credere di aver compreso la narrazione e i suoi sviluppi, ma puntualmente veniamo smentiti da quella che ci viene presentata successivamente come “realtà”. A questo proposito Fujimoto pone l’accento sull’uso del digitale. I personaggi, nello specifico la madre di Yuta ed Eri, desiderano che il ragazzo dia loro nuova vita grazie alle riprese, quindi con il digitale, forse perché insoddisfatte di come hanno vissuto fin lì. Nella parte finale scopriamo anche come il vero scopo di Eri, una volta resettata la memoria, non fosse altro che interpretare la sé stessa idealizzata da Yuta nel montaggio del suo film. Anche la madre del protagonista, nel suo desiderio di farsi riprendere, non fa altro che mettere in atto un tentativo di poter dare un’immagine di sé differente tramite la videocamera. In questo modo è proprio Yuta a realizzare un’immagine idealizzata di entrambe, a causa della sua difficoltà ad elaborare i due lutti. Il ragazzo nella parte iniziale dell’opera dice una frase importante: “il mondo è intriso di morte”. Essa viene detta dal protagonista poco dopo le critiche ricevute sul suo film, mentre davanti alla videocamera esprime l’intenzione di suicidarsi. Si tratta di una frase che oltre ad essere ovviamente riferita alla morte stessa, si correla anche all’incapacità umana, sempre più preponderante negli ultimi tempi, di porsi delle domande. Un film che tratta magistralmente questo argomento è il recente Megalopolis di Francis Ford Coppola, che consiglio caldamente di visionare. Come sta succedendo per il suddetto film, i compagni di scuola che criticano il corto di Yuta, lo fanno senza neanche provare a capire il motivo dietro al quale è stato concepito in quel modo. Nessuno, a parte Eri, prova a chiedersi il perché dietro la scelta di un finale tanto ambiguo. Eppure, con quell’esplosione finale, l’intento di Yuta era chiaramente quello di allontanare il più possibile il trauma della perdita di sua madre. Goodbye, Eri è il disegno perfetto di un momento storico nel quale si dà maggiore importanza all’impressione iniziale, alla superficie. Non si va a fondo, non si è in grado di accogliere l’arte nella sua natura di porre quesiti a chi la consulta, sul mondo che lo circonda e sulla stessa arte. In questo modo si rischia di riscontrare sempre più difficoltà anche nel capire le persone che ci circondano. Infatti i compagni di scuola che hanno criticato il film di Yuta, lo hanno fatto solo perché non sono in grado di accettare una visione del mondo alternativa alla loro. Si pretende che ognuno elabori il lutto nella stessa maniera, si pretende che tutti sviluppino i rapporti familiari nello stesso modo, e così via. Un altro aspetto molto interessante è il finale del secondo film realizzato da Yuta. Dopo una serie di vignette completamente nere, compaiono dei balloon che recitano: “ora che il protagonista ha fatto ciò che non è riuscito a fare per sua madre. Ossia filmarne la morte… la ritrovata fiducia in sé stesso gli dà la forza di andare avanti e girare altri film. Fine”. In realtà Yuta non riuscirà mai a riprendere la morte di nessuno. Si tratta solo di un pretesto per autoconvincersi di esserci riuscito. Di conseguenza gli serve per poter continuare la propria vita, senza il senso di colpa di non essere riuscito a fare ciò che gli era stato chiesto dalla defunta madre. Come scopriamo nel finale, in realtà Eri non muore. L’esplosione finale che la coinvolge può significare nuovamente l’atto di esorcizzare il proprio fallimento, in modo da poter ricominciare da capo. Siamo davanti a un’opera in cui il suo autore mette tutto in discussione, anche sé stesso. Non sappiamo con certezza se alcuni eventi possano o meno essere autobiografici, o se si possa parlare chiaramente di metafumetto. Tuttavia è importante constatare come Goodbye, Eri si configuri anche come una riflessione dell’autore per quanto riguarda il proprio modo di fare arte e di interpretare la realtà. Forse è anche per questo che, nel manga di Fujimoto, due arti diverse come il cinema e il fumetto si sovrappongono. Ognuno può dare il significato che vuole a “Goodbye, Eri” e alla sua conclusione, l’importante è non rimanere in superficie.
Adesso è arrivato il momento di parlare delle tavole, e di conseguenza dello stile di disegno di quest’opera. Il quale va perfettamente a concatenarsi con i temi trattati dall’autore. Il paneling è impostato in modo da creare delle vere e proprie sequenze cinematografiche. Lo testimoniano sia la forma rettangolare delle vignette, che la geometria estremamente precisa delle inquadrature. La successione di tavole simili tra di loro contribuisce a creare dei veri e propri piani sequenza all’interno del manga. Il cinema e il fumetto si congiungono. Spesso ci troviamo dinnanzi a vignette dal tratto sfocato, come a voler imprimere un senso di angoscia e insicurezza nel lettore, verso il modo in cui crede. Il mangaka conferisce significati ben precisi anche ad immagini apparentemente semplici e di contorno. Le quali vengono tuttavia inserite sapientemente in un contesto all’interno del quale acquisiscono valore. In particolare, all’inizio, abbiamo due immagini che presentano le suddette caratteristiche. La prima è quella dei gatti randagi, che per Yuta sono lo specchio della situazione che presto si ritroverà costretto ad affrontare, a causa dell’imminente perdita della madre. La seconda riguarda il raggruppamento di formiche, nell’atto di smembrare una cavalletta morta. Con questa immagine l’autore ci mostra quella che in seguito sarà la volontà di Yuta di cancellare il ricordo del trauma subito. Azione che compirà tramite il digitale, che si rivelerà come uno strumento utile a riscrivere i propri ricordi. Non è un caso quindi, che nelle pagine finali il cervello umano venga di fatto paragonato ad un hard disk.
