Prosegue la rubrica a cadenza mensile in cui andare a presentare i manga più apprezzati dalle recensioni della nostra utenza. Per ovvi motivi, la maggior parte dei titoli qui presentati sarà una selezione di quanto pubblicato ufficialmente dagli editori italiani, con ben poco spazio per gli inediti. In questo settimo appuntamento, si andranno a prendere in esame i manga precedenti al 1979; dopo una classifica dei primi 17 posti si darà spazio ad una serie di recensioni utente su alcuni dei titoli della classifica meno noti al grande pubblico – oltre, ovviamente, al podio. Buona lettura!  
1 Rocky Joe 9,273
2 La Maschera di vetro - Il grande sogno di Maya 9,238
3 Lamu 9,048
4 Lady Oscar - Le rose di Versailles 8,609
5 Dr. Slump e Arale 8,571
6 Devilman 8,481
7 Orpheus 8,455
8 Candy Candy 8,400
9 Edgar e Allan Poe 8,364
10 Una ragazza alla moda - Mademoiselle Anne 8,333
11 Doraemon 8,125
12 Lone Wolf & Cub 8,100
13 La Fenice 8,091
14 Attack No.1 8,000
14 Akame - The Red Eyes 8,000
14 Claudine 8,000
14 Golgo 13 8,000
 
>>Tutti i manga degli anni '70<<

10.0/10
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Cos’è che definisce un’opera un classico?
E’ la sua capacità di creare o innovare un genere. Oppure, come dice Italo Calvino, la sua capacità di farsi fruire ed apprezzare non solo da coloro che vivono al tempo della sua uscita, ma anche dalle generazioni successive.
Da qualsiasi parte lo si guardi, Ashita no Joe non può che definirsi “classico”, all’interno della storia del fumetto giapponese. E direi che la cosa sia lampante, dato che Ashita no Joe cominciò la sua pubblicazione nel 1969 e io, quarant’anni dopo, sono qua a parlarvene nonostante all’epoca della sua prima pubblicazione non fossi presente.
Cos’è che attrae di Ashita no Joe? E’ il fatto che si tratti di una storia semplice, ma che si fa metafora di qualcosa di immensamente più grande e profondo.
Non è soltanto la vicenda di Joe, adolescente vagabondo, rissaiolo e attaccabrighe che, in seguito all’incontro-scontro con l’ubriacone boxeur fallito, Danpei Tange, si incammina sulla strada del pugilato professionistico. La storia, difatti, non si chiama unicamente “Joe”, ma “Ashita no Joe”, “Joe del domani”, e queste due parole sono inscindibilmente legate, nel titolo del manga, come nel suo svolgimento.
Joe non è soltanto un teppistello dai nervi facili nel Giappone degli anni ’60, ma del Giappone degli anni ’60 è a suo modo il simbolo, colui che proietta le speranze dei giapponesi, sconfitti nella guerra mondiale e in fase di ricostruzione del loro paese, verso un sogno, verso l’ “ashita”, un utopico e luminoso domani in cui la povertà, gli stenti, le vergogne non esisteranno più.
Se Joe è la metafora del Giappone del dopoguerra, lo sport si fa il tramite per un domani luminoso, per una crescita fisica, professionale e spirituale del protagonista. Il pugilato rappresenta il trait d’union tra i bassifondi poveri e lerci popolati da ladruncoli e malavitosi e le brillanti luci del ring, le glorie della fama, del mondo dello spettacolo, un universo di benessere completamente differente da quello della Tokyo povera. I poveri commercianti dei bassifondi vi si appassionano poiché vi ritrovano la speranza di una vita migliore, mentre i direttori delle palestre o delle reti televisive lo fanno poiché la vedono come un mezzo per arricchirsi, ma la boxe si trasforma in qualcosa capace di unire entrambi questi mondi nel nome della speranza di un futuro roseo e felice.
Sono metafore che saltano immediatamente all’occhio del lettore, sebbene il fumetto non vi calchi troppo esplicitamente la mano. Ma è il bello delle grandi opere in fondo. Vi si può leggere fra le righe e scoprire diverse chiavi di interpretazione.
In questo caleidoscopio di metafore e di livelli di lettura, si muove un ignaro Joe Yabuki. Carico delle speranze di tutto il Giappone e anche di tutti i lettori, il nostro imprevedibile e collerico boxeur rifila un pugno bello potente in faccia a tutti coloro che si aspettano qualcosa di grande da lui, poiché Joe non si cura degli altri, troppe volte dagli altri è stato tradito o abbandonato. Joe combatte unicamente per la propria di rivalsa, ignaro di star simboleggiando la rivalsa del suo quartiere e dell’intero suo paese. La strada di Joe è ardua e irta di ostacoli, sacrifici, sofferenze, rinunce e incontri. Molte persone incroceranno con lui il proprio cammino, ma a Joe interesseranno unicamente coloro che incroceranno con lui anche i propri guantoni, e più volte nel corso della vicenda sarà influenzato da un rapporto di rivalità e insieme di amicizia e taciuta complicità che instaurerà coi suoi avversari, primo fra tutti il celeberrimo campione Tohru Rikishi, suo principale amico e rivale.
E’ un protagonista sui generis Joe, poiché, pur avendo in sé i tipici valori “da protagonista” quali il senso della lealtà, lo spirito di sacrificio, il valore dell’amicizia, il coraggio, l’abnegazione, gli mancherà quasi del tutto quell’incrollabile bontà che invece caratterizza altri personaggi principali di altre storie: Joe è rissoso, violento, testardo, egoista, infantile, egocentrico, ignaro di molti fatti della vita, sbruffone, fin troppo scaltro, profittatore, soggetto a svariati sbalzi di umore e assolutamente imprevedibile nelle sue reazioni. Anche dopo aver letto tutti i 20 volumi che compongono l’opera, non potremo dire di essere riusciti pienamente a comprendere Joe, ma senza dubbio gli siamo stati vicini, in qualche modo, e questa vicinanza ci ha altrettanto indubbiamente arricchito.

