Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Anche oggi appuntamento libero, con Natsume yuujinchou: Itsuka yuki no hi ni, Toriton e Kill La Kill.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


Per saperne di più continuate a leggere.


-

L'inverno, il freddo, la neve: è normale cercare riparo, conforto e calore mentre i fiocchi bianchi vengono giù dal cielo abbondantemente, è normale cercare il tepore di una sciarpa, di un cappello o di un abbraccio. A volte però, il calore che cerchiamo non sta in qualcosa di fisico, ma in qualcosa di più astratto e invisibile agli occhi.
Mentre Natsume passeggia osservando il paesaggio innevato non può fare a meno di notare un ayakashi dalle fattezze simili a un grosso pupazzo di neve che, con grande affanno, cerca qualcosa che ha perso tra quelle coltri bianche. Il dolce Natsume lo conosciamo ormai bene e com'era ovvio, nonostante l'iniziale riluttanza, decide di aiutare il pupazzone. Ma cos'è che Mokomoko cerca così disperatamente? Non sa nulla di ciò che ha perso, non riesce a ricordare cosa sia quella cosa calda e scintillante che sembra dover rinvenire ad ogni costo.

"Natsume Yuujinchou: Itsuka Yuki no Hi ni" è un episodio speciale che s'inserisce in perfetta armonia con lo stile e la narrazione della serie animata. Niente di nuovo quindi, ma proprio in virtù di della sua stessa natura, esso risulta essere speciale, così come ogni episodio di questa dolcissima storia. Le vicende si svolgono durante freddi giorni d'inverno; mentre Touko-san tira fuori dalla scatola dei ricordi memorie sopite e nostalgie dei tempi passati, Natsume va incontro al suo destino, ancora una volta. Mentre Mokomoko cerca il misterioso tepore perso, Natsume si culla nel dolce e caldo abbraccio della sua famiglia, riscaldandosi con i sorrisi dei suoi genitori e il buonumore di Nyanko-sensei. Come ogni episodio di "Natsume Yuujinchou", anche questo "Itsuka Yuki no Hi ni" dirige l'attenzione dello spettatore verso il mondo dolce e crudele degli ayakashi, creature che spesso, come e più degli umani, sono alla ricerca della loro ragion d'essere, del motivo per cui spendere la propria esistenza. "Gli esseri umani non passano forse tutta la loro vita alla ricerca di qualcosa? Cercano qualcosa e poi se ne dimenticano. Che strani gli esseri umani". Queste sono le parole che Mokomoko rivolge a Natsume, lo "strano umano", dopo che questi gli chiede se non sia assurdo cercare qualcosa che non si sa nemmeno cosa sia. Anche stavolta il mondo umano e quello degli ayakashi si trovano ad essere equiparati, per ribadire nuovamente quanto i due universi siano diversi ma al contempo simili, rimarcando come certi sentimenti siano appannaggio di entrambi i mondi. Mokomoko che appella Natsume come "strano umano", sembra tra l'altro voler capovolgere la comune prospettiva che vede gli ayakashi come esseri "strani" agli occhi degli umani, in un' ottica di continuo confronto.

Come da tradizione, "Natsume Yuujinchou" rinnova nel piccolo di un breve episodio l'amore per la natura, la consapevolezza della bellezza di un paesaggio, di un sorriso, di un ricordo lontano, trasformando tutto ciò in sentimento ed emozione. La narrazione è lenta e gentile, sempre delicata come un piccolo fiocco di neve che scende dal cielo con dolcezza fino a posarsi a terra per formare il grande tappeto bianco che avvolge tutto. Il paesaggio innevato attorno a Natsume non è freddo e asettico, è puro e pulsante di vita. Mokomoko non è un essere gelido, ha un cuore caldo e forte che vuol vivere la vita fino in fondo. Tutto emana tepore e sentimento, anche il piccolo fiore che sboccia tra la neve annunciando l'arrivo della primavera. Le musiche e i disegni sono al solito buon livello, e creano la consueta e perfetta armonia con storia e narrazione.

