Quando Netflix annunciò un adattamento live action di One Piece, la reazione della community fu, per usare un eufemismo, scettica. Portare in carne e ossa uno dei manga più amati e longevi della storia — con i suoi poteri assurdi, le sue creature bizzarre, la sua estetica volutamente sopra le righe — sembrava un'impresa destinata al disastro.
I precedenti non aiutavano: la storia degli adattamenti live action di manga e anime è costellata di fallimenti illustri, progetti che avevano trasformato opere iconiche in qualcosa di irriconoscibile, svuotato, imbarazzante. Le premesse, insomma, non erano incoraggianti.

Eppure, nell'agosto 2023, qualcosa di inaspettato accadde: la serie funzionò. Non solo funzionò — esplose.
One Piece Live Action Rimase per otto settimane in cima alla Top 10 globale di Netflix, raggiunse il numero 1 in oltre 75 paesi e fece storia come prima serie in lingua inglese a debuttare al primo posto in Giappone. Secondo Forbes, i punteggi del pubblico erano tra i più alti mai registrati sulla piattaforma. Lo scetticismo, almeno in parte, si sciolse.
Il merito non fu solo del cast o della produzione, ma di una scelta che si è rivelata decisiva fin dal principio: coinvolgere Eiichiro Oda non come consulente nominale, da citare in qualche comunicato stampa per rassicurare i fan, ma come presenza attiva, costante, con diritto di veto reale.
Oda non si è limitato a leggere le sceneggiature o a rispondere a qualche email: è andato personalmente sui set, ha incontrato il cast, ha toccato con mano ogni aspetto visivo della produzione. Ha posto condizioni non negoziabili agli sceneggiatori — nessuna storia d'amore all'interno della ciurma, ad esempio, una richiesta che ha sorpreso più di qualcuno ma che riflette perfettamente la sua visione dell'opera — e ha supervisionato i design dei personaggi con lo stesso rigore che riserva al manga.
Quando la serie è stata rinnovata per una seconda stagione, è stato sempre lui ad annunciarla, con una lettera ai fan in cui ricordava, con la sua ironia inconfondibile, che la ciurma aveva bisogno di un dottore. Non un comunicato, non un trailer: una lettera.
Oda non sta "tollerando" questo live action — lo sta trattando come un'estensione autentica della sua opera, con tutto il peso creativo che questo comporta.

Questo coinvolgimento ha avuto un effetto contagioso anche sul cast. Chi lavora alla serie lo sa, lo sente, e in molti casi lo ha dimostrato con scelte concrete. Ne è un esempio piccolo ma emblematico quello che riguarda Emily Rudd, l'attrice che interpreta Nami.
Durante le riprese della seconda stagione, girate in pieno inverno in Sudafrica, la costumista Kerry Anne Barnard aveva previsto l'aggiunta di maniche lunghe al costume per proteggere l'attrice dal freddo. Rudd ha rifiutato. Ha insistito per mantenere la gonna corta del personaggio, così come Oda l'ha sempre disegnata, affrontando le dure condizioni climatiche pur di preservare l'essenza visiva del personaggio. Barnard stessa ha raccontato l'episodio con ammirazione, sottolineando quanto quella scelta dicesse qualcosa di preciso sull'approccio dell'intera produzione: non si tratta solo di recitare un ruolo, ma di incarnarlo con rispetto verso chi lo ha creato e verso i fan che lo amano da decenni.
Netflix, dal canto suo, ha risposto con un impegno economico e creativo difficile da ignorare. Il budget per episodio della seconda stagione supera già gli impressionanti 18 milioni di dollari della prima. La produzione, avviata nel luglio 2024 tra i Cape Town Studios in Sudafrica, ha richiesto mesi di lavoro certosino.
Tredici eventi globali per i fan — tra Los Angeles, Tokyo, Parigi e Milano — hanno accompagnato il lancio. E per sottolineare ulteriormente quanto la piattaforma creda nel progetto, Netflix ha prodotto anche un podcast ufficiale, One Piece: Into the Grand Line – The Official Podcast, disponibile direttamente sulla piattaforma: sei episodi in cui i membri del cast analizzano uno per uno gli archi narrativi della stagione, con contributi dello stesso Eiichiro Oda. Non è un contenuto bonus buttato lì per accontentare i fan più accaniti: è un segnale preciso di come Netflix intenda costruire attorno a One Piece un ecosistema narrativo più ampio, capace di accompagnare gli spettatori anche dopo i titoli di coda. Non è il trattamento riservato a una scommessa — è quello riservato a un franchise in cui si crede davvero.