Conclusioni:
Goodbye, Eri è un manga a cui approcciarsi con la volontà di porre delle proprie interpretazioni a ciò che si sta leggendo. Un approccio che valuti esclusivamente lo sviluppo della trama, dei personaggi, o il livello di dettaglio nel disegno, in opere come queste si rivela molto sterile. Detto questo, vedere che di questi tempi ci sono ancora autori trentenni in grado di concepire opere di tale immensità, mi fa ben sperare per il futuro.
Voto: 9.
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Qualche mese fa ho portato a termine un videogioco, che appartiene alla classificazione di visual novel, che da un bel po’ di tempo è stato addirittura annoverato tra i cult in questa categoria. Il titolo in questione, durante la progressione, riscriveva continuamente la realtà in maniera diversa, e nel frattempo si incupiva sempre di più. Probabilmente qualcuno lo avrà già capito, il videogioco in questione è Doki Doki Literature Club. Un’opera di fantasia che per certi versi utilizza uno schema e dei temi che, durante la lettura del manga di cui vi parlerò quest’oggi, me l’hanno fatta tornare alla mente. Goodbye, Eri è il mio primo approccio a Tatsuki Fujimoto, autore che, nonostante la breve esperienza alle spalle, ha già dato vita ad opere collettivamente apprezzate come Chainsaw Man e Fire Punch. La lettura del suo volume unico scorre molto veloce, nonostante la densità di temi presenti in essa. Ed è sorprendente riscontrare come un’opera one shot, riesca a fare tutto ciò senza risultare frettolosa. All’inizio il manga si presenta come una storia drammatica abbastanza normale. Ciononostante già dopo poche pagine il lettore si trova spiazzato nello scoprire che gli avvenimenti precedentemente mostratigli, sono in realtà la proiezione a scuola del film di un alunno (Yuta). Fin da subito l’autore inizia a riflettere su temi di ampio respiro come l’uso del digitale, l’elaborazione di un lutto, la memoria, la morte, l’arte. Argomenti che coesistono in perfetta armonia e che si completano vicendevolmente all’interno di Goodbye, Eri. In questo one shot il lettore si trova spesso nella condizione di interpretare se ciò che sta leggendo sia reale o meno, all’interno dell’opera. Yuta è l’artista che osserva e cattura la realtà per come la percepisce (o per come vuole percepirla). Il manga ci porta spesso a credere di aver compreso la narrazione e i suoi sviluppi, ma puntualmente veniamo smentiti da quella che ci viene presentata successivamente come “realtà”. A questo proposito Fujimoto pone l’accento sull’uso del digitale. I personaggi, nello specifico la madre di Yuta ed Eri, desiderano che il ragazzo dia loro nuova vita grazie alle riprese, quindi con il digitale, forse perché insoddisfatte di come hanno vissuto fin lì. Nella parte finale scopriamo anche come il vero scopo di Eri, una volta resettata la memoria, non fosse altro che interpretare la sé stessa idealizzata da Yuta nel montaggio del suo film. Anche la madre del protagonista, nel suo desiderio di farsi riprendere, non fa altro che mettere in atto un tentativo di poter dare un’immagine di sé differente tramite la videocamera. In questo modo è proprio Yuta a realizzare un’immagine idealizzata di entrambe, a causa della sua difficoltà ad elaborare i due lutti. Il ragazzo nella parte iniziale dell’opera dice una frase importante: “il mondo è intriso di morte”. Essa viene detta dal protagonista poco dopo le critiche ricevute sul suo film, mentre davanti alla videocamera esprime l’intenzione di suicidarsi. Si tratta di una frase che oltre ad essere ovviamente riferita alla morte stessa, si correla anche all’incapacità umana, sempre più preponderante negli ultimi tempi, di porsi delle domande. Un film che tratta magistralmente questo argomento è il recente Megalopolis di Francis Ford Coppola, che consiglio caldamente di visionare. Come sta succedendo per il suddetto film, i compagni di scuola che criticano il corto di Yuta, lo fanno senza neanche provare a capire il motivo dietro al quale è stato concepito in quel modo. Nessuno, a parte Eri, prova a chiedersi il perché dietro la scelta di un finale tanto ambiguo. Eppure, con quell’esplosione finale, l’intento di Yuta era chiaramente quello di allontanare il più possibile il trauma della perdita di sua madre. Goodbye, Eri è il disegno perfetto di un momento storico nel quale si dà maggiore importanza all’impressione iniziale, alla superficie. Non si va a fondo, non si è in grado di accogliere l’arte nella sua natura di porre quesiti a chi la consulta, sul mondo che lo circonda e sulla stessa arte. In questo modo si rischia di riscontrare sempre più difficoltà anche nel capire le persone che ci circondano. Infatti i compagni di scuola che hanno criticato il film di Yuta, lo hanno fatto solo perché non sono in grado di accettare una visione del mondo alternativa alla loro. Si pretende che ognuno elabori il lutto nella stessa maniera, si pretende che tutti sviluppino i rapporti familiari nello stesso modo, e così via. Un altro aspetto molto interessante è il finale del secondo film realizzato da Yuta. Dopo una serie di vignette completamente nere, compaiono dei balloon che recitano: “ora che il protagonista ha fatto ciò che non è riuscito a fare per sua madre. Ossia filmarne la morte… la ritrovata fiducia in sé stesso gli dà la forza di andare avanti e girare altri film. Fine”. In realtà Yuta non riuscirà mai a riprendere la morte di nessuno. Si tratta solo di un pretesto per autoconvincersi di esserci riuscito. Di conseguenza gli serve per poter continuare la propria vita, senza il senso di colpa di non essere riuscito a fare ciò che gli era stato chiesto dalla defunta madre. Come scopriamo nel finale, in realtà Eri non muore. L’esplosione finale che la coinvolge può significare nuovamente l’atto di esorcizzare il proprio fallimento, in modo da poter ricominciare da capo. Siamo davanti a un’opera in cui il suo autore mette tutto in discussione, anche sé stesso. Non sappiamo con certezza se alcuni eventi possano o meno essere autobiografici, o se si possa parlare chiaramente di metafumetto. Tuttavia è importante constatare come Goodbye, Eri si configuri anche come una riflessione dell’autore per quanto riguarda il proprio modo di fare arte e di interpretare la realtà. Forse è anche per questo che, nel manga di Fujimoto, due arti diverse come il cinema e il fumetto si sovrappongono. Ognuno può dare il significato che vuole a “Goodbye, Eri” e alla sua conclusione, l’importante è non rimanere in superficie.