Ashita no Joe è violento, duro, realistico, poetico, intenso, sofferto, drammatico, toccante.
E’ una storia piena di passioni, così come lo sport che ritrae, capace di infiammare gli animi di chi se ne interessa. Una storia in cui basta guardare l’atmosfera generale per aspettarsi un dramma dietro ogni angolo, dramma che poi puntualmente arriva, riuscendo comunque a sconvolgerci in maniera imprevedibile.
Venti volumi, e nessuna stonatura, nessuna forzatura, nessun personaggio fuori posto, ma un percorso ben preciso, che mira a condurre il protagonista lungo il percorso della vita, facendolo scontrare con diversi avversari e diverse avversità, ma anche donandogli esperienze e insegnamenti preziosissimi ad ogni colpo ricevuto o assestato.
Quarant’anni, e non sentirli. Ashita no Joe, all’epoca della sua prima pubblicazione, sconvolse il Giappone, riuscendo a coinvolgere nella lettura di quello che, a conti fatti, rimane un manga per ragazzi, anche frotte di lettori di età adulta. Si organizzò addirittura un funerale reale, in seguito ad un lutto presente nella storia, pensate un po’. Soltanto Hokuto no Ken arriverà poi a bissare un evento epocale come questo.
Tantissimi, poi, saranno quelli che ad Ashita no Joe si ispireranno negli anni a venire. Basti pensare che in qualsiasi manga si parli di pugilato, sia esso Slow Step, Katsu o Sakigake!! Otoko Juku!!, la citazione, puntualmente, ci scappa. Ed è più che immediato ripensare al rissoso Joe Yabuki e alla bella e spocchiosa ereditiera Yoko Shiraki guardando gli altrettanto celebri Seiya e Saori creati dal mangaka Masami Kurumada per il suo Saint Seiya.
Quarant’anni, e Ashita no Joe si fa amare ancora. Lo si divora, ci si piange addosso, ci si arrabbia, ci si esalta, ci si emoziona, si posa il volumetto sul comodino e ci si alza in piedi ad applaudire a cotal capolavoro di sceneggiatura, così come al disegnatore, il cui stile sarà obsoleto quanto vi pare, ma è di una bellezza straordinaria. Tatsuya Chiba riesce a ritrarre personaggi dall’aspetto buffo e divertente, simili a quelli di Osamu Tezuka e quindi, di rimando, a quelli dei cortometraggi animati americani degli anni passati, ma anche personaggi realistici e dannatamente espressivi.
Si guarda Joe incassare i colpi, diventare una maschera di sangue, e si soffre per lui. Si guarda l’avversario di turno avanzare silenziosamente ma implacabilmente in direzione di Joe, con un’espressione quasi sovrannaturale dipinta in volto, e ci si piglia paura nonostante sia un personaggio disegnato su una tavola di carta. Si assiste a terrificanti allenamenti, a drastici diminuzioni di peso, e tanto ci si sente coinvolti che si sta davvero male.
E’ un tratto sporco, ruvido, ma di un’espressività impareggiabile, che molti autori moderni si sognano solamente. Ed è un tratto che chiunque si appassioni a questa storia non cambierebbe con null’altro al mondo, oltre ad un tratto che fece scuola nel corso degli anni a venire (si pensi al già citato Masami Kurumada).

Ashita no Joe è grande. E’ talmente grande che descriverne a parole la grandezza è difficile, poiché è una grandezza inarrivabile, quel tipo di grandezza che soltanto i veri capolavori riescono a possedere.
Si tratta di un pezzo di storia, da qualsiasi parte lo si guardi. La storia del fumetto giapponese, ma anche la storia di un ragazzo attaccabrighe che cresce come sportivo e come uomo, e la storia di una nazione, il Giappone del dopoguerra, che lotta con le unghie e con i denti per sfuggire ad una misera condizione, così come il suo pugile rozzo e selvaggio che, ergendosi dai bassifondi, riesce a conquistare titoli su titoli e a sfidare (e, spesso e volentieri, vincere) campioni mondiali e nazionali.
E’ una storia di drammi, incontri, sangue e passioni. Un capolavoro della letteratura a fumetti giapponese a cui tutti quanti noi penso si debba solo chinare la testa in segno di rispetto, ma anche un modo per capirli un po’ meglio, questi strani, bizzarri e spesso troppo ingiustamente criticati fumetti giapponesi, poiché Ashita no Joe ne è un po’ il simbolo, di questo strano arcipelago popolato da gente con gli occhi a mandorla.
Da consigliare ad occhi chiusi, da comprare ad occhi chiusi e da leggere tutto d’un fiato, consci che no, non ci pentiremo di averlo fatto.
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È facile criticare la Maschera di Vetro. Si può agevolmente sostenere che si tratta di un manga eccessivamente melodrammatico con situazioni inverosimili; certamente disgrazie, morti e malattie non mancano. Si può anche sostenere che si tratta di un manga datato, essendo iniziato nel lontano 1976, con svolgimento e disegni molto lontani dai canoni odierni. Si può anche arguire che si tratta di un manga sbilanciato, in cui la parte relativa al teatro prepondera rispetto alla parte che descrive la vita di Maya e dei vari protagonisti; si può anche imputargli una forte ripetitività di situazioni, visto che le stesse scene di una piece teatrale vengono ripetute due, tre, quattro o anche più volte. Le capacità di attrice di Maya sono indubbiamente esagerate e al di là del limite umano: Maya può ripetere alla perfezione una qualunque opera che abbia visto anche una sola volta, ricordando tutte le battute e tutti i movimenti di tutti i protagonisti; può imparare alla perfezione tutte le battute di un copione leggendo soltanto una o due volte; può interpretare una scena in modo originale e superiore a quello di un'attrice professionista al primo tentativo.

Tutto queste critiche sono assolutamente sensate: tuttavia, chi si fermasse a questo livello dimostrerebbe di non avere capito quest'opera titanica, che ha assorbito la vita della sua autrice e dei suoi lettori per più di 35 anni, opera originalissima, geniale e assolutamente indimenticabile. Come molti italiani, ho conosciuto Glass no Kamen tramite la serie anime Il grande sogno di Maya, vista per la prima volta molti anni orsono. Solo recentemente ho deciso di leggere il manga, approfittando di un periodo di vacanza, ed mi sono letto 34 volumi in una settimana, senza mai provare un minimo di stanchezza o di noia, anzi appassionandomi sempre di più ad ogni nuovo volume. Sono pochissime le serie in grado di prendere così tanto e Glass no Kamen merita tutti gli elogi che le sono tributati.

Questa è un'opera epica che prende la sua drammaticità dalla tradizione del manga sportivo anni sessanta (le prove tremende cui si sottopone Maya per entrare nello spirito di un personaggio fanno tornare in mente opere come Ashita no Joe e Attack No 1), a cui si aggiungono evidenti influssi da parte della tradizione dello shojo manga di Yumiko Igurashi, sia dal punto di vista grafico che dal punto di vista di situazioni e personaggi (tanto per dirne una, Maya è sottoposta a invidia femminile e scherzi malvagi tanto quanto Candy). A differenza di queste opere però la Maschera di Vetro ha anche una forte valenza simbolica ed allegorica, cosa che è evidente fin dal titolo. In particolare non si può non sottolineare l'attenzione insistente e ossessiva all'opera teatrale della Dea Scarlatta, la cui esistenza domina la vita di tutti i protagonisti e che è il leit-motiv attorno al quale tutta l'opera si dipana fin dal primo volume. È impossibile non fare l'associazione tra la Dea Scarlatta, unico scopo di vita della sensei Tsukikage e lo stesso manga Glass no Kamen, che sembra davvero essere l'ossessione e lo scopo di vita della sua autrice Suzue Miuchi, che ci sta lavorando da decenni.