E la fiducia sembra corrisposta: la terza stagione è già in produzione, e l'attore Mackenyu Arata ha rivelato che Oda ha già in mente un arco narrativo specifico con cui concludere la serie live action — non per esaurimento del materiale, ovviamente, ma come scelta creativa consapevole. "Ha una visione di dove vuole arrivare", ha detto l'attore. "C'è un arco specifico che vuole che raggiungiamo. E quando ce lo ha detto, ci ha caricati moltissimo." Nessun nome, nessuno spoiler. Ma il fatto che il cast lo sappia già, e che ne parli con quell'entusiasmo, dice tutto sull'atmosfera che si respira attorno a questo progetto.
Ora che One Piece - Verso la Rotta Maggiore è finalmente disponibile, la domanda non è più "può funzionare un live action di One Piece?" Quella battaglia è già stata vinta.
La domanda è un'altra, e più interessante: può questa serie reggere il confronto con il materiale originale nel momento in cui la storia di Cappello di Paglia smette di essere un'avventura e diventa qualcosa di più grande, più pericoloso, più vivo?
Ai primi annunci, diciamolo, gli avevamo riso tutti dietro, ma invece, nel 2023, la prima stagione del live action di One Piece si è rivelata essere una bella sorpresa: molto fedele alle atmosfere del fumetto, generalmente burlona, avventurosa e caciarona ma anche emozionante e toccante dove serve. Pur con qualche inevitabile effetto cosplayer e degli effetti di computer grafica non sempre perfetti, è stato un piacere guardarla, fra le bella resa del tutto e la gradevole alchimia fra gli attori protagonisti, felicissimi di interpretare i propri beniamini del manga e capaci anche di dar loro un’inaspettata profondità, dato che adesso sono persone in carne e ossa e devono perciò risultare umani e credibili.

La seconda stagione si aspettava quindi con una certa curiosità, anche perché, andando avanti con la storia, ci sarebbe stato da affrontare un elefante, pardon, una renna nella stanza mica da poco.
Gli annunci ci avevano fatto, in realtà, tornare a ridere, dicendo che non intendevano usare la CG per fare Chopper. Eravamo quindi curiosissimi di vedere dove si sarebbe spinta la quota trash della serie: un bambino truccato e con un cappello con le corna? Dwayne Johnson truccato, peloso e con un cappello? Una renna vera ammaestrata e con un cappello?
Un po’ ci siamo rimasti male perché eravamo preparati a ridere con soluzioni trash, ma in realtà è, fortunatamente, stata scelta quella più comoda, ossia usare la CG. Del resto, oggi si può fare tranquillamente: se puoi fare Sonic, Alvin e i Chipmunks, Rocket Raccoon e Groot, i Pokémon in CG che interagiscono con attori umani, allora puoi fare anche Chopper senza problemi.
E problemi in realtà non ce ne sono, se escludiamo una riduzione delle varie trasformazioni che comunque anche nella serie originale non sono usate nemmeno più di tanto (e possono essere sempre recuperate nelle puntate future). Chopper è ancora lì così come l’abbiamo conosciuto, capace di farci intenerire e straziare il cuore col racconto della sua backstory.
Persino il doppiaggio italiano, a cura di Valentina Favazza, è molto simile a quello storico dell’anime effettuato da Federica Valenti, perciò non avvertiremo troppe differenze rispetto a quanto già conosciamo.