Adesso è arrivato il momento di parlare delle tavole, e di conseguenza dello stile di disegno di quest’opera. Il quale va perfettamente a concatenarsi con i temi trattati dall’autore. Il paneling è impostato in modo da creare delle vere e proprie sequenze cinematografiche. Lo testimoniano sia la forma rettangolare delle vignette, che la geometria estremamente precisa delle inquadrature. La successione di tavole simili tra di loro contribuisce a creare dei veri e propri piani sequenza all’interno del manga. Il cinema e il fumetto si congiungono. Spesso ci troviamo dinnanzi a vignette dal tratto sfocato, come a voler imprimere un senso di angoscia e insicurezza nel lettore, verso il modo in cui crede. Il mangaka conferisce significati ben precisi anche ad immagini apparentemente semplici e di contorno. Le quali vengono tuttavia inserite sapientemente in un contesto all’interno del quale acquisiscono valore. In particolare, all’inizio, abbiamo due immagini che presentano le suddette caratteristiche. La prima è quella dei gatti randagi, che per Yuta sono lo specchio della situazione che presto si ritroverà costretto ad affrontare, a causa dell’imminente perdita della madre. La seconda riguarda il raggruppamento di formiche, nell’atto di smembrare una cavalletta morta. Con questa immagine l’autore ci mostra quella che in seguito sarà la volontà di Yuta di cancellare il ricordo del trauma subito. Azione che compirà tramite il digitale, che si rivelerà come uno strumento utile a riscrivere i propri ricordi. Non è un caso quindi, che nelle pagine finali il cervello umano venga di fatto paragonato ad un hard disk.
Conclusioni:
Goodbye, Eri è un manga a cui approcciarsi con la volontà di porre delle proprie interpretazioni a ciò che si sta leggendo. Un approccio che valuti esclusivamente lo sviluppo della trama, dei personaggi, o il livello di dettaglio nel disegno, in opere come queste si rivela molto sterile. Detto questo, vedere che di questi tempi ci sono ancora autori trentenni in grado di concepire opere di tale immensità, mi fa ben sperare per il futuro.
Voto: 9.
Non lasciatevi ingannare dalla trama di “Goodbye, Eri” che di primo acchito può sembrare banale. Ogniqualvolta vi sembrerà di capire dove stia andando la narrazione, questa prenderà subito svolte inaspettate.
Consiglio vivamente questo manga a tutti coloro che amano le belle storie, e la natura sperimentale dell’opera vi regalerà sicuramente un’esperienza unica. Non avrei mai immaginato di trovarmi di fronte a una lettura tanto coinvolgente, ma una volta iniziata ne sono rimasto affascinato fino alla fine.
Trama
Nel giorno del suo dodicesimo compleanno, Yuta Ito riceve in regalo uno smartphone dalla madre, malata terminale. La donna gli affida una strana richiesta: filmarla quotidianamente fino al momento della sua morte, così da poterla poi ricordare quando non ci sarà più. Yuta prende la cosa molto seriamente, catturando ogni istante: dalla madre spensierata al padre che piange di nascosto, dai momenti più frivoli di vita quotidiana alle visite in ospedale. Questa sua dedizione, però, viene meno proprio negli ultimi istanti di vita della madre: quando la paura di vederla morire prende il sopravvento e lo spinge a scappare. Dopo aver montato un video in sua memoria per farlo vedere a scuola, viene deriso da tutti per una surreale scena che ha inserito alla fine, dato che non aveva filmato i suoi ultimi istanti. Abbattuto per le continue prese in giro, pensa di farla finita gettandosi dal tetto dell’ospedale dove era morta sua madre. Lì incontra però Eri, una ragazza sua coetanea che lo farà desistere dandogli un nuovo obiettivo con il quale riscattarsi...
Personaggi
Il punto forte dei personaggi è la loro semplicità: sono persone comuni che potremmo incontrare tutti i giorni e questo li rende molto vicini al lettore. Con il proseguire della storia non c’è una forte evoluzione dei personaggi, tuttavia ci saranno alcuni colpi di scena che approfondiranno molto la loro personalità. Essendo l'intera opera narrata attraverso l'obiettivo di una videocamera, ci si rende conto che non è possibile conoscere veramente la persona che è il soggetto delle riprese, ma solo come questa viene fatta apparire.