L'unico difetto di questo special potrebbe essere additato alla poca presenza scenica di Nyanko-sensei che comunque non manca di regalarci uno dei suoi soliti bei momenti goliardici.
"Natsume Yuujinchou: Itsuka Yuki no Hi ni" rimarca con decisione i concetti già noti a chi segue le avventure di Natsume e di Nyanko-sensei: le similitudini tra il mondo umano e quello degli ayakashi, l'importanza dei legami familiari e il confortante tepore che ne scaturisce, ricordandoci che molto spesso, il calore che andiamo cercando è già dentro di noi, o negli occhi e nel sorriso delle persone che ci amano.



5.0/10
-

Yoshiyuki Tomino è un nome che non ha bisogno di presentazioni: sono stati ben pochi i registi capaci di rivoluzionare l'industria anime e il genere robotico svecchiando in modo radicale il tokusatsu dal suo immobilismo, elaborando la teoria dei robottoni realistici, creando la più famosa e longeva serie robotica di sempre, inventando nuovi stilemi narrativi che saranno usati da altri studi e costituendo, con le sue opere maggiori, la principale fonte di ispirazione per diversi dei più famosi successi animati dell'ultimo ventennio. La caratura delle sue opere più famose, tutte o quasi made in Sunrise, che lo proiettano nell'olimpo dei migliori registi, fa però spesso dimenticare altri originali lavori che l'artista ha diretto, o scritto, prima di quel 1979 nel quale, sul canale Nagoya Broadcasting Network, debuttano le avventure di Amuro Ray e dell'RX-78. Non capolavori, ma opere di indubbio interesse che già, per tematiche mature o idee innovative (ad esempio la prima parodia d'autore del genere mecha, "L'imbattibile Daitarn 3", 1978), costruiscono le fondamenta della sua leggenda. Il debutto come regista titolare - dopo gli episodi singoli di "Astro Boy" - avviene con "Umi no Triton" o "Tritone del mare" (come l'adattamento italiano sia riuscito a ribattezzarlo "Toriton", basandosi sulla pronuncia giapponese di Tritone, rimane uno dei misteri più inquietanti della nostra penisola), basato sull'omonimo fumetto disegnato nel 1969 dal Dio dei manga Osamu Tezuka.

"Toriton" è la storia di un ragazzo, il Tritone/Toriton del titolo, che, scoperto di essere probabilmente l'ultimo superstite della razza dei tritoni, antichi abitanti di Atlantide, e aver ereditato da suo padre come arma un taglientissimo, indistruttibile pugnale di oricalco, inizia con la delfinessa Luka un fantastico viaggio per i mari in cerca di altri sopravissuti della sua razza, affrontando nel contempo gli emissari inviatigli contro dal malvagio Poseidone, che vuole estinguere la sua razza una volta per tutte. Soggetto avventuroso, semplice e d'effetto e che si presta idealmente a esplorare, anche in animazione, le tematiche care a Tezuka (l'amore per la natura e gli animali, il rispetto dell'ecosistema, i danni dell'inquinamento della civiltà umana): peccato dunque che la trasposizione, se ha una sua dignità nel periodo originale di trasmissione, oggi, nonostante gli elementi di richiamo, risulta purtroppo datata in modo irreparabile. Bisogna sempre saper contestualizzare, è vero, ma se la scuola di pensiero dice che un capolavoro o una bella opera rimangono tali in qualsiasi epoca, in questo caso tutto il tempo passato non si rivela particolarmente clemente con "Toriton".

L'aspetto grafico, estremamente vintage, e la cura tecnica non sono neanche terribili: fedeli ai dettami di Tezuka, i disegni si rivelano tanto semplici quanto dolci ed espressivi, le animazioni addirittura deliziose nella loro artigianale professionalità (è il periodo in cui anche le tecniche di animazione sono embrionali, realizzate nel modo più macchinoso e visivamente appariscente). Gli spunti narrativi, poi, sono notevoli: se già non bastassero di loro gli affascinanti (sulla carta) combattimenti tra Triton e i mostri di Poseidone (squali, cernie giganti o piovre mastodontiche nella miglior tradizione di Jules Verne), non mancano neppure temi molto maturi. Si può accennare ad esempio alle implicazioni psicologiche derivanti dalla futura unione del ragazzo e la sirenetta Pipiko, che dovrà consumarsi per poter un giorno ricostruire la civiltà dei tritoni, al background marino e mitologico, o all'impianto drammatico spesso tragicissimo, tipico di quegli anni, che si risolve nella facilità con cui, per enfatizzare il dramma, è dato vedere spesso morire (e con abbondanti flussi di emoglobina) personaggi positivi e "intoccabili" come donne, bambini e comprimari kawaii. Geniale poi il finale, inventato dallo stesso Tomino e in contrasto con quello originale di Tezuka, che spiazza nel suo rovesciamento dei ruoli di bene e male, desideroso di umanizzare il comportamento dei cattivi.