Questa seconda stagione copre gli eventi di Rogue Town, della Reverse Mountain e di Lovoon, di Whisky Peak, di Little Garden e del regno di Drum, lasciandosi per la terza il climax della grande battaglia del regno di Alabasta.
Come per la prima stagione, la base è quella, ma gli eventi vengono rinarrati con una certa libertà d’azione, pur mantenendo personaggi e avvenimenti di base.
I personaggi ci sono tutti e nella maggior parte dei casi sono usciti dritti dritti dalle pagine del manga a livello estetico. Giusto Bibi ci fa storcere un po’ il naso perché l’attrice ha la pelle nera mentre nel manga no, ma considerando le origini del personaggio ci può stare. In ogni caso, dopo qualche episodio di rodaggio, una volta che si scopre la sua vera identità ed entra a far parte del gruppo di Rufy, il personaggio acquisisce profondità, ci si affeziona e al colore della pelle non si bada praticamente più.
I nemici della Baroque Works sono esteticamente tutti identici alle loro controparti originali, addirittura ci si è presi la briga di mostrarne anche qualcuno che era solo stato citato e mai visto in manga e anime. Caratterialmente, si è molto puntato sul fatto che siano degli assassini, a volte psicopatici, a volte con fisse e manie particolari: Miss Golden Week, che nel manga è calma e priva di emozioni, qui diventa una psicopatica che gode nel fare degli altri i suoi giocattoli; Mr. Three ha un deviato senso dell’arte tutto suo; Miss Valentine gode nell’uccidere e torturare gli altri.

Molto lo fa anche il doppiaggio in italiano, che in taluni casi aiuta a dare ai personaggi una sfumatura differente da quella dell’anime: Wapol, assolutamente identico a com’è nell’originale, sostituendo alla roboante voce di Mario Zucca quella più giovanile e sorniona di Fabrizio Vidale ne guadagna in antipatia, mostrandosi uno pseudo-sovrano viziato e arrivista per cui è molto difficile parteggiare.
Stupenda invece la resa di molti personaggi secondari, da Crocus (impreziosito dalla voce italiana di Carlo Valli che gli sta a pennello) ai giganti Dori e Brogi (usciti dritti dritti da un live action di Asterix o da un film fantasy dei primi anni 2000, cosa anche amplificata dalla loro bellissima canzone, “Pray to the sun”, che sembra appunto uscita dalla colonna sonora del Signore degli Anelli o di Pirati dei Caraibi), da Tashigi a Dorton, dalla dottoressa Kureha (vedere Katey “Gemma Teller” Sagal che, a modo suo, fa un personaggio positivo, fa un effetto stranissimo) al dr. Hillk che ci ha fatto piangere come e più dell’anime.
Giusto Smoker risulta meno di mezza età e meno grezzo dell’originale, mentre un capitolo a parte merita Miss All Sunday, qui rappresentata in maniera fedelissima alle prime apparizioni: sexy, misteriosa e manipolatrice, nel suo costume da cow girl, col suo potere strambo ma ben rappresentato, aspettiamo di vederla nelle puntate successive dove il suo personaggio verrà esplorato maggiormente.

