Al Far East Film Festival 17 trionfa la Corea del Sud, con Ode to My Father, film drammatico di Yoon Je-kyoon sui passaggi più drammatici della storia coreana recente, che si aggiudica il Gelso d'Oro (Audience Award) 2015.
 
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Nel 1951, in piena guerra di Corea, durante l'evacuazione di Hungnam, in cui centinaia di profughi furono trasportati dal Nord al Sud con le navi americane, Deok-soo perde le tracce di sua sorella. Perciò suo padre si trattiene per cercarla, dicendogli di aspettarlo con sua madre e i fratellini al porto di Busan, dove la loro zia conduce un negozio di beni di importazione. Prima di lasciarlo il padre di Deok-soo gli fa promettere che diventerà il capo di quella ditta.

Al secondo e terzo posto altre due pellicole sudcoreane: The Royal Tailor di Lee Won-Suk e My Brilliant Life di E J-Yong. In tal modo, la Corea del Sud si porta sempre più saldamente in testa alla virtuale classifica per nazioni, con otto successi nella storia del FEFF. Quattro sono stati assegnati negli anni al Giappone, e 6 divisi tra Repubblica Popolare Cinese ed Hong Kong.

Il premio MYmovies va ancora a The Royal Tailor, per la gioia dell'osannato regista, beniamino della platea udinese.

Di seguito invece alcuni spunti sui film visti nei due giorni finali del Festival dai redattori di AnimeClick.it presenti all'evento .

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Primo maggio con le due parti di Parasyte - Kiseiju al FEFF. Il film di Takashi Yamazaki (The Eternal Zero), regista premiato l'anno passato col Gelso d'Oro, approda a Udine nella sua interezza, per una maratona pomeridiana dedicata al titolo tratto dal manga di Hitoshi Iwaaki.
Al mattino invece era in cartellone Sekai no Owari no Izukoneko (The End of the World and the Cat's Disappearance), titolo sci-fi già presentato dal regista Michihiro Takeuchi allo Yubari International Fantastic Film Festival.

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Parasyte (parti 1 e 2):
 
Arriva ad Udine in prima visione internazionale dopo la première in patria la seconda parte di Parasyte. Senz'altro la proiezione delle due parti l'una di seguito all'altra giova allo spettacolo, e Takashi Yamazaki si conferma regista di spessore, proponendo una trasposizione live del manga di Hitoshi Iwaaki godibile sia dai fan della serie che dai neofiti. I due film mettono in luce ed enfatizzano la tematica ambientalista e le diverse declinazioni dell'amore: quello materno, quello tra due partner, la propensione umana al gesto altruistico.
Yamazaki non cede però a nessuna banalità nella descrizione del conflitto tra umani e parassiti: come in Miyazaki, che avrebbe voluto fare di Parasyte una propria versione animata, la lotta tra umani e resto dei viventi non giunge a una conclusione conciliante e irenistica. La lotta per la sopravvivenza comporta scelte spesso culminanti nel mors tua vita mea. Lo stesso protagonista Shinichi (magistralmente interpretato da Shota Sometani) si ritrova suo malgrado coinvolto in una lotta per la supremazia tra uomini e parassiti, all'interno della quale egli rappresenta una speranza di convivenza e di coesistenza. L'unicità del rapporto simbiontico con l'inquilino della sua mano destra (Migi) fa di lui il segno vivente che un diverso equilibrio tra umani e parassiti è possibile e auspicabile.
Con lo svilupparsi delle vicende, raccontate con sufficiente dettaglio (il film è ellittico rispetto alla trama originale solo in pochissimi punti), la visione stessa dei parassiti come creature infide e assassine muta: «se esiste una creatura vivente simile al diavolo, questa è l'homo sapiens». Sono gli uomini a doverci andare piano coi parassiti, poiché questi ultimi sono creature fragili. La loro dipendenza dall'accoglienza degli uomini è totale.
Gli esseri umani, maestri quando si tratta di genocidi e massacri, diventano poco affidabili quando si tratta di costruire la pace. Ma è scritto: «Beati i costruttori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

キョン
 
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The End of the World and the Cat's Disappearance:
 
Anno 2035. Una pandemia ha condotto Tokyo alla distruzione, costringendo gli abitanti a ricostruirla... ad Osaka. Kansai-Shin-Tokyo è la replica perfetta della città edochiana, ma è appunta una copia. Tutto è ridotto a finzione, e gli stessi esseri umani vivono un'esistenza fittizia, privati di ogni sostentamento che non siano le scatolette di cibo per gatti. Tra le varianti distopiche di questa Neo-Tokyo vi è anche l'effetto mutante del morbo, che ha trasformato gli uomini in ibridi: chi ha un occhio in più, chi una mano extra, chi una coda di gatto. Come Itsuko, una ragazza il cui unico divertimento è postare dei video su una specie di Nico Nico Douga del futuro, ricevendo commenti non troppo convinti di fronte alle sue esibizioni canoro-ballerine con tanto di completini kawaii e pose nyan-nyan. Ovviamente Itsuko, il cui padre soffre di un non meglio precisato accidenti per le conseguenze della pandemia, tra un upload e l'altro dovrà salvare col proprio canto, neanche fosse Sheryl Nome, l'umanità minacciata dallo schianto di un meteorite, la cui caduta i notiziari anticipano comicamente di giorno in giorno: tra sei mesi, no tra due mesi, no, scusate, tra un mese: va bene, tra due giorni. Per fortuna arrivano due piacenti emissarie da Giove, che, con la scusa di fare scouting, offrono una comoda soluzione: basterà cantare in mondivisione una canzone composta dal padre di Itsuko, per far sparire magicamente il meteorite dalla rotta di collisione. Nel mentre Itsuko ha scoperto il proprio alter ego: la ragazza non è nient'altro che la mitologica Izukoneko, un gatto umanoide dai poteri sovrannaturali. A questo punto si sarà compresa la quantità di cliché disseminata lungo questa storia, che ha un un unico grande difetto: manca una voce esterna, la mano del narratore, che ci indichi una qualsiasi chiave di lettura, o meglio che ci rassicuri del fatto che il regista non si stia prendendo sul serio. Se invece lo stesse facendo, se cioè The End of the World and the Cat's Disappearance fosse davvero una storia senza troppe pretese che non significa altro da ciò che appare, il giudizio sulla pellicola di Takeuchi Michihiro non potrebbe essere troppo lusinghiero.