Un aspetto stupefacente è che nonostante la lunghezza della serie non si avverte mai nessuna stanchezza: Glass no Kamen non perde di qualità ma semmai aumenta il livello di coinvolgimento emotivo dello spettatore con l'andare dei volumi. Più volte capita di dire "questo è il miglior volume di tutta l'opera" per poi essere smentiti dal volume successivo. Andando avanti con la serie si capisce che anche quelli che sembravano difetti sono invece caratteristiche volute e desiderate: certo la parte riguardante il teatro è preponderante, ma questo è giusto, perché Maya è ossessionata dal teatro e giudica la sua vita privata di secondaria importanza rispetto alla recitazione. Il ripetere le stesse scene più volte (si noti bene, mai nello stesso modo) fa parte della recitazione e non potrebbe essere diversamente; allo stesso modo, l'insistenza sulla Dea Scarlatta e è essenziale per rendere l'atmosfera altamente drammatica dell'opera: mettere in scena la Dea Scarlatta è il destino ineluttabile di tutti i protagonisti. Questo è un manga che trasuda di una passione sconfinata e irrefrenabile verso il teatro.

In conclusione si tratta un'opera irrinunciabile per chiunque voglia farsi una cultura nel panorama fumettistico nipponico. Fatevi un favore e leggetelo.

10.0/10
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Opera prima di una delle più originali prolifiche e fantasiose mangaka di sempre, Rumiko Takahashi, Lamu (o, in lingua originale, Urusei Yatsura, "Quegli strani individui del pianeta Uru") narra la storia di Ataru Moroboshi, liceale di Tomobiki, donnaiolo impenitente e incontrollabile, a partire dal suo incontro con una giovane e bella Oni di nome Lamù, che per un fraintendimento iniziale si innamora perdutamente di lui e si trasferisce a vivere a casa dell'amato, portando con sé nella stessa Tomobiki una vasta categoria dii extraterrestri, oggetti fantascientifici e surreali, e personaggi fantastici e assurdi fino all'estremo, che renderanno incredibilmente movimentata la loro vita e quella di tutti i loro amici, parenti, conoscenti e non che entreranno in contatto con loro. Insieme alla coppia di protagonisti è presente una vasta gamma di coprotagonisti, che variano dai compagni di scuola di Ataru, tra cui primeggiano la sua ex-ragazza Shinobu e il giovane aristocratico suo rivale Shutaro Mendo, al monaco buddista Sakurambo e sua nipote Sakura, agli alieni amici di Lamù come Ran, Oyuki e Benten, al cuginetto Ten, passando per un infinità di altri personaggi.

La struttura di Lamù è costituita storie tipicamente comiche e fantastiche che si concludono in un arco di tempo molto breve, ispirate spesso a personaggi e leggende tratti dalla cultura giapponese (basti pensare a Lamù e alle sue amiche aliene: lei è una Oni, Oyuki è la regina della neve, e Benten una dea della fortuna) raccontate con spensieratezza e una comicità che permangono per tutta la lunga durata della serie, delineando personaggi che riescono sempre a divertire il lettore e con un filo conduttore principale, l'amore tra Lamù e Ataru, che riesce sempre ad appassionare e che presenta caratteristiche (amore reciproco sempre presente, ma spesso nascosto all'apparenza) che diventeranno il marchio di fabbrica dell'autrice.
L'opera presenta un disegno molto pulito e ben realizzato, con un raffinamento nel corso della serie.

Lamu è un'opera divertente e spensierata, consigliata a tutti. Alla Takahashi va attribuito il merito di aver creato un personaggio come la giovane aliena, diventata meritatamente una delle più famose e durature icone del mondo di Anime e Manga.

10.0/10
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A <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Regensburg">Regensburg</a>, in Germania, circola una leggenda: essa vuole che qualunque ragazzo si affacci da una certa finestra, la cosiddetta Finestra di Orfeo dell’istituto musicale di San Sebastiano, si innamori della prima giovane donna su cui posi lo sguardo, benché, sulla falsa riga del mito ellenico di Orfeo ed Euridice, il loro amore sia destinato a essere reciso violentemente assieme alle loro esistenze.

<b>Orpheus</b>, <b>la finestra di Orfeo</b> (オルフェウスの窓 <i>Orufueusu no mado</i>, contratto in オル窓 <i>Orumado</i>, il titolo originale) è la monografia, come la definisce anche lo stesso editore italiano <b>Panini Comics</b>, più ambiziosa di <i>Riyoko Ikeda</i>, che l’ha così commentata:

<center><font color="red"><b>«Se Versailles no bara è un'opera giovanile, Orpheus no mado è l'opera di una vita»</b></font></center>
Serializzato inizialmente sulla rivista <i>Margaret Settimanale</i> dal numero 4-5 del 1975 fino al 32 del 1976, è poi passato sulle pagine di <i>Seventeen Mensile</i> dal numero 1 del 1977 all’ottavo del 1981, per un totale di 18 <i>tankoubon</i> che formano il manga più esteso della <i>Ikeda</i> in merito del quale si è aggiudicata la nona edizione del <i>Premio per Scrittori Giapponesi di Manga</i>.
<b>Orpheus</b> è impreziosito da ben tre riedizioni, la prima del 1988 in quattro uscite a cura della casa editrice <b>Chuo-Koronsha</b>, la seconda del 1995 in nove uscite e la terza in quattordici del 2003, entrambe per <b>Shueisha</b>.
In aggiunta, nel 1999 <i>Ikeda-Sensei</i> riprende in mano il manga svelando passaggi rimasti insoluti in <i>Orpheus no mado gaiden</i>, disegnato da <i>Erika Miyamoto</i>.

La storia de <b>La finestra di Orfeo</b> copre un periodo che va all’incirca dal 1870 al 1923 includendo la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_russo_giapponese">Guerra Russo-Giapponese del 1904-1905</a>, conclusasi per via della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_russa_del_1905">Rivoluzione Russa</a> del medesimo anno, la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Prima_guerra_mondiale">Prima Guerra Mondiale</a> e la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_russa">Rivoluzione del 1917</a>, un arco temporale ampio abbastanza da permettere un ottimo affresco storico e generazionale. In confronto a <a href="http://www.animeclick.it/manga.php?xtit=Lady+Oscar">Le rose di Versailles</a>, qui gli avvenimenti storici singoli, quali l'<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Affare_Dreyfus">Affare Dreyfus</a> e la comparsa della sedicente <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Anastasija_Nikolaevna_Romanova">Principessa Anastasia</a>, sono collegati più sottilmente e i personaggi esistiti realmente rivestono un ruolo subordinato e costituiscono un universo sospeso tra un’accorta cronaca culturale e un vivace adattamento <i>for art’s sake</i>.