Peccato siano premesse incatenate da uno schematismo narrativo preistorico che, giudicato oggi, è semplicemente atroce, basato su canovacci sempre uguali che vedono Triton litigare con Pipiko per qualche futile motivo, quest'ultima fare l'offesa e andarsene, quindi venire minacciata dai sicari di Poseidone e infine essere salvata in extremis dall'eroe (o in alternativa i due stringono amicizia con una creatura, umana o animale, si interessano ai suoi problemi e infine affrontano ugualmente gli emissari nemici, e la cosa costerà la vita al loro amico). L'ironia del tutto verte sul fatto che, pur con questi schematismi ripetitivi, "Toriton" è una delle primissime serie animate a contemplare una continuity generale: pur con enorme, straziante lentezza (soprattutto per uno spettatore odierno), la storia si sviluppa gradualmente abbandonando il classico immobilismo delle puntate autoconclusive, col paradosso che sembra sia stato proprio questo ad aver originariamente decretato il suo flop agli ascolti, per la difficoltà degli spettatori di seguire una lunga storia ripartita in episodi settimanali. Veri o falsi i motivi della débâcle commerciale, il merito dell'intuizione spetta alla coppia Yoshiyuki Tomino/Yoshinobu Nishizaki, quest'ultimo boss della Office Academy che produce la serie e in procinto di usare lo stesso artifizio ne "La Corazzata Spaziale Yamato".

Al problema della sfiancante lentezza della serie bisogna poi aggiungere tutte le inevitabili ingenuità delle produzioni dell'epoca: l'estrema antipatia dei due piccoli eroi, data dalle loro voci squillanti e dal fatto che urlino per ogni cosa (anche dieci/dodici volte a puntata); il background oceanico per niente sfruttato (i fondali marini si presterebbero benissimo alla suggestione visiva grazie a barriere coralline, pesci multicolori, abissi, etc. ma sono liquidati con anonimi massi e rocce al punto che ogni oceano non ha elementi di differenziazione rispetto agli altri), e soggetti di episodi tanto intriganti sulla carta quanto superficiali nella resa (le riletture di "Moby Dick" e "Shadow over Innsmouth", la vicenda dell'archeologo che rinviene reperti della civiltà atlantidea, la nave fantasma). Ciliegine sulla torta l'accompagnamento musicale snervante, dato da tre brani prog/jazz in croce ripetuti ossessivamente, un cast di comprimari insignificante e dialoghi dal registro infantilissimo, resi ulteriormente terribili da interpretazioni vocali talmente surreali da sconfinare nel ridicolo (le meduse e i cavallucci marini alle dipendenze di Poseidone...). Insomma una tortura, che forse non sarà recepita come tale dal pubblico di bambini dell'epoca a cui era rivolta, ma dai loro successori sicuramente sì.

Non vi è dubbio che nel 1972 "Toriton" possa, per la sua morale ecologica, l'onnipresente vena drammatica e il suo bel finale, aver avuto una certa dignità, ma lo stile del fare animazione è talmente cambiato che, oggi, visioni simili a questa non reggono minimamente lo scorrere del tempo, rivelandosi pressoché inguardabili. Rimane una serie più o meno sconosciuta e di vago interesse solo per tominiani e tezukiani convinti, quelli che non vogliono perdere nulla dei loro autori preferiti. Gli altri, a meno non soffrano di sonnolenza, evitino. Nel 1979, sotto l'egida di Toei Animation, esce il lungometraggio che riassume l'intera serie TV, inedito in Italia.

Necessaria una nota positiva sull'adattamento italiano dell'epoca, basato su un doppiaggio superlativo assolutamente identico, nei timbri vocali e nella musicalità della voce, ai seiyuu dell'epoca (che fosse poi colpa di questi ultimi per il pessimo lavoro in originale è un altro discorso). Anche il senso delle frasi, come sempre semplificato, non fa perdere di una virgola il significato dei dialoghi originali, presentando addirittura nomi fedeli. Per questo, una volta tanto, consiglio di rimediare quest'ultimo, piuttosto che l'unica versione subbata esistente in inglese, martoriata da un'assoluta mancanza di punteggiatura nei sottotitoli che rende, se possibile, ancora più punitiva la visione.