キョン
 
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La giornata conclusiva vede in programma, tra gli altri, il giapponese Forget Me Not di Kei Horie, il ritorno di Take '100 Yen Love' Masaharu  con Unsung Hero e il film epico The Taking of Tiger Mountain (coproduzione tra Cina ed Hong Kong diretta da Tsui Hark).

Forget Me Not:
 
Azusa Oribe è una ragazza carina e spigliata, ma ha una caratteristica unica e drammatica: tutti si dimenticano di lei dopo poche ore. Persino gli amici. Persino il padre. Persino... il suo amore? No, questo non si può sopportare. Se l'amore ci dimentica, il nostro essere crolla. Come si può resistere all'idea di doversi ogni volta ripresentare? Piacere, sono Azusa Oribe.
E Takashi Hayama, il suo ragazzo, come può fare, per non dimenticarla?
Scrivere il nome di lei sul muro della propria camera (Azusa), far diventare 'Azusa' un mantra, ricopiarlo mille volte sulle pagine del proprio quaderno (Azusa, Azusa, Azusa), scattare un milione di foto ad Azusa, Azusa, Azusa, girare un mondo di video di Azusa, Azusa, Azusa.
Ricordati di non scordare. L'imperativo dell'amore.
Noi possiamo esistere nel mondo, solo finché esistiamo dentro l'altro. Per sentire la continuità con noi stessi non sono sufficienti i nostri ricordi; serve un altro che ci rammenti, che non possa mai dimenticarci.
Il tempo sembra fatto apposta per l'opera dell'oblio. Ma il tempo in realtà è neutrale. L'opera dell'amore lo può modellare, può neutralizzare la dimenticanza - rendere eterna una presenza nel cuore. Takashi lotta disperatamente per ricordare, e ancora, ancora, continuare a ricordare.
Azusa chiede, prega, vorrebbe gridare: non mi dimenticare.
Espressiva e naturale la recitazione di Akari Hayami, molto preso nel ruolo Nijiro Murakami.
Il film di Kei Horie mette in chiave fantastica e 'paranormale' un messaggio incredibilmente forte: tienimi dentro di te, e non lasciarmi andare.

キョン
 
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Unsung Hero:
 
Wataru Honjo (Toshiaki Karasawa) è un grande fan di Bruce Lee ed è uno stuntman leggendario nell'ambiente delle produzioni televisive di genere Tokusatsu, ma è pressochè sconosciuto ai più, dal momento che ha sempre lavorato come controfigura o nei panni di un eroe mascherato. Fra gli addetti ai lavori è molto considerato e rispettato, ed è il presidente di un club di arti marziali. Quando agli studios per cui lavora entra un giovane attore inesperto ma di belle speranze, Honjo si impegna ad istruirlo nella dura disciplina di quel mestiere, nonostante il carattere presuntuoso e arrogante del giovane.
Per la regia di Take Masaharu, al secondo film al Far East Film Festival 17, un avvincente racconto di formazione che getta un appassionato sguardo sui retroscena delle produzioni televisive e cinematografiche, con un calibrato gioco di film nel film in cui non mancano momenti toccanti. Come in 100 Yen Love il regista nipponico ci regala un altro stupendo ritratto umano alla disperata ricerca di riscatto.

bob71
 
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The Taking of Tiger Mountain:
 
Tratto dal romanzo "Tracce nel bosco innevato", il film narra dell'epico scontro tra le forze di sorveglianza del nascente esercito popolare cinese e la feroce banda di criminali, asserragliata nell'inespugnabile fortezza di Tiger Mountain, che mirava al controllo del Nord della Cina subito dopo la fine dell'occupazione giapponese negli anni '40. È anche il duello a distanza tra il feroce bandito Hawk (Tony Leung), e l'investigatore Yang (Zhang Hanyu), infiltrato sotto copertura tra le fila della gang.
Tsui Ark torna al timone di una megaproduzione cinese con uno spettacolare action-adventure che fa degli effetti speciali visivi (e sonori) mozzafiato uno dei suoi principali punti di forza. Il film si avvale anche di una bella fotografia che impiega i suggestivi scenari della Cina settentrionale. Irriconoscibile Tony Leung ipertruccato nei panni di Lord Hawk.  

bob71