La narrazione può essere suddivisa in due filoni principali e uno minore intermedio: la prima parte coincide con quella proposta su <i>Margaret</i> e introduce le vicende e i personaggi principali, ovvero Julius Leonhart von Alensmeier, Isaac Gotthilfe Weischeit e Klaus zon Maschmidt, tutti e tre studenti del San Sebastiano.
Ispirata all’attore svedese <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bj%C3%B6rn_Andr%C3%A9sen">Björn Andrésen</a>, Julius von Alensmeier è figlia illegittima del capofamiglia di una delle casate più antiche e potenti di Regensburg e costretta a indossare panni maschili per poter accedere insieme alla madre Renate alla casa paterna bisognosa di un erede, vantando un fasullo diritto di successione sul patrimonio familiare a discapito delle due figlie avute in prime nozze dal padre, l’equilibrata e giusta Maria Barbara e la <i>femme fatale</i> Annelotte.
Isaac Weischeit è uno studente orfano serio e inflessibile che frequenta il prestigioso conservatorio in qualità di vincitore di una borsa di studio messa in palio dai Kippenberg, il casato più facoltoso della cittadina, il cui invidioso e gretto rampollo Moritz non fa che rimarcare il debito di riconoscenza che Isaac dovrebbe nutrire nei loro confronti.
Isaac scorge per primo Julius dalla famigerata finestra, ed entrambi studiano pianoforte.
Klaus è un virtuoso del violino, anche lui vede Julius tramite la Finestra di Orfeo ed è lui l’uomo a cui la fanciulla si lega indissolubilmente. La permanenza di Klaus in Germania è peraltro una copertura: in realtà, egli è di origini russe, terra da cui è dovuto fuggire in quanto braccato dalla polizia segreta, reo di essere diretto consanguineo di un altolocato rivoluzionario russo, Dimitrij Mihailovic. Il suo nome di battesimo è Alexeij.

Quest’introduzione occupa circa la metà del fumetto, arrestandosi al volumetto 6. Il suo scopo è avviare le trame relative ai tre eroi: quella di Julius riguardante il mistero della sua eredità e di uno o più individui intenti a perseguitare e sterminare i membri del suo parentado; di Isaac, che si incammina lungo la via maestra dell’Arte nonostante le gravi preoccupazioni finanziarie e per sua sorella Friederike; e infine Klaus che fornisce sostegno ai rivoltosi rifugiatisi all’estero allo stesso tempo in cui progetta il rientro in patria per combattere attivamente al fianco dei militanti menscevichi e della ex-fidanzata del fratello Arlaune.
La seconda frazione è incentrata sulla carriera da professionista di Isaac a Vienna e va dal volume 6 all’8.
Nella terza parte il racconto si sposta ancora più a Nord-Est, nell’algida Russia, in cui Klaus/Alexeij è tornato e Julius si è a sua volta recata sulle sue tracce dopo l’annientamento quasi totale dei suoi cari. Qua si svolgono gli avvenimenti <i>clou</i> del <i>manga</i>, con acuti e frequenti accenni storici e il breve coronamento del sogno d’amore di Julius e Alexeij.
Infine, nel fatidico volumetto 14 Julius fa ritorno a Regensburg, dove respira aria di nostalgia per la trascorsa giovinezza e dove tutti gli enigmi vengono finalmente risolti e conclusi.

Tre protagonisti, tre storie correlate e al contempo indipendenti, tre differenti Stati a fare da sfondo, la Germania, l’Austria, e la Russia, non a caso le grandi protagoniste del primo conflitto mondiale: <b>è come se la <i>Ikeda</i> avesse affidato a ognuno un componente del suo trinomio prediletto</b>: <b>l’<i>Amore</i> a Julius</b>, <b>l’<i>Arte</i> a Isaac</b>, <b>e il <i>Compimento del Destino</i> a Klaus</b>, <i>Leitmotive</i> in grado di mondare i peccati nonché elevare l’animo a vette altrimenti irraggiungibili.

In numerosi aspetti, Julius richiama la protagonista dell’altra famosa creazione ikediana: Oscar.
Lei e Julius risultano complementari: obbligate a dissimulare il proprio sesso, sono ambedue irruenti e impetuose; malgrado ciò, Oscar ha una ferma virilità di spirito che la sostiene fino agli ultimi istanti, Julius, all’opposto, risponde a una natura estremamente fragile e instabile che non anela che a rivelare il suo vero ego e concedersi alle gioie dei legami amorosi, gioie per le quali non esita ad accorrere nella lontana e ostile Russia in una ricerca cieca del suo partner decretato dalla Sorte. In più, Julius adempie alle sue prerogative materne dando alla luce una bambina, un epilogo inconcepibile per Oscar.
Difatti, <b>in Orpheus non viene elaborata</b>, a differenza che ne <i>Le rose di Versailles</i>, <b>una possibile rilettura delle identità di genere</b>, bensì l’ambiguità sessuale di Julius, a cui tutti gli alunni del San Sebastiano sono attratti incuranti del divieto di allacciare rapporti omosessuali all’interno di un ambiente di rigida fede cattolica, è gradatamente ricondotta nei più classici stilemi dello Shoujo Manga anni ’70, che esigono dame la cui unica ancora di salvezza è il sorreggersi disperato al proprio compagno, e non instauranti la relazione di mutua stima e soccorso peculiare di André e Oscar.

<i>Riyoko Ikeda</i> dissemina lungo le tavole dei presagi, degli indizi di ciò che avverrà in seguito, come se volesse comunicarci la sua convinzione secondo cui l’intelligenza dormiente, sopita, il lato dionisiaco di ciascuno di noi sa cogliere i suggerimenti della fortuna ma, stoltamente, non ne fa un uso adeguato per insorgere e liberarsi dalle sue strette maglie, e l’avverarsi delle aspirazioni si rivela essere l’autentica dannazione, mentre quando esse rimangono tali sono pure, nobili, incontaminate, si può ancora avvertire speranza e fiducia in un futuro radioso, una verità questa rappresentata dal bambino di Isaac Jubel. D’altro canto, l’unico mezzo di affrontare la vita che la mangaka pare voglia indicarci è tentare il tutto per tutto per affetto.
Quando in <i>Berubara</i> le persone appaiono vittime maggiormente innocenti, in <b>Orfeo</b> si sottolinea come le fatalità siano in parte assolute e in parte messe in moto dalle azioni dei personaggi; “<i>per cacciare via lo spirito infernale che gravava su di noi</i>, <i>era necessario che mi trasformassi io stessa in uno spirito infernale</i>” afferma Renate al termine del primo numero.
Oltre a ciò, in <i>Berubara</i> i personaggi debbono dapprima confrontarsi con la società per prendere cognizione delle regole che, quantunque ingiustamente, la governano, invece tutti gli attori di <b>Orpheus</b> custodiscono innata questa conoscenza: ne sono dunque idealmente i continuatori, gli eredi spirituali.
In virtù di queste considerazioni, <b>Orpheus si configura sotto forma di una moderna tragedia greca i cui eroi incarnano il titanismo</b>, ossia sono mossi da passioni e sventure così soverchianti da rimanerne completamente succubi: ad esempio, Julius è talmente scossa da determinati avvenimenti da ricorrere inconsciamente a perdite di memoria volontarie al fine di proteggere la propria psiche, in maniera analoga a Oscar che oblia per un istante la scomparsa di André.

