Ci sono luoghi dove l'uomo abbraccia il cielo e dove la linea tra la vita e la morte è sottile come un filo. Da più di un secolo l'Himalaya, così come il Kashmir e il Karakorum offrono all'uomo la mistica ed avvincente possibilità di misurarsi con loro stessi, di spingersi oltre il limite, di avere paura, di saperla affrontare, di riuscire e purtroppo anche di morire alla ricerca di un sogno. In questi meravigliosi ed altrettanto ostili luoghi infatti possiamo trovare le 14 vette più alte del pianeta, gli 8.000, capeggiati dal monte Everest ma anche da montagne cosiddette "killer" come il K2, il Nanga Parbat e l'Annapurna, che ogni anno sono meta degli alpinisti più esperti del mondo. In questa ambientazione nasce La Vetta degli dei, il manga scritto ed illustrato da Jiro Taniguchi basato sul romanzo di Baku Yumemakura e da cui è stato tratto il film francese Le Sommet des Dieux, diretto da Patrick Imbert, presentato al Festival di Cannes a Luglio 2021 e che ora possiamo visionare attraverso il servizio di streaming Netflix, il quale fa leva su un mistero realmente esistente e relativo ad una macchina fotografica rimasta alla montagna da ormai cento anni.

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TRAMA DE LA VETTA DEGLI DEI

La prima ufficiale scalata al monte Everest, la montagna più alta della Terra, è datata 1953, ad opera del neozelandese Edmund Hillary e del nepalese Tenzing Norgay. Pur non essendo il primo 8.000 ad essere conquistato, prima di allora infatti fu raggiunta la vetta dell'Annapurna, l'effetto mediatico di quella spedizione fu imponente. Tuttavia, quasi trenta anni prima, qualcun altro arrivò ad un solo passo dalla vetta. Gli inglesi George Mallory ed Andrew Irvine infatti furono visti per l'ultima volta a poche centinaia di metri dalla cima, prima di essere inghiottiti da una tremenda tempesta che li lasciò alla montagna per sempre. La domanda che da allora tutti si posero è la medesima: "Hanno mai raggiunto la vetta?". Nessuno ha mai conosciuto la risposta, tranne la montagna stessa che da quel 1924 nasconde non soltanto i loro corpi ma anche le eventuali prove della riuscita della spedizione. Mallory infatti aveva con sé l'unico oggetto che potrebbe risolvere questo antico mistero: una macchina fotografica. Il film è ambientato nel 1993, quando il fotografo giapponese Makoto Fukamachi, nei sobborghi di Kathmandu, scopre che quella macchinetta è stata in realtà ritrovata ed è in possesso dell'ex alpinista Habu Joji, che tuttavia ha deciso di conservarla, nascosta dai mass media, vivendo come un eremita in Nepal dopo un tragico incidente che lo ha visto coinvolto.  

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LA VETTA DEGLI DEI: TRA FANTASIA E REALTA' 

Per comprendere appieno questo film, o il manga di Jiro Taniguchi, occorre certamente amare la montagna. Amare la montagna non significa però soltanto rispettarla o restare ammaliati dai suoi straordinari scorci, ma anche saper scavare nel profondo dell'animo di chi dedica la propria vita ad essa, alla ricerca di qualcosa che a noi appare a volte incomprensibile. Dai luoghi protagonisti del film arrivano infatti spesso notizie che si dividono tra l'eroico ed il tragico e che pertanto dividono l'opinione pubblica. Sono ad oggi 40 gli alpinisti che sono stati in grado di scalare tutti gli 8.000 della Terra, con o senza ossigeno, il primo fu Reinhold Messner, che impiegò 16 anni durante i quali perse la vita sul Nanga Parbat suo fratello Ghunter, e non si possono non citare gli altri italiani che vi sono successivamente riusciti: Sergio Martini, Silvio Mondinelli, Abele Blanc, Mario Panzeri, Nives Meroi e Romano Benet. L'ultimo in ordine cronologico a completare le 14 ascese è stato il nepalese Nirmal Purjal, che è riuscito nell'impresa record in soli 189 giorni al fine di dimostrare al mondo l'importanza degli sherpa, spesso infatti bistrattati ed usati dagli occidentali per i loro scopi e mai pienamente omaggiati. Per questo motivo sempre Purjal ha scalato il 16 Gennaio 2021 per la prima volta il K2 in inverno, un'impresa fino ad allora considerata impossibile, e lo ha fatto assieme a nove suoi compagni nepalesi che, prima della vetta, ha deciso di aspettare per una gloria collettiva, omaggiando così anche l'italiano Walter Bonatti, il quale proprio durante la prima ascensione del K2 nel 1954 guidata da Ardito Desio e che vide il raggiungimento della vetta da parte di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, fu vittima di infami menzogne da parte dei suoi compagni, su cui emerse finalmente la verità solamente nel 2008, 54 anni più tardi. Abbiamo poi Simone Moro, che detiene il record di ascese in inverno, ben quattro, su Shinsha Pangma, Makalu, Nanga Parbat e Gasherbrum II, ma anche come detto drammi come quello occorso a Daniele Nardi e Tom Ballard i quali da anni tentavano di scalare il Nanga Parbat passando dalla pericolosa via dello sperone Mummery ma che furono travolti dal crollo di un seracco, così come potremmo citare l'incidente che vide coinvolti Elisabeth Revol e Tomek Mackiewicz sempre sul Nanga Parbat nel 2018 o l'incidente che vide coinvolto l'italiano Marco Confortola sul K8 nel 2008. Insomma ad oggi le 14 vette più alte del pianeta hanno portato con sé oltre 800 vite umane, con indici di mortalità per montagna che sfiorano in alcuni casi anche il 20%. Una possibilità su cinque di morire, moltiplicata per i più arditi per 14 vette. Il motivo di tutte queste premesse? Perché il manga di Taniguchi e il film di Patrick Imbert hanno lo scopo ultimo di rispondere alla domanda che chiunque leggendo queste righe e ascoltando queste notizie si è posto: "Ma perché lo fanno?".  