Disegni
Il manga adotta una griglia fissa di quattro vignette orizzontali per pagina, un chiaro riferimento al formato cinematografico e allo schermo dello smartphone utilizzato da Yuta. Questa impostazione permette una continua alternanza tra la vita reale e scene viste attraverso l’obiettivo della videocamera, con uno stile di disegno diverso che le rende facilmente riconoscibili. La ripetizione delle inquadrature, con personaggi quasi sempre in primo piano, trasmette perfettamente lo scorrere del tempo e dà l'impressione di “guardare” un film piuttosto che leggere un fumetto. Tutto ciò rende la lettura incredibilmente immersiva e quasi unica nel suo genere.
Conclusione
La narrazione principale di questo one-shot è ingannevolmente semplice, ma con il progredire della storia verranno aggiunti sempre più livelli di lettura. Una volta finito ci si rende conto che “Goodbye, Eri” è in realtà una storia sui film e sulla loro capacità di alterare il mondo e le persone che ci circondano. Li ritrae non come sono davvero, ma come vorremmo ricordarli, enfatizzando i loro aspetti positivi e limitando o cancellando quelli negativi. Verso la fine si percepirà sempre di più quella fragile linea di confine tra finzione e realtà, rendendo sempre più difficile distinguere ciò che è reale e ciò che è finzione.
Considerazioni con spoiler
È incredibile il lavoro fatto dall’autore su questo manga. Inizialmente i video di Yuta vengono percepiti dal lettore come la raffigurazione della realtà vissuta dal protagonista, ma quando emerge la vera natura di sua madre ci si rende conto di come il suo carattere fosse molto distante da quello che invece traspariva dai video. E nonostante questo, nel film proiettato a scuola lei appariva sempre buona e gentile, proprio come Yuta e suo padre avrebbero voluto ricordarla. Anche con Eri abbiamo fin da subito la sensazione che quello che stiamo vedendo sia reale, ma quando alla fine si scopre com’era veramente ci rendiamo conto che, di nuovo, tutto ciò che abbiamo visto di Eri non è stato altro che un personaggio creato per essere ricordato in quel modo. C’è una frase del padre di Yuta che fa da perno a tutto il manga: “Tu hai il potere di decidere come ricordare le persone”. Questa capacità di modificare la realtà attraverso la telecamera, che è la vera protagonista dell’opera, funziona sia a livello narrativo che metanarrativo: noi lettori, così come tutti coloro che hanno conosciuto Eri unicamente tramite il film di Yuta, la ricorderemo per sempre così.
Consiglio vivamente questo manga a tutti coloro che amano le belle storie, e la natura sperimentale dell’opera vi regalerà sicuramente un’esperienza unica. Non avrei mai immaginato di trovarmi di fronte a una lettura tanto coinvolgente, ma una volta iniziata ne sono rimasto affascinato fino alla fine.
Trama
Nel giorno del suo dodicesimo compleanno, Yuta Ito riceve in regalo uno smartphone dalla madre, malata terminale. La donna gli affida una strana richiesta: filmarla quotidianamente fino al momento della sua morte, così da poterla poi ricordare quando non ci sarà più. Yuta prende la cosa molto seriamente, catturando ogni istante: dalla madre spensierata al padre che piange di nascosto, dai momenti più frivoli di vita quotidiana alle visite in ospedale. Questa sua dedizione, però, viene meno proprio negli ultimi istanti di vita della madre: quando la paura di vederla morire prende il sopravvento e lo spinge a scappare. Dopo aver montato un video in sua memoria per farlo vedere a scuola, viene deriso da tutti per una surreale scena che ha inserito alla fine, dato che non aveva filmato i suoi ultimi istanti. Abbattuto per le continue prese in giro, pensa di farla finita gettandosi dal tetto dell’ospedale dove era morta sua madre. Lì incontra però Eri, una ragazza sua coetanea che lo farà desistere dandogli un nuovo obiettivo con il quale riscattarsi...
Personaggi
Il punto forte dei personaggi è la loro semplicità: sono persone comuni che potremmo incontrare tutti i giorni e questo li rende molto vicini al lettore. Con il proseguire della storia non c’è una forte evoluzione dei personaggi, tuttavia ci saranno alcuni colpi di scena che approfondiranno molto la loro personalità. Essendo l'intera opera narrata attraverso l'obiettivo di una videocamera, ci si rende conto che non è possibile conoscere veramente la persona che è il soggetto delle riprese, ma solo come questa viene fatta apparire.
Disegni
Il manga adotta una griglia fissa di quattro vignette orizzontali per pagina, un chiaro riferimento al formato cinematografico e allo schermo dello smartphone utilizzato da Yuta. Questa impostazione permette una continua alternanza tra la vita reale e scene viste attraverso l’obiettivo della videocamera, con uno stile di disegno diverso che le rende facilmente riconoscibili. La ripetizione delle inquadrature, con personaggi quasi sempre in primo piano, trasmette perfettamente lo scorrere del tempo e dà l'impressione di “guardare” un film piuttosto che leggere un fumetto. Tutto ciò rende la lettura incredibilmente immersiva e quasi unica nel suo genere.
Conclusione
La narrazione principale di questo one-shot è ingannevolmente semplice, ma con il progredire della storia verranno aggiunti sempre più livelli di lettura. Una volta finito ci si rende conto che “Goodbye, Eri” è in realtà una storia sui film e sulla loro capacità di alterare il mondo e le persone che ci circondano. Li ritrae non come sono davvero, ma come vorremmo ricordarli, enfatizzando i loro aspetti positivi e limitando o cancellando quelli negativi. Verso la fine si percepirà sempre di più quella fragile linea di confine tra finzione e realtà, rendendo sempre più difficile distinguere ciò che è reale e ciò che è finzione.