7.0/10
-

"Kill la Kill" è la testimonianza della coscienza che l'animazione contemporanea ha di sé, del proprio avvilimento e della sua implacabile condanna: dileggiando l'animazione d'oggi spasimante verso la sempre più banale ed estenuata perfezione tecnica ne strappa crudelmente la patina che questa falsifica per autentica genialità, e così "Kill la Kill" getta lo sguardo sull'abisso ora scoperto che si spalanca nel cuore dell'animazione, tanto oscuro e profondo che non sia possibile tornare da questa visione incolumi. Trasfigurata e inebriata da quest'estasi, la Gainax, ora col nome di Trigger, dà forma alla condanna che ineluttabilmente grava sull'animazione tutta e, con un gioco di parole, la chiama: "Kill la Kill", la menade dell'animazione che si carica dei suoi stereotipi per farli a brandelli nel più esilarante dei lamenti funebri, dove il gemito dell'agonia è indistinguibile dall'ultima risata della disperazione.
"Kill la Kill" è la più grande delle parodie, esasperando tutte le situazioni, conducendo all'ovvietà qualsiasi sviluppo dell'intreccio e portando al parossismo ogni cliché, è l'isterico scherno dell'animazione verso se stessa, lo zelante giudice del suo avvilimento e della sua sterilità artistica, ma è anche la più grave necessità storica, il gradino terminale della dissoluzione dell'animazione nella sua perversione. Per l'animazione non c'è salvezza, affidata ai capricci del grande pubblico il suo destino è la dannazione e "Kill la Kill" è un malinconico danzatore che, ormai incurante del vicino epilogo, piroetta insensatamente nel crepuscolo della fine dei tempi.

Calando nella metafora, "Kill la Kill" è la regia di Imaishi che dà forma al carattere di Satsuki: ereditando la provvidenziale fortuna che ha da sempre arriso alla Gainax, la serie si sviluppa nella deriva insanabile di una diarchia insostenibile tra la formale e insignificante protagonista della serie, Matoi Ryūko, e il vero astro splendente della vicenda, il fulgente spirito di Kiryūin Satsuki. All'insofferenza della prima, autentica somma dei peggiori difetti dello stereotipo del protagonista, si contrappone l'esagerato carisma della seconda, o meglio, è Ryūko a venire alla luce nella grandezza di Satsuki. In un maldestro tentativo di capovolgere il motore dell'azione sulla deuteragonista, la Trigger non riesce più a porre freni all'ascendente di Satsuki e nell'articolarsi dell'opera l'inarrestabile inerzia da costei alimentata taglia alla formale protagonista qualsiasi possibilità di scena. Tra questa evidenza e il mai sottaciuto ruolo cui il personaggio di Ryūko non può smettere di ambire per diritto di nascita matura un sempre crescente equivoco che, per grande fortuna della serie, risulta essere la sua unica salvezza. Nel carattere di Satsuki si trova così realizzato l'unico appiglio dell'opera, il baluardo del suo intreccio, la sua prima e ultima colonna.
Il resto degli attori è una secondaria ma efficacissima linea di controcanto alla melodia di Satsuki, tanto irrilevante da essere poco più che un'acciaccatura fra le parole della suddetta, personaggi che, sebbene poco più che comparse, nondimeno sanno accattivarsi una grande simpatia pur (e proprio) nel loro essere platealmente affettati.