Come e più della prima stagione, il live action è stato realizzato con un grande amore nei confronti dell’opera originale, complice anche la collaborazione dell’autore stesso.
In questa parte della storia One Piece era ancora bello e genuino, privo delle lungaggini, del fanservice e del casino che lo caratterizzeranno di lì a qualche decina di volumi, perciò risulta bello anche il live action, col suo già collaudato mix di avventura, azione, umorismo e dramma.
I cinque protagonisti continuano a mantenere le caratteristiche che già avevamo amato: Rufy esaltato, mangione, avventuroso, pronto a tutto in nome dell’amicizia e dei suoi sogni; Zoro a metà tra il figo e lo stupido; Nami attaccata ai soldi ma anche amante dell’avventura e attaccata ai suoi amici più di quanto pensi; Usop pavido e fifone ma che nel momento del bisogno c’è sempre; Sanji che farebbe di tutto per la sua Nami.
Qui sono stati ulteriormente sviluppati, anche esplorandone lati non visti (o non visti a questo punto) nella serie originale, come Zoro perseguitato dal fantasma di Mihawk che lo ha sconfitto, Usop che compie un ottimo percorso di crescita tramite l’incontro coi gigati, Sanji che si apre a Nami raccontandole del suo passato, Nami che spinge Usop a telefonare a Kaya per raccontarle le sue avventure.
Impossibile non amare gli esilaranti battibecchi fra Zoro e Sanji, i momenti in cui Zoro si spara le pose e non capisci se devi prenderlo sul serio o ridergli dietro, i piccoli, teneri, momenti in cui i personaggi si aprono l’un l’altro e si rendono conto di volersi più bene di quanto pensino, di avere una grande fiducia reciproca e di fidarsi completamente del loro strambo ma caloroso capitano.

Riguardare il One Piece degli esordi con gli occhi di oggi permette anche di poter riscrivere pezzi della storia, riaggiustandoli con informazioni che nell’opera originale vengono rivelate successivamente, anche a distanza di anni.
Oggi si ha una visione non dico completa ma sicuramente molto più approfondita del mondo di One Piece, il live action ne è consapevole e quindi può permettersi di inserire citazioni, camei, Easter Egg relativi a cose future: Bartolomeo, Sabo, Nika, Brook, il passato di Sanji e molto altro fanno qui la loro comparsa anzitempo, stuzzicando i fan di lunga data e aiutando a rendere il mondo della storia ancora più vivo.
Se già “We are!”, la storia prima sigla giapponese, si era sentita in versione strumentale nella prima stagione e si risente anche qui, un piccolo, graditissimo, cameo, stavolta, tocca anche a “Believe”, la sigla giapponese relativa a questa parte dell’anime. Il modo in cui è stata inserita nella relativa scena è assolutamente geniale.
Dal punto di vista tecnico, la seconda stagione del live action di One Piece conferma in pieno quanto di buono si era già visto nella prima. La regia si trova questa volta ad affrontare una parte della storia ancora più ricca, popolata da nuovi personaggi, ambientazioni variegate e da una notevole quantità di situazioni potenzialmente difficili da tradurre in live action.

Eppure la serie sembra aver trovato ormai l’approccio giusto per mettere in scena l'eccentrico universo di Oda: la componente fantastica e le continue invenzioni visive dell’opera vengono infatti mantenute, ma organizzate in una grammatica cine-televisiva molto precisa, leggibile e coerente.
È anche questo a rendere credibili personaggi e antagonisti molto sopra le righe ma che non si trasformano mai in figure puramente caricaturali. Ed è evidente anche la qualità del lavoro produttivo. Scenografie, costumi, ricostruzioni e location hanno una complessità davvero notevole. Restituiscono ambienti vivi, spesso spettacolari e mai posticci, come hanno rilevato anche molte delle prime recensioni internazionali, che hanno lodato in particolare l'ottima tenuta del world building.
Ciò che mi ha colpito di più però è stato soprattutto il ritmo complessivo della stagione. Pur con episodi piuttosto lunghi, (tutti di circa un’ora), la scrittura riesce infatti a mantenersi sempre interessante evitando qualunque tempo morto.
La regia alterna con mano invisibile e sempre precisa il dipanarsi della storia, dosando con grande precisione comicità, avventura, emozioni e azione.
Gli scontri (su tutti la battaglia di Whisky Peak) sono messi in scena attraverso coreografie spettacolari e divertenti, volutamente accessibili e family-friendly quanto basta, ma senza diventare meno incisive o troppo annacquate.
Qualche effetto visivo lascia ancora qualche perplessità quando la storia si spinge verso le soluzioni più estreme del manga, ma si tratta di micro-inciampi circoscritti all’interno di una direzione generale molto precisa, che non perde mai il controllo dell’insieme.