Considerazioni con spoiler
È incredibile il lavoro fatto dall’autore su questo manga. Inizialmente i video di Yuta vengono percepiti dal lettore come la raffigurazione della realtà vissuta dal protagonista, ma quando emerge la vera natura di sua madre ci si rende conto di come il suo carattere fosse molto distante da quello che invece traspariva dai video. E nonostante questo, nel film proiettato a scuola lei appariva sempre buona e gentile, proprio come Yuta e suo padre avrebbero voluto ricordarla. Anche con Eri abbiamo fin da subito la sensazione che quello che stiamo vedendo sia reale, ma quando alla fine si scopre com’era veramente ci rendiamo conto che, di nuovo, tutto ciò che abbiamo visto di Eri non è stato altro che un personaggio creato per essere ricordato in quel modo. C’è una frase del padre di Yuta che fa da perno a tutto il manga: “Tu hai il potere di decidere come ricordare le persone”. Questa capacità di modificare la realtà attraverso la telecamera, che è la vera protagonista dell’opera, funziona sia a livello narrativo che metanarrativo: noi lettori, così come tutti coloro che hanno conosciuto Eri unicamente tramite il film di Yuta, la ricorderemo per sempre così.
Un'atmosfera onirica e inquietante
Fujimoto, come al solito, dimostra una grande maestria nel creare atmosfere dense e inquietanti. La storia, che si muove tra realtà e finzione, è avvolta in un'aura di mistero e ambiguità che cattura il lettore fin dalle prime pagine. I disegni, sebbene presentino qualche incertezza, riescono a trasmettere alla perfezione le emozioni dei personaggi e l'atmosfera surreale dell'opera.
Una trama affascinante ma incompleta
La trama di "Goodbye, Eri" è sicuramente affascinante e originale, ma a tratti risulta un po' troppo ambiziosa. L'intreccio tra realtà e finzione, tra sogno e veglia, è complesso e sfuggevole, e alcuni elementi rimangono poco chiari. Inoltre, il finale, pur aperto a diverse interpretazioni, potrebbe lasciare alcuni lettori insoddisfatti.
Personaggi interessanti ma poco approfonditi
I personaggi di "Goodbye, Eri" sono interessanti e ben caratterizzati, ma avrebbero potuto essere approfonditi maggiormente. In particolare, il rapporto tra Yuta ed Eri rimane un po' in superficie, e non si ha mai la sensazione di conoscerli veramente.
Un'esperienza visiva unica
Uno degli aspetti più interessanti di "Goodbye, Eri" è sicuramente la sua componente visiva. Fujimoto sperimenta con diverse tecniche narrative e stilistiche, creando un'esperienza di lettura unica e coinvolgente. Tuttavia, alcune sequenze possono risultare un po' confusionarie e difficili da interpretare.
In conclusione
"Goodbye, Eri" è un'opera ambiziosa e originale che merita di essere letta, ma che non è esente da difetti. L'atmosfera inquietante, i personaggi interessanti e lo stile visivo innovativo sono indubbiamente dei punti di forza, ma la trama incompleta e l'approfondimento psicologico dei personaggi lasciano a desiderare. Un'opera che sicuramente farà discutere e che potrebbe polarizzare i lettori.
Fujimoto, come al solito, dimostra una grande maestria nel creare atmosfere dense e inquietanti. La storia, che si muove tra realtà e finzione, è avvolta in un'aura di mistero e ambiguità che cattura il lettore fin dalle prime pagine. I disegni, sebbene presentino qualche incertezza, riescono a trasmettere alla perfezione le emozioni dei personaggi e l'atmosfera surreale dell'opera.
Una trama affascinante ma incompleta
La trama di "Goodbye, Eri" è sicuramente affascinante e originale, ma a tratti risulta un po' troppo ambiziosa. L'intreccio tra realtà e finzione, tra sogno e veglia, è complesso e sfuggevole, e alcuni elementi rimangono poco chiari. Inoltre, il finale, pur aperto a diverse interpretazioni, potrebbe lasciare alcuni lettori insoddisfatti.
Personaggi interessanti ma poco approfonditi
I personaggi di "Goodbye, Eri" sono interessanti e ben caratterizzati, ma avrebbero potuto essere approfonditi maggiormente. In particolare, il rapporto tra Yuta ed Eri rimane un po' in superficie, e non si ha mai la sensazione di conoscerli veramente.
Un'esperienza visiva unica
Uno degli aspetti più interessanti di "Goodbye, Eri" è sicuramente la sua componente visiva. Fujimoto sperimenta con diverse tecniche narrative e stilistiche, creando un'esperienza di lettura unica e coinvolgente. Tuttavia, alcune sequenze possono risultare un po' confusionarie e difficili da interpretare.
In conclusione
"Goodbye, Eri" è un'opera ambiziosa e originale che merita di essere letta, ma che non è esente da difetti. L'atmosfera inquietante, i personaggi interessanti e lo stile visivo innovativo sono indubbiamente dei punti di forza, ma la trama incompleta e l'approfondimento psicologico dei personaggi lasciano a desiderare. Un'opera che sicuramente farà discutere e che potrebbe polarizzare i lettori.
“Alla realtà manca un pizzico di fantasia”
Tatsuki Fujimoto è il mangaka del momento, grazie soprattutto allo spropositato successo di “Chainsaw Man” (appena entrato nel suo secondo ciclo narrativo), l’autore gode di un’invidiabile fama internazionale che l’ha portato ad essere uno degli artisti nipponici più amati dell’ultimo decennio fumettistico, nonostante un tratto pittorico lacunoso e perfettibile, seppur originale e perfettamente riconoscibile.