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ANALISI DEL FILM 

Come diceva Simone Moro: "La paura è il conta chilometri della autoconservazione. La paura è come la fame o come il sonno, non è maligna o malvagia. Quando hai fame se non mangi muori, quando hai sonno se non dormi cadi per terra. Quando hai paura se non la ascolti ti fai male. Non deve solo degenerare in panico. È allora che subentra la razionalità di gestione della paura, ma è quella stessa paura che finora mi ha fatto tornare a casa". Questa stessa sensazione è quella che avvolge costantemente Habu Joji, nonostante le numerose imprese di successo all'attivo ed è alimentata, come per tutti gli alpinisti, dai drammi vissuti in prima persona durante la sua carriera. Progettare per anni una spedizione, investire denaro, tempo, vita sociale ed energie ed a volte in risposta ottenere solamente il rigetto inesorabile della montagna. Una temperatura troppo alta o troppo bassa, una tempesta, un malore, tutto può fare la differenza quando si entra nella cosiddetta "zona della morte", sopra i 7.600 metri, dove l'ossigeno è ridotto ad un quarto del normale e dove l'uomo, anche se vivo, comincia pian piano a morire. C'è chi decide tuttavia di spingersi oltre, di correre un ulteriore rischio nel rischio, a volte riuscendo ed altre volte fallendo perdendo la vita. Ne La Vetta degli Dei Habu insegna a Fukamashi cosa significhi per un'alpinista questo sogno, quale sia questa spasmodica e costante ricerca di spingersi oltre. Una missione che quasi nessuno può comprendere, ma che gioco forza è necessario rispettare. Non è egoismo, non è pazzia. È molto più egoista pretendere che una persona snaturi la propria esistenza seppellendo le proprie passioni rinunciando ad un sogno. 

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La misteriosa macchina fotografica sarà semplicemente il deterrente con cui Fukamashi apprenderà ciò che si cela nei meandri dell'alpinismo. La bellezza e la magnificenza dei paesaggi trascineranno il telespettatore in quello che a tutti gli effetti appare più come un documentario realistico anziché una storia di mera finzione. Una natura selvaggia e ostile farà da contorno alla perseveranza di due uomini, diversa negli scopi in partenza, più minimalista e onirica per uno e più materialista ed arrivista per l'altro, ma alla costante ricerca per entrambi di una pace interiore che non può che essere raggiunta se non sfidando se stessi, mantenendo un equilibrio materiale e immateriale che negli ultimi anni, anche nella realtà, si è inevitabilmente spezzato tra spedizioni commerciali e surriscaldamento globale. La visione del film, così come lo era la lettura del manga, racconta una storia, di finzione e del passato, ma in cui è possibile comprendere appieno il presente, dove i messaggi, che siano essi celati od evidenti, risultano contemporanei.  

La Vetta degli Dei è un dunque un inno agli uomini che tutto vogliono tranne che essere chiamati eroi, ad una montagna alla quale si affida la propria vita. Un'opera che ha certamente richiesto studio approfondito e che avvolge chi la osserva, in maniera a volte ansiogena e dura. Un racconto umano che potrà commuovere grazie ad una animazione che rispetta l'opera originale di Jiro Taniguchi nella fedeltà artistica, dove a risaltare non sono soltanto i paesaggi mozzafiato ma anche le espressioni e gli stati d'animo dei protagonisti, anche attraverso una colonna sonora immersiva e mai invadente. Non si avevano dubbi sulla buona riuscita del prodotto da parte di un Paese come la Francia, così legato all'arte del maestro. 

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Magnificenza e sacralità fanno rima in questo film con intransigenza, rispetto e dramma. La paura cerca di fermare un uomo in cerca di risposte sul senso della vita in un contesto ambientale che apre alla totale meraviglia. Un film riuscito nella sua missione, quella di insegnare e coinvolgere, rendendo onore ad un grande maestro e amante della natura quale Jiro Taniguchi. In questa recensione forse qualcuno si chiederà come mai si sia divagato così tanto su ciò che non era proprio del film analizzato, ma per determinati prodotti occorre allacciare l'anello di congiunzione tra ciò che si vede in superficie, in questo caso un film, e ciò che si nasconde nel sottobosco, ossia un insieme di storie, molte di esse mai nemmeno narrate, che hanno tuttavia contribuito a rendere quei paesaggi un luogo spesso tragico ma altrettanto magico e misterioso. Questa è una storia di finzione ma che può considerarsi una tra le tante storie di uomini reali, uomini che forse non hanno raggiunto vette, ma che hanno raccolto nella vita le risposte che cercavano in quei contesti. Non esiste altro posto al mondo in cui si è così tanto vicino al cielo, non esiste altro posto al mondo in cui si possa essere così tanto vicini agli Dei.