Notevole è la capacità della <i>Ikeda</i> di caratterizzare i suoi personaggi, così diversi nel profilo e estetico e psicologico, ma allo medesimo tempo capaci di rapportarsi gli uni con gli altri quasi autonomamente, con una complessità e uno spessore psicologico degni di autentici esseri umani, con il proprio bagaglio di ideali, paure, traumi, pregi.
Il tutto a un ritmo narrativo serrato, incalzante, costellato di <i>flashbacks</i>, <i>flash-forwards</i> e passaggi cronologicamente paralleli che rende <b>Orpheus</b> assimilabile a un giallo, il cui unico difetto è forse un’accelerazione eccessivamente vertiginosa nella sezione ambientata in Russia.

Il comparto grafico si adatta al Paese e all’epoca in esame, perciò lasciandoci alle spalle la barocca Reggia di Versailles siamo ora proiettati in un film in bianco e nero di inizio secolo.
Lo stile di disegno di <i>Lady Oscar</i> e <i><a href="http://www.animeclick.it/manga.php?xtit=Caro+Fratello">Caro fratello</a></i> è ricalcato nel character design e l’uso abbondante di retini ed effetti scenici è riservato alle scene di maggior impatto sentimentale.
In generale, in <b>Orumado</b> esso è più asciutto, più sobrio e si nota un evidente stacco nella saga sovietica durante cui assume un tocco più realistico e maturo, a illustrare il cambiamento sopraggiunto nei personaggi, divenendo particolareggiato e carico di dettagli, e unito all’attenzione maniacale nella resa architettonica preannuncia l’impostazione delle sue opere più tarde come <i><a href="http://www.animeclick.it/manga.php?xtit=Eroica">Eroica</a></i> raggiungendo in <b>Orpheus</b> un’immaginaria fase di transizione.

L’edizione nostrana è di formato 13x18 ed è firmata <b>Planet Manga</b>, la quale ha suddiviso la produzione in 14 volumi basati su quella in soli 4 della <b>Chuo-Koronsha</b>.
Sebbene sia migliore delle consuete stampe <b>Panini</b> mediante il formato maggiore, le circa 250 pagine, e un prezzo competitivo - € 4,00 quello lancio e € 4,50 per i restanti libretti -, l’ordine è ribaltato in accordo all’uso occidentale e questo talvolta ostacola la lettura, per non parlare della carta di qualità mediocre, scura e porosa. <b>Orpheus</b> non si redime nemmeno da problemi tecnici tipici della <b>Planet</b> come un’impaginazione, una sfogliabilità e una reperibilità che lasciano assai a desiderare e l’editoriale si limita a un succinto riassunto e a una non sempre presente rubrica della posta.

Per fornire un giudizio globale, sento il bisogno di avvertire il potenziale lettore di non cercare in <b>Orpheus</b>, come in molti hanno tentato, una rediviva <i>Lady Oscar</i>. Certamente i punti di contatto sono presenti e corposi, ma è altrettanto logico che la <i>mangaka</i> abbia attraversato un’evoluzione estetica e di pensiero nei 3 anni che separano la lavorazione dei due prodotti: pertanto, <i>Riyoko Ikeda</i> dimostra ulteriormente in <b>Orpheus</b> di essere una meticolosa narratrice confezionando un’opera più monumentale e psicologica de <i>Le Rose</i>. D’altra parte, <i>Berubara</i> veicola un afflato esteriore e un’energia, un vigore giovanile che in <b>Orpheus</b> si sono venuti indebolendo sulla spinta di una conquistata maturità dell’autrice. È per questa motivazione che <b>personalmente considero Versailles no bara e Orfeo due estremi di un’ideale parabola di sviluppo dell’artista</b>, <b>due momenti di irripetibile lirismo nella sua maturazione artistica e umana</b>.
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Moto Hagio è stata una figura di rilievo per il panorama degli shojo negli anni '70, non solo per i suoi lavori ma anche per l'appartenenza al "24-gumi Mangaka". I suoi lavori, insieme a quelli di altre famose autrici, hanno segnato la storia del genere e tra questi lavori presenta anche "Il Clan dei Poe" (il titolo originale che in Italia è diventato un sottotitolo) che ha consegnato nelle mani della mangaka lo "Shogakukan Manga Award" nel 1975.

Un Barone si è appena trasferito da Londra con la moglie ed i figli, tutti incredibilmente belli ed eleganti, diventando facilmente oggetto della curiosità della gente per via di alcuni comportamenti misteriosi. In realtà la famiglia vuole essere notata il meno possibile per conservare i propri oscuri segreti, ma l'incontro tra Edgar e il giovane Allan stravolgerà la loro esistenza.
La prima storia parte con un ritmo tranquillo ma dalle pesanti atmosfere gotiche (lasciando intuire come il riferimento all'omonimo scrittore non sia solamente un trucco editoriale) ma ben presto gli eventi prendono una piega inattesa, andando a dipingere in breve un dramma ricco di disperazione e dolore.
Successivamente la storia prende vita tramite un atipico schema narrativo, composto da varie storie slegate tra loro (ovviamente ponendo sempre gli stessi protagonisti al centro di tutto) che compiono piccoli balzi temporali. Questo potrebbe creare disagio nel lettore, spaesato dalla trama assolutamente non lineare, tuttavia in questo modo riesce a sottolineare il grande fascino espresso dalle varie ambientazioni europee dell'acerbo XIX secolo, unendo un alone di mistero e leggenda che incuriosisce ed intriga.
Pur riuscendo ad intrecciare i vari spunti nel finale, per dare un senso compiuto all'opera, il vero pilastro sul quale si regge l'intera costruzione è un altro: le caratterizzazioni. Attraverso ammalianti introspezioni psicologiche, talvolta poetiche ma sempre chiare e dirette, l'abile Moto Hagio riesce a creare un cast incredibilmente ricco nella sua interezza, mostrando una profonda cura sia per i protagonisti che per i personaggi destinati a sparire dalla scena.
Queste introspezioni, unite anche ai vari plot offerti, vanno a creare un complesso ma completo quadro di emozioni e sentimenti ampiamente radicati nell'amore, ma non negli aspetti più comuni o prevedibili, ma in quelli inaspettatamente crudeli e forti, sia in senso positivo che negativo, unendo così in modo forte e malinconico la felicità alla tristezza. Senza dimenticare ovviamente la profonda malinconia e solitudine insita nelle figure immortali dei vampiri, che mutano nella loro caratterizzazione proprio per via della loro immortale esistenza.

Il tratto pulito e curato della Hagio va ad illustrare in modo praticamente perfetto la storia, con tavole ricche e decorate che non mancano di appagare l'occhio al lettore, sia per la ricca ricostruzione storica di abiti e ambientazioni che per la numerosa presenza di immagini simboliche ed evocative, tutte profondamente riuscite.
Un comparto complesso ed elaborato, ricco di neri che sottolineano lo stile gotico dell'opera, che non mancherà di stupire e sicuramente non deluderà nemmeno i meno avvezzi allo stile dell'epoca.

Ottima l'edizione, seppur costosa, della Ronin che propone la riedizione Bunko (formato leggermente minore ma maggiori pagine per ogni volume) in soli 3 volumi. Rilegatura salda, pagine bianche di ottima grammatura e stampa di qualità. Il tutto arricchito con interessanti editoriali.