Le lacune tecniche nel disegno vengono in parte colmate da una fantasia briosa che comunica un’eccezionale capacità creativa, perfettamente riscontrabile nelle sue opere lunghe “Fire Punch” e “Chainsaw Man”.
Tuttavia, oltre alle estrose bizzarrie delle sue opere principali, Fujimoto ci ha spesso mostrato un’altra faccia nel concepimento dei suoi racconti brevi, un volto più mite e riflessivo, accostabile a grandi firme come Inio Asano e Taiyō Matsumoto, calando anche un velo autobiografico per rendere i racconti estremamente intimisti e personali.
Dopo aver incantato il web con lo struggente “Look Back”, Fujimoto continua il suo percorso negli one-shot con un volume altrettanto toccante: “Goodbye, Eri”.
Nel giorno del suo dodicesimo compleanno Yuta riceve da sua madre, malata terminale, una richiesta piuttosto singolare: filmarla nei suoi ultimi giorni di vita. Il ragazzo raccoglie le ore di filmati in un documentario amatoriale che decide di proiettare nella sua scuola. Tuttavia il finale da lui ideato, che lo vede far esplodere l’ospedale in cui è ricoverata sua madre, riceve aspre critiche da studenti, professori, e persino da suo padre, che gli chiede come abbia potuto dissacrare in quel modo l’immagine della madre.
Yuta, nonostante abbia realizzato quel finale istrionico per esorcizzare il dolore della perdita, subisce le critiche e cade in un profondo stato depressivo, decide così di suicidarsi dal tetto dell’ospedale in cui è morta la madre. Arrivato in cima ormai pronto a compiere il gesto estremo, il giovane incontra Eri, una misteriosa ragazza cinefila che pare essere l’unica ad aver apprezzato il finale del suo film.
Eri salva Yuta e lo porta in un fatiscente casolare abbandonato con un proiettore per guardare film, incentivandolo a diventare un regista migliore.
La cinefilia di Fujimoto ha sempre straripato dai suoi racconti e il suo grande amore per la settima arte emergeva soprattutto in “Fire Punch”, tuttavia il taglio cinematografico riservato a “Good Bye, Eri” è qualcosa di nuovo anche per Fujimoto.
L’impostazione delle tavole in lungo dall’alto al basso ricorda la consecutio immagini delle pellicole, e l’utilizzo di fotogrammi fuori fuoco e del motion blur ci fa capire che stiamo osservando dal campo visivo della telecamera invece che dagli occhi del protagonista.
È proprio il continuo gioco tra realtà e finzione il leitmotiv del volume, due facce della stessa medaglia che confluiscono in un finale perfetto per l’opera in questione, anche se un tantino prevedibile già dal titolo, soprattutto se si conosce la semantica autoriale del mangaka. Tuttavia proprio quando i nodi vengono al pettine, con un gran colpo d’autore, Fujimoto aggiunge dei fili a una matassa che solo apparentemente sembrava sbrogliata del tutto.
Tornano concetti già esplorati in “Look Back” come la metabolizzazione del lutto e la possibilità di riscrivere attraverso l’arte un finale drammatico (in “Look Back” avveniva tramite un manga, qui mediante un film).
Ma l’aspetto più interessante di questo volume è vedere come l’autore si cimenti nella decostruzione dello stereotipo del defunto, smitizzandone la venerazione a tutti i costi a cui siamo abituati. La madre di Yuta è lontanissima dagli archetipi della madre modello, ed una volta morta emergono diversi suoi lati oscuri che ci consegnano un’immagine ben diversa dalla finzione recitativa della donna delle prime pagine.
Seppur a tratti saturo di ridondanza contenutistica, “Goodbye, Eri” rappresenta per Fujimoto un’ulteriore passo in avanti verso una maturazione artistica definitiva (almeno narrativamente parlando).
Il tratto appare ancora piuttosto rigido e legnoso, anche se si nota qualche modesto passo in avanti rispetto agli esordi.
Ciò in cui l’autore è migliorato sensibilmente è senza dubbio la costruzione delle tavole, emerge una maggiore cura nella disposizione degli elementi che le compongono e una regia più esperta e virtuosa.
Come già accaduto per “Look Back” Star Comics fornisce il titolo in due versioni, la più economica in formato tankōbon classico e la deluxe in cartonato da collezione.
“Goodbye, Eri” è un titolo semplice ma complesso al tempo stesso, una parabola ossimorica sull’ineffabilità del destino fruibile a più livelli, che ci fornisce un racconto suggestivo, dandoci la conferma che il futuro del manga mainstream è in buone mani.
Tatsuki Fujimoto è il mangaka del momento, grazie soprattutto allo spropositato successo di “Chainsaw Man” (appena entrato nel suo secondo ciclo narrativo), l’autore gode di un’invidiabile fama internazionale che l’ha portato ad essere uno degli artisti nipponici più amati dell’ultimo decennio fumettistico, nonostante un tratto pittorico lacunoso e perfettibile, seppur originale e perfettamente riconoscibile.
Le lacune tecniche nel disegno vengono in parte colmate da una fantasia briosa che comunica un’eccezionale capacità creativa, perfettamente riscontrabile nelle sue opere lunghe “Fire Punch” e “Chainsaw Man”.
Tuttavia, oltre alle estrose bizzarrie delle sue opere principali, Fujimoto ci ha spesso mostrato un’altra faccia nel concepimento dei suoi racconti brevi, un volto più mite e riflessivo, accostabile a grandi firme come Inio Asano e Taiyō Matsumoto, calando anche un velo autobiografico per rendere i racconti estremamente intimisti e personali.