D'altro canto "Kill la Kill" è proprio questo, una grande montatura che si diverte anche ad essere evidentemente posticcia, orgogliosa della sua ridicola maestà. In questo sta la notevole capacità d'Imaishi, il suo talento nel rendere ciò che è oggettivamente materiale di bassa qualità, gli scarti consunti di decenni di storia dell'animazione, un'apparenza invece soggettivamente piacevole, un effimero divertimento, in definitiva la grande alchimia del tramutare il banale nel piacevole. Se "Kill la Kill" è qualcosa di più di un'accozzaglia di scene già viste e sentite, se è possibile trarne diletto pur sapendo per filo e per segno ogni singolo svolgimento prima ancora che accada, questo è solo merito della regia di Imaishi, che fa della serie un ampio virtuosismo, un esercizio di tecnica fine a sé, l'estrema fatica dell'illusionismo d'ammantare il niente.
In "Kill la Kill" non c'è altro, perché questa serie non è una salvatrice, ma una testimone, certo irriverente, ma niente più che un'osservatrice inerte, che guarda l'insostenibile decadenza dell'animazione atrofizzata in un'isteresi insanabile esplodendo in una malinconica risata. Scrutando nell'abisso dell'animazione contemporanea la serie viene colta dall'imperante vuoto che in un nichilistico entusiasmo ne ispira il canto. Troppo acuta per crogiolarsi nella spensierata ingenuità e troppo pavida per assumersi la più grave responsabilità, la Trigger crolla affogando nella disperata ironia ogni futuro. "Kill la Kill" non ha condannato l'animazione, esso è soltanto il testimone di una tendenza insopprimibile allo svilimento, non muove alcun passo ulteriore verso il baratro, ma ne indica la strada.

Perché, dunque, guardare "Kill la Kill"? Forse perché l'unica via per la felicità è il pessimismo, per quietare definitivamente le proprie aspettative verso l'animazione futura, per prendere serenamente atto che persino il talento ha perduto il coraggio. Allora non resta che farsi travolgere con lievità dal dirompente pandemonio di urla, tentare di seguire l'esasperato svolgersi di un intreccio già evidente, restare abbagliati dall'inviolabile carisma di Satsuki e non chiedere di vedere altro se non ciò che deve accadere. Non è una necessità tragica quella che attraversa "Kill la Kill", è la consequenzialità dell'ovvietà, del rispetto (ma in verità del dileggio) del canone, questa è una serie in cui non accade niente se non ciò che si sa dover accadere, dove la perifrasi "colpo di scena" è bandita come la più esecrabile delle bestemmie.
Eppur qua s'esibisce l'incontenibile genio di Imaishi, che fa della banalità meraviglia, che esaspera tempi e scene in una folle rincorsa, che stordisce lo spettatore nella sempre cangiante forma di "Kill la Kill". Questa è la grande parata del niente, l'opera della genuina e radicale vuotezza, una serie pavida che lo dà ben a vedere. Solo a chi si rivolga a "Kill la Kill" con la giusta disposizione d'animo questa serie svelerà, senza pudore né menzogne, la propria natura sinceramente effimera: guardato con la più serena rassegnazione e onesta disillusione, l'opera spalanca violentemente gli occhi alla nuda disperazione dell'animazione e prendendo tutto ciò che è stato fatto, ogni discorso proferito e qualsiasi trama ideata fa collassare il prodotto di decenni di lavoro nel breve lasso di tempo della sua durata, conducendo nel più insensato citazionismo mai osato, portando la Gainax a ripercorrere nell'arco di un solo episodio la sua intera vita.

E' tanta retorica questa, si dirà, e certo non si sarà lontani dal vero, ma come altro parlare della massima opera d'animazione di retorica "visiva"? "Kill la Kill" è una bella forma che nasconde nient'altro che le parole: "è tutto finito", un'amara e rassegnata conclusione, è un'enorme tautologia, dalla quale con ferra consequenzialità discende la totalità dei propri sviluppi, ognuno pienamente previsto al passo precedente, eppure il tutto diretto con tale maestria da non far pesare la più grave delle ovvietà.
Vorrei dire che "Kill la Kill" è una bella serie, ma mentirei, perché non stiamo parlando di arte. Questa non è una recensione, è un giochetto retorico di piccole riflessioni in libertà, d'altronde "Kill la Kill" non è un'opera che abbia la minima pretesa artistica, ma è il martire dell'animazione, che fin dal suo primo fotogramma rinuncia alla gloria abbracciando disperatamente e dal basso della sua pavidità la propria condanna.
"Kill la Kill" è tra quanto di meglio l'animazione da diversi anni a questa parte sia stata in grado di darci ed è, bisogna ammetterlo, decisamente poco. Se il più che si possa fare è guardare al passato e contorcerlo attraverso lo specchio dell'esasperazione, non possiamo che ammirare con nostalgia in questo triste spettacolo e compiangere l'animazione che incede spietatamente verso la propria dannazione.