Nel suo complesso "Il clan dei Poe" risulta una lettura che può risultare pesante e noiosa per via della sua discutibile struttura narrativa, ma il vero rischio è quello di non cogliere appieno la malinconia della quale è permeata - seppur gli editoriali cercano di aiutare in tal senso.
Proprio per via di questi difetti è una lettura difficile da consigliare, ma chi decide di addentrarsi ed approfondire questa fantastica opera potrà trovare una bellissima creazione ricca di drammi, profonde introspezioni (che si avvicinano all'egotismo de "Il ritratto di Dorian Gray"), ricca di forti sentimenti e permeata di grande fascino.

10.0/10
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TRAMA: Nel giappone del 17° secolo il samurai Ogami Itto ricopre la prestigiosa carica di <i>Kogi Kaishakunin</i>, il boia dello Shogun. La potente famiglia degli Yagyû ordisce un subdolo inganno per sottrarre a Itto la sua importante posizione, non facendosi scrupolo di ucciderne la moglie. Privato della sua dignità di samurai e costretto al <i>seppuku</i> (il suicidio rituale), Itto decide di ribellarsi e sceglie la via del <i>Meifumaido</i>: divenuto un <i>ronin</i> (samurai senza padrone) e accompagnato dal figlio di soli 3 anni in un continuo peregrinare nelle terre del sol levante, diventa un assassino a pagamento col nome de "Il lupo solitario e il suo cucciolo" col fine di ricostituire il proprio casato e soprattutto vendicarsi degli odiati Yagyû. Nella sua missione di vendetta, sempre in bilico sul sottile filo fra la vita e la morte, egli si affida alla sua impareggiabile maestria nell'uso della spada, alla sua incrollabile determinazione e alla attiva collaborazione del figlio, il quale, sebbene molto piccolo, non esita a rischiare la vita nel condividere il destino del padre.

COMMENTO: Lone Wolf and Cub non è un manga di samurai ma è IL manga di samurai! Per un appassionato come me di questo genere si tratta di un'opera dal valore assoluto che ancora oggi, a distanza di più di 30 anni dalla sua creazione, non teme confronti. Certo è che si tratta di un pilastro del genere, di un'opera seminale che nel corso degli anni ha prodotto una quantità enorme di prodotti ispirati o direttamente tratti da questa storia. Basti pensare alla bellissima serie di 6 film omonimi degli anni '70 fino ad arrivare al recente film di Sam Mendes "Era mio padre". D'altronde Kazuo Koike, sceneggiatore di indubbia fama, a sua volta ha visto rinascere i suoi capolavori in molteplici forme.
Nella semplicità del soggetto di questo fumetto è nascosta una capacità narrativa veramente eccezionale: si procede con il racconto delle avvincenti avventure in cui si trovano invischiati il lupo e il suo cucciolo e, tassello dopo tassello, vengono alla luce tutti i retroscena dell'incipit della storia, si arricchisce il profilo dei protagonisti, si delinea mirabilmente il contesto storico e si aggiungono nuovi elementi alla risoluzione del conflitto fra Itto e gli Yagyû. Ogni capitolo racconta una storia diversa connessa con l'attività di assassino del protagonista e allo stesso tempo contribuisce in maniera diretta o indiretta allo sviluppo della trama principale: con il proseguire dei volumetti l'equilibrio fra le storie "autoconsistenti" e quelle relative alllo scontro fra il protagonista e i suoi acerrimi nemici si rompe in favore di queste ultime, realizzando un mirabile climax di coinvolgimento e partecipazione del lettore.
Il reparto grafico di questa opera probabilmente non contribuisce alla sua diffusione per il grande pubblico, si tratta di uno stile grafico che innegabilmente appartiene al passato e che in qualche modo penalizza le numerose scene di azione. Io, che all'inizio lo trovavo non esaltante ma comunque adeguato, col passar del tempo ho imparato ad amare e ad apprezzare ogni singola pagina quasi come un'opera d'arte: le tavole si fondono con lo stile del racconto in modo perfetto e trascinano il lettore in un'altra epoca dove le regole della nostra società non hanno valore e imperano il senso dell'onore, la vita e la morte.
L'edizione Planet Manga presenta luci ed ombre. Il prezzo si attesta sulla rimarchevole cifra di 5 euro ed offre un supporto cartaceo decisamente non all'altezza dell'opera. Manca la sovracopertina e la carta che compone le pagine è ruvida e poco rassicurante dal punto di vista della resistenza all'agire del tempo. In compenso l'adattamento sembra più curato della media delle altre pubblicazioni di questa casa editrice ed ogni volumetto presenta una gran quantità di pagine. Ulteriore merito per le note esplicative a fine albo che si rendono essenziali per la completa comprensione dei numerosi termini in uso nel periodo storico di ambientazione del manga e per i brevi approfondimenti di carattere storico-sociale sempre molto interessanti.
In definitiva si tratta di un fumetto immortale che soddisferà anche i palati più fini e che può lasciare indifferente solo chi non apprezza questo genere di storie o si lascia scoraggiare dall'età dell'opera: capolavoro, capolavoro, capolavoro!!

10.0/10
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"La saga <i>La Fenice</i> parla della persistenza della vita in ogni momento, ma racconta anche la storia del suo creatore, e del Giappone moderno. È una storia di scoperta, sviluppo, distruzione, reinvenzione, e della determinazione a vivere al massimo ogni singolo minuto."
(Helen McCarthy, da Icon: Osamu Tezuka, il dio del manga)

<b>Storia</b>
Nel 1954 su <i>Manga Shonen</i> apparve un fumetto a puntate chiamato <i>Hi no Tori</i>, ispirato alla leggenda della Fenice ed al cartone animato russo del 1947 <i>Il cavallo matto</i> di Ivan Ivanov-Vano. A causa della chiusura della rivista venne però interrotto dopo soli otto episodi.
Nondimeno a Tezuka questa idea piaceva molto e quando nel 1956 la rivista <i>Shojo Club</i> lo contattò perché scrivesse una nuova storia sulla scia del successo ottenuto dalla <i>Principessa Zaffiro</i>, pensò di riutilizzare il medesimo soggetto.
I tre racconti che furono prodotti parlano di un principe egiziano e di una schiava che bevendo il sangue dell'Uccello di fuoco ottengono tremila anni di vita e che attraverso una serie di reincarnazioni vengono destinati ad incontrarsi ed innamorarsi continuamente l'un l'altra.
Per nostra fortuna la cosa non terminò qui e Tezuka decise di utilizzare la Fenice per creare un'opera che coprisse l'intera storia dell'umanità. Iniziò così a riorganizzare quel suo primo racconto a puntate e lo pubblicò su <i>COM</i>, rivista da lui stesso fondata, nel 1967.
L'<i>Alba</i> divenne così il primo capitolo ufficiale di quella che Tezuka disse poi di considerare il lavoro della sua vita e venne seguito negli anni successivi da altre storie. Nel 1973 però <i>COM</i> fallì e a Tezuka venne proposto di continuare a pubblicare <i>La Fenice</i> su <i>Kibo-no-Tomo</i>, ma lui ritenne che i temi trattati in quest'opera fossero troppo complicati per essere pienamente compresi dai suoi giovani lettori, così al suo posto propose <i>Budda</i>, una biografia romanzata della vita di Siddharta.
Nonostante questo, e pur essendo sempre oberato da numerosissimi incarichi, continuerà a scrivere nuovi episodi di <i>Hi no Tori</i> fino alla morte, testimoniando quanto per lui fosse importante questa saga.