Dopo aver incantato il web con lo struggente “Look Back”, Fujimoto continua il suo percorso negli one-shot con un volume altrettanto toccante: “Goodbye, Eri”.
Nel giorno del suo dodicesimo compleanno Yuta riceve da sua madre, malata terminale, una richiesta piuttosto singolare: filmarla nei suoi ultimi giorni di vita. Il ragazzo raccoglie le ore di filmati in un documentario amatoriale che decide di proiettare nella sua scuola. Tuttavia il finale da lui ideato, che lo vede far esplodere l’ospedale in cui è ricoverata sua madre, riceve aspre critiche da studenti, professori, e persino da suo padre, che gli chiede come abbia potuto dissacrare in quel modo l’immagine della madre.
Yuta, nonostante abbia realizzato quel finale istrionico per esorcizzare il dolore della perdita, subisce le critiche e cade in un profondo stato depressivo, decide così di suicidarsi dal tetto dell’ospedale in cui è morta la madre. Arrivato in cima ormai pronto a compiere il gesto estremo, il giovane incontra Eri, una misteriosa ragazza cinefila che pare essere l’unica ad aver apprezzato il finale del suo film.
Eri salva Yuta e lo porta in un fatiscente casolare abbandonato con un proiettore per guardare film, incentivandolo a diventare un regista migliore.
La cinefilia di Fujimoto ha sempre straripato dai suoi racconti e il suo grande amore per la settima arte emergeva soprattutto in “Fire Punch”, tuttavia il taglio cinematografico riservato a “Good Bye, Eri” è qualcosa di nuovo anche per Fujimoto.
L’impostazione delle tavole in lungo dall’alto al basso ricorda la consecutio immagini delle pellicole, e l’utilizzo di fotogrammi fuori fuoco e del motion blur ci fa capire che stiamo osservando dal campo visivo della telecamera invece che dagli occhi del protagonista.
È proprio il continuo gioco tra realtà e finzione il leitmotiv del volume, due facce della stessa medaglia che confluiscono in un finale perfetto per l’opera in questione, anche se un tantino prevedibile già dal titolo, soprattutto se si conosce la semantica autoriale del mangaka. Tuttavia proprio quando i nodi vengono al pettine, con un gran colpo d’autore, Fujimoto aggiunge dei fili a una matassa che solo apparentemente sembrava sbrogliata del tutto.
Tornano concetti già esplorati in “Look Back” come la metabolizzazione del lutto e la possibilità di riscrivere attraverso l’arte un finale drammatico (in “Look Back” avveniva tramite un manga, qui mediante un film).
Ma l’aspetto più interessante di questo volume è vedere come l’autore si cimenti nella decostruzione dello stereotipo del defunto, smitizzandone la venerazione a tutti i costi a cui siamo abituati. La madre di Yuta è lontanissima dagli archetipi della madre modello, ed una volta morta emergono diversi suoi lati oscuri che ci consegnano un’immagine ben diversa dalla finzione recitativa della donna delle prime pagine.
Seppur a tratti saturo di ridondanza contenutistica, “Goodbye, Eri” rappresenta per Fujimoto un’ulteriore passo in avanti verso una maturazione artistica definitiva (almeno narrativamente parlando).
Il tratto appare ancora piuttosto rigido e legnoso, anche se si nota qualche modesto passo in avanti rispetto agli esordi.
Ciò in cui l’autore è migliorato sensibilmente è senza dubbio la costruzione delle tavole, emerge una maggiore cura nella disposizione degli elementi che le compongono e una regia più esperta e virtuosa.
Come già accaduto per “Look Back” Star Comics fornisce il titolo in due versioni, la più economica in formato tankōbon classico e la deluxe in cartonato da collezione.
“Goodbye, Eri” è un titolo semplice ma complesso al tempo stesso, una parabola ossimorica sull’ineffabilità del destino fruibile a più livelli, che ci fornisce un racconto suggestivo, dandoci la conferma che il futuro del manga mainstream è in buone mani.
Volume unico dallo svolgimento lento che riprende lo stile di una pellicola e vuole accompagnare il lettore nella difficoltà di un soggetto apatico di metabolizzare la realtà, attraverso un film il ragazzo si convince di accontentare gli altri, non se stesso.
La realtà viene modificata nel mostrare la parte migliore, più commovente e che può toccare il pubblico.
Ottima la sceneggiatura, il disegno molto meno.
L'insoddisfazione del protagonista del manga è evidente, il finale del primo film gli era servito un po' come sfogo, non tanto per quello che succede nel film quanto nel fatto che il film è migliore della realtà e questo diventerà il problema principale che lo porterà a travalicare la fiction.
Considerato da molti un genio, Fujimoto può sorprendere il lettore medio, ma non si tratta certo di un capolavoro e ad una lettura attenta è veramente molto prevedibile.
Essendo il manga tutto improntato su una lentezza molto noiosa che vuole sorprendere nel finale molto altro è stato lasciato per strada.
Non essendoci per quello che mi riguarda né un disegno degno di nota, né l'effetto sorpresa mi sembra naturale dargli un sette per l'intenzione e la buona sceneggiatura.
Non è un manga che rileggerei.
La realtà viene modificata nel mostrare la parte migliore, più commovente e che può toccare il pubblico.
Ottima la sceneggiatura, il disegno molto meno.
L'insoddisfazione del protagonista del manga è evidente, il finale del primo film gli era servito un po' come sfogo, non tanto per quello che succede nel film quanto nel fatto che il film è migliore della realtà e questo diventerà il problema principale che lo porterà a travalicare la fiction.
Considerato da molti un genio, Fujimoto può sorprendere il lettore medio, ma non si tratta certo di un capolavoro e ad una lettura attenta è veramente molto prevedibile.
Essendo il manga tutto improntato su una lentezza molto noiosa che vuole sorprendere nel finale molto altro è stato lasciato per strada.
Non essendoci per quello che mi riguarda né un disegno degno di nota, né l'effetto sorpresa mi sembra naturale dargli un sette per l'intenzione e la buona sceneggiatura.
Non è un manga che rileggerei.
Pubblicato fra le "pagine" digitali di Manga+ nel 2022, (e in seguito pubblicato in Italia da Star Comics), questo è il secondo volume unico a sé stante di Tatsuki Fujimoto dopo lo one-shot "Look Back".
In quest'opera, come in altre reiterazioni, l'autore compie un'opera di sperimentazione narrativa che tenta di riportare su carta non solo espedienti cinematografici, ma anche la passione stessa dell'autore per il cinema, dichiarato in varie occasioni che lui stesso utilizza nelle sue altre opere per definire le caratterizzazioni comportamentali dei personaggi frutti della sua mente.
La trama ruota attorno a Yuta, protagonista della storia, la sua famiglia (in particolare sua madre), e una misteriosa ragazza, Eri.
Il lavoro si apre con Yuta che apprende dal padre che sua madre li lascerà presto per una malattia. Da lì, lei ordina al figlio di filmarla nel suo ultimo periodo di vita, in modo tale da poter conservare un "ricordo" di lei, da poter visionare in qualunque momento.
La morte della madre così si consuma, ma veniamo a conoscenza che le scene iniziali sono in realtà parte di un filmino scolastico che si conclude con l'esplosione dell'ospedale in cui era ricoverata la madre, esplosione aggiunta per l'appunto da Yuta stesso. Risate si aprono dunque nell'aula in cui era riprodotto il film, e questo è così poco sopportabile dal protagonista, il quale decide di togliersi la vita.
Nel tetto dell'ospedale però, incontra la misteriosa Eri, che gli consiglia di andare da un'altra parte per consumare il suo gesto.
Siamo così introdotti a Eri, personaggio fulcro della storia, e da lì Fujimoto inizia realmente a sperimentare con la narrazione di questa storia. I due iniziano a guardare insieme film all'interno di uno strano magazzino abbandonato, e decideranno di girare un film su di lei insieme, venuta anche lei a conoscenza della diagnosi della stessa malattia avuta dalla madre di Yuta.
Da qui, progressivamente, l'autore introduce interessi livelli interpretativi della storia, che ci fanno chiedere quali siano esattamente le scene imputabili alla realtà, e quali al filmato girato. Ed è proprio ciò in cui Fujimoto eccelle in quest'occasione.
- SPOILER -
Il finale, con un Yuta ormai adulto, non ancora in grado di esser riuscito ad apporre un finale al film di quando era giovane, lascia molto al lettore la sua interpretazione, sospeso tra il limbo dei due mezzi comunicativi, la realtà, e il cinema.
- FINE SPOLER -
In definitiva, opera imperdibile se si vuole approfondire lo stile di narrazione dell'autore che ha generato più clamore nel recente periodo, Tatsuki Fujimoto.
In quest'opera, come in altre reiterazioni, l'autore compie un'opera di sperimentazione narrativa che tenta di riportare su carta non solo espedienti cinematografici, ma anche la passione stessa dell'autore per il cinema, dichiarato in varie occasioni che lui stesso utilizza nelle sue altre opere per definire le caratterizzazioni comportamentali dei personaggi frutti della sua mente.
La trama ruota attorno a Yuta, protagonista della storia, la sua famiglia (in particolare sua madre), e una misteriosa ragazza, Eri.
Il lavoro si apre con Yuta che apprende dal padre che sua madre li lascerà presto per una malattia. Da lì, lei ordina al figlio di filmarla nel suo ultimo periodo di vita, in modo tale da poter conservare un "ricordo" di lei, da poter visionare in qualunque momento.
La morte della madre così si consuma, ma veniamo a conoscenza che le scene iniziali sono in realtà parte di un filmino scolastico che si conclude con l'esplosione dell'ospedale in cui era ricoverata la madre, esplosione aggiunta per l'appunto da Yuta stesso. Risate si aprono dunque nell'aula in cui era riprodotto il film, e questo è così poco sopportabile dal protagonista, il quale decide di togliersi la vita.
Nel tetto dell'ospedale però, incontra la misteriosa Eri, che gli consiglia di andare da un'altra parte per consumare il suo gesto.
Siamo così introdotti a Eri, personaggio fulcro della storia, e da lì Fujimoto inizia realmente a sperimentare con la narrazione di questa storia. I due iniziano a guardare insieme film all'interno di uno strano magazzino abbandonato, e decideranno di girare un film su di lei insieme, venuta anche lei a conoscenza della diagnosi della stessa malattia avuta dalla madre di Yuta.
Da qui, progressivamente, l'autore introduce interessi livelli interpretativi della storia, che ci fanno chiedere quali siano esattamente le scene imputabili alla realtà, e quali al filmato girato. Ed è proprio ciò in cui Fujimoto eccelle in quest'occasione.
- SPOILER -
Il finale, con un Yuta ormai adulto, non ancora in grado di esser riuscito ad apporre un finale al film di quando era giovane, lascia molto al lettore la sua interpretazione, sospeso tra il limbo dei due mezzi comunicativi, la realtà, e il cinema.
- FINE SPOLER -
In definitiva, opera imperdibile se si vuole approfondire lo stile di narrazione dell'autore che ha generato più clamore nel recente periodo, Tatsuki Fujimoto.