<b>Trama</b>
Le diverse storie di cui si compone la Fenice si possono distinguere in due filoni fondamentali: quello storico e quello fantascientifico.
Tezuka le scrisse alternandole l'una all'altra e facendole avvicinare temporalmente sempre più tra loro. Se infatti l'<i>Alba</i> (i primi due volumi) ci parla delle origini preistoriche del Giappone ed il <i>Futuro</i> (il terzo volume) dell'ultimo giorno della specie umana, i racconti storici successivi avanzano cronologicamente rispetto ai precedenti, mentre quelli fantascientifici retrocedono sempre più nel tempo. In questo modo l'autore aveva intenzione di arrivare a parlare del presente, chiudendo il ciclo di quest'epica cosmica con ciò che gli stava più a cuore, ovvero i problemi della sua epoca.
La morte gli impedì di portare a termine questo progetto e tuttavia il <i>Sole</i>, pubblicato postumo, rappresenta nondimeno un finale ideale. In questo infatti ci viene presentata una storia in cui il protagonista nel 663 d.C. sogna il suo alter ego che agisce nel futuro, e quindi un racconto che unisce i due filoni chiudendo a modo suo il ciclo.
Questo libro ha poi anche un'ulteriore particolarità rispetto agli altri: qui non è presente quella de-mitizzazione che si ritrova in quelli precedenti. Gli esseri mitologici e gli dei della tradizione Giapponese, che in precedenza venivano interpretati da esseri umani, nel <i>Sole</i> si manifestano in un numero e in una quantità di forme infinite, a cominciare dallo stesso protagonista, un uomo-lupo molto sui generis.
A dire il vero già negli <i>Esseri Fantastici</i> le creature mitiche erano stati rappresentate nella forma che imponeva loro la tradizione, ma per farlo Tezuka era ricorso ad un escamotage che in qualche modo giustificava la loro presenza. Al contrario nel <i>Sole</i> non è data alcuna spiegazione per la loro esistenza se non il fatto stesso che esistono.

<b>Temi principali</b>
I temi che tratta <i>La Fenice</i> sono davvero numerosi, ma il principale è senza dubbio il rispetto e la dignità della vita di tutte le creature del cosmo. Certo molti altri fanno la loro comparsa tra le sue pagine, eppure tutti (il pacifismo, il problema della vita artificiale, rappresentato da vari robot ed esperimenti genetici, la vanità degli uomini, l'amore, l'odio, la redenzione e molti ancora) derivano essenzialmente da questo.
Innegabile è poi la forte influenza che il pensiero buddista ha avuto su tutta l'opera, tanto che alcuni libri sono in larga parte dedicati all'analisi della trasformazione del buddismo dal punto di vista storico. Palese è la critica contro la decadenza dilagante tra i monaci ed i templi che si fanno invischiare negli affari mondani e desiderano acquisire un potere temporale tradendo così la loro vocazione spirituale. Il culmine di tutta questa invettiva è forse la scelta del bonzo Rôben di diventare un budda vivente (Sokushinbutsu) nel <i>Mito</i> (volumi 5 e 6).

<b>Personaggi</b>
Nonostante l'elevatissimo numero di personaggi, tutti ottimamente caratterizzati, che popolano i mondi della <i>Fenice</i> nessuno riesce ad elevarsi al di sopra degli altri e questo, a dispetto di ciò che potrebbe sembrare, è un grandissimo pregio. Il vero protagonista di <i>Hi no Tori</i> è infatti quello che ognuno di questi attori lascia con la propria storia a chi legge, un tema su cui Tezuka ha sempre insistito e che ho già ricordato poc'anzi: il rispetto e la dignità di ogni vita.
Nonostante quanto ho scritto ci sono però due personaggi che nella visione d'insieme dell'opera riescono a distinguersi dagli altri, se non altro perché compaiono entrambi in quasi tutti i libri. I due a cui mi sto riferendo sono Saruta e, ovviamente, l'Uccello di fuoco.

Per quanto riguarda la Fenice i ruoli che assume sono molteplici (può anche cambiare forma), a volte addirittura non appare che per poche vignette nell'intero racconto, eppure ogni sua manifestazione resta estremamente significativa ed il messaggio che lanciano le sue parole chiaro ed incisivo. Ma questo non significa che l'incontro con questa creatura sia necessariamente un fatto positivo, anzi, spesso si rivela essere una maledizione.
La Fenice sa essere estremamente gentile così come tremendamente crudele, ma non è un dio, non interferisce negli affari del modo se non strettamente necessario, è piuttosto la rappresentazione della volontà dell'universo, l'animale cosmico, Cosmozoon, come viene chiamato nel film del 1980 a lei dedicato.
L'Uccello di fuoco resta un personaggio dannatamente ambiguo, e forse per questo così affascinante.

Dall'altra parte della barricata c'è Saruta, forse colui che meglio rappresenta l'umanità: intrappolato in un tragico destino è costretto a scontare le colpe commesse in un'altra vita (o in un altro libro) con una serie di sofferenze apparentemente senza senso. Saruta è in balia del suo karma che, pur con molte fluttuazioni, resta in linea di massima negativo.
Nonostante il lettore sia molte volte portato a parteggiare per lui ci si deve rendere conto che la pesante ombra che Saruta si porta dietro e di cui non riesce a liberarsi è la stessa che l'umanità, con i suoi ripetuti sciocchi errori, guarda indolente proiettarsi sul suo futuro.
Il pessimismo sulle sorti dell'umanità incarnato da questo personaggio è davvero sconfortante, l'altra faccia della medaglia della speranza di cui è portatrice la Fenice.

<b>Disegni</b>
Per i disegni della <i>Fenice</i> Tezuka utilizza il suo classico tratto morbido e disneyano, gag incluse, che si adatta perfettamente a questo tipo di opera. A dire il vero in alcuni racconti è leggermente più realistico che in altri (penso al <i>Libro della Vita</i>, che tra l'altro rielabora una storia scritta nel 1967, <i>Uomini, riunitevi!</i>), ma in linea di massima resta sempre sugli stessi livelli.
Ma la cosa fondamentale da notare è il magistrale utilizzo di tecniche cinematografiche di cui Tezuka fa uso lungo tutta l'opera e la presenza di un gran numero di invenzioni grafiche. Molte sono notevoli, ma in particolare una mi ha colpito: dei soldati nel <i>Libro della Guerra civile</i> che uccidendo degli innocenti fanno a pezzi assieme a loro anche la vignetta in cui si trovano. Detta così pare una stupidaggine, ma pensandoci un po' su ci si accorge che è la stessa identica cosa che ha fatto Lucio Fontana con i suoi tagli sulla tela. Ma a differenza delle opere di quest'ultimo, che non sono che una provocazione fine a se stessa (efficace certo, ma puramente intellettualistica), il gioco visivo di Tezuka è inserito in un contesto ed assume un significato importante.
La vignetta che si spacca, il mondo del manga che di fronte ad una così assurda crudeltà si lacera e si unisce al nostro, sottolineano ed amplificano enormemente un'ingiustizia sostanziale, quasi rivolgendo al lettore una precisa domanda: ti sembra giusta una cosa del genere? Sta ben attento perché questo non accade solo qui dentro ma anche fuori lì da te.

<b>Edizione</b>
L'edizione con cui Hazard ci porta in Italia <i>La Fenice</i> è abbastanza buona e rientra negli standard di questa casa editrice: sovracopertina, carta gialla con leggera trasparenza, numero di pagine per volume elevato, così come il prezzo che oscilla tra i 9.00 e 13.50 euro in ragione dell'ampiezza del libro in questione. Non che costi più delle altre opere di Tezuka nel catalogo di questo editore, tuttavia l'elevato numero di volumi la rende una spesa considerevole.
D'altro canto la Hazard commette una discreta quantità di errori questa volta: alcuni di adattamento, come il classico punto esclamativo al posto di quello interrogativo, la pagina 139 del volume otto stampata due volte (quella mancante,la 138, fortunatamente non essenziale ai fini della storia, è stata aggiunta al termine del nono volume), ma soprattutto la cosa più grave è che mancano delle note esplicative. O meglio nei ballon viene aggiunto un rimando che non rimanda a niente perché la relativa nota non si trova da nessuna parte.
Comunque una buona edizione in quanto queste sviste non intaccano il piacere della lettura, ma si poteva fare di meglio.

<b>Conclusioni</b>
Una volta c'era una parola, non proprio bellissima a dire il vero ma molto espressiva, che credo si adatti perfettamente alla <i>Fenice</i>: weltanschauung.
Già perché <i>La Fenice</i> è una di quelle opere che hanno la capacità di modificare la visione del mondo di una persona e questa, io credo, è una qualità rara. In campo letterario solo tre libri sono riusciti a farlo nel mio caso e <i>La Fenice</i> è uno di questi.
Ovviamente che questo accada a tutti quelli che decidano di leggerla è a dir poco improbabile, ma se anche non succedesse (e per molti sarà così) nondimeno vi troverete tra le mani un capolavoro della letteratura mondiale che, in un modo o nell'altro, vi lascerà sicuramente qualcosa.

<i>La Fenice</i> è davvero una lettura che consiglio senza remore a chiunque, soprattutto a chi ancora crede che il fumetto sia solo e necessariamente una maniera per farsi quattro risate. Il fumetto è un'arte non inferiore in alcun aspetto alle altre forme di letteratura, e di questo si era ben reso conto lo stesso Tezuka agli inizi della sua carriera, quando sulla copertina di Lost Word (1948) aveva scritto: <i>Questo non è un fumetto, è un romanzo.</i>
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<i>Sanpei Shirato</i>, nato a Tokyo nel 1932, è un mangaka che in Italia non ha mai avuto molto spazio, sebbene in molti si saranno sicuramente imbattuti nelle trasposizioni animate di alcune sue popolari opere. Per quel che mi riguarda ricordo che erano tra le serie che guardavo più volentieri, sebbene già allora intuii come sia <i>Ninja Kamui</i> che <i>Sasuke il piccolo ninja</i> fossero in qualche modo legati dalla stessa mano.
Come suggeriscono i due titoli sopra citati la sua produzione è per una buona parte concentrata su racconti che riprendono il mondo di ninja e samurai. Tale orientamento può far supporre che le sue opere siano abbastanza leggere e indirizzate solamente agli amanti dell'azione, in realtà è onnipresente una evidente critica alla società moderna che traspare nelle situazioni narrate, che spesso mostrano gli abusi che le persone al potere perpetrano sulle classi più povere.

<b>Akame - The Red Eyes</b> è un'opera che racconta la storia del signore feudale Nobuhira e la vita dei suoi sventurati contadini, costretti a subire ogni tipo di sopruso. Trattati ancor peggio degli animali, vengono spesso uccisi quasi per puro divertimento, in modo che il clima di terrore creato li tenga mansueti e accondiscendenti, costringendoli ad accontentarsi di quel poco che viene lasciato loro, sebbene sia a malapena sufficiente per sopravvivere. Ciononostante, spinti dalla fame e da fatti incresciosi, come lo stupro delle donne e il rapimento e la tortura di ostaggi, anche di giovane età, i contadini proveranno a organizzare qualche rivolta, che ogni volta verrà soffocata nel sangue ancor prima di iniziare.
La loro situazione non sembra poter migliorare, tuttavia un giorno appare un monaco che, facendo leva sull'ignoranza e sulla disperazione, converte la popolazione ad un insolito credo che venera gli <i>akame</i> dagli occhi rossi, che altro non sono che semplici conigli, fino a quel momento una delle principali fonti di sostentamento dei contadini. Ma come può un fatto tanto insignificante mettere in crisi il signore feudale?

<b>Akame - The Red Eyes</b> è un manga piuttosto crudo, che mostra senza veli gli aspetti più oscuri di un'epoca spesso tratteggiata con ben altri toni. Propone una trama semplice, ben ritmata, dove non esiste un eroe, ma dove, sebbene sia presente una figura chiaramente negativa, tutti hanno finalità e motivazioni non certo nobili. Le situazioni e l'epoca non lasciano spazio ai buoni sentimenti e se si vogliono raggiungere i propri obiettivi è necessario essere spietati e non badare alle conseguenze delle proprie azioni: quelli che ci rimettono sono sempre e comunque i contadini, che a causa delle loro condizioni sono terreno fertile per chiunque abbia una minima cultura e intenda far leva sulle loro necessità.

<b>Hazard Edizioni</b> prova a far conoscere questo autore al pubblico italiano, e lo fa con un'opera autoconclusiva che mostra in modo chiaro lo stile e le capacità del mangaka. Si tratta comunque di un classico e il tratto, sebbene risulti estremamente efficace e caratteristico, non dà certo nell'occhio come quello delle opere più recenti. Tali caratteristiche, insieme ad un'edizione ben curata, fanno salire il prezzo a 10 euro. Il volume li merita, ma la cifra, vista la ricca offerta di prodotti nelle fumetterie, potrebbe scoraggiare diversi curiosi. Vi invito comunque a cercarlo perché, se è vero che il mercato italiano propone molti titoli, sono pochi gli editori che si avventurano nella pubblicazione di opere di tipo classico, soprattutto di autori poco noti, e spesso tale sforzo non viene adeguatamente ripagato: più che sperare in buoni profitti si spera almeno di arrivare alla pari!