Chopper era forse più di tutti il vero punto interrogativo di questa stagione, ed effettivamente al momento dello spoiler del suo aspetto qualche perplessità c’era stata anche da parte mia. Ma una volta inserito nel racconto, il personaggio funziona perfettamente: non solo si integra bene nell’universo visivo, ma diventa anche il centro di uno degli archi narrativi più riusciti in assoluto.
Anche la colonna sonora svolge il suo compito alla perfezione: Sonya Belousova e Giona Ostinelli accompagnano la stagione con un impianto musicale che rafforza il senso dell’avventura e del meraviglioso, sostenendo e valorizzando sia i momenti più epici sia quelli più emotivi e commoventi.

Trailer completo
I precedenti non aiutavano: la storia degli adattamenti live action di manga e anime è costellata di fallimenti illustri, progetti che avevano trasformato opere iconiche in qualcosa di irriconoscibile, svuotato, imbarazzante. Le premesse, insomma, non erano incoraggianti.

Eppure, nell'agosto 2023, qualcosa di inaspettato accadde: la serie funzionò. Non solo funzionò — esplose.
One Piece Live Action Rimase per otto settimane in cima alla Top 10 globale di Netflix, raggiunse il numero 1 in oltre 75 paesi e fece storia come prima serie in lingua inglese a debuttare al primo posto in Giappone. Secondo Forbes, i punteggi del pubblico erano tra i più alti mai registrati sulla piattaforma. Lo scetticismo, almeno in parte, si sciolse.
Il merito non fu solo del cast o della produzione, ma di una scelta che si è rivelata decisiva fin dal principio: coinvolgere Eiichiro Oda non come consulente nominale, da citare in qualche comunicato stampa per rassicurare i fan, ma come presenza attiva, costante, con diritto di veto reale.
Oda non si è limitato a leggere le sceneggiature o a rispondere a qualche email: è andato personalmente sui set, ha incontrato il cast, ha toccato con mano ogni aspetto visivo della produzione. Ha posto condizioni non negoziabili agli sceneggiatori — nessuna storia d'amore all'interno della ciurma, ad esempio, una richiesta che ha sorpreso più di qualcuno ma che riflette perfettamente la sua visione dell'opera — e ha supervisionato i design dei personaggi con lo stesso rigore che riserva al manga.
Quando la serie è stata rinnovata per una seconda stagione, è stato sempre lui ad annunciarla, con una lettera ai fan in cui ricordava, con la sua ironia inconfondibile, che la ciurma aveva bisogno di un dottore. Non un comunicato, non un trailer: una lettera.
Oda non sta "tollerando" questo live action — lo sta trattando come un'estensione autentica della sua opera, con tutto il peso creativo che questo comporta.

Questo coinvolgimento ha avuto un effetto contagioso anche sul cast. Chi lavora alla serie lo sa, lo sente, e in molti casi lo ha dimostrato con scelte concrete. Ne è un esempio piccolo ma emblematico quello che riguarda Emily Rudd, l'attrice che interpreta Nami.
Durante le riprese della seconda stagione, girate in pieno inverno in Sudafrica, la costumista Kerry Anne Barnard aveva previsto l'aggiunta di maniche lunghe al costume per proteggere l'attrice dal freddo. Rudd ha rifiutato. Ha insistito per mantenere la gonna corta del personaggio, così come Oda l'ha sempre disegnata, affrontando le dure condizioni climatiche pur di preservare l'essenza visiva del personaggio. Barnard stessa ha raccontato l'episodio con ammirazione, sottolineando quanto quella scelta dicesse qualcosa di preciso sull'approccio dell'intera produzione: non si tratta solo di recitare un ruolo, ma di incarnarlo con rispetto verso chi lo ha creato e verso i fan che lo amano da decenni.
Netflix, dal canto suo, ha risposto con un impegno economico e creativo difficile da ignorare. Il budget per episodio della seconda stagione supera già gli impressionanti 18 milioni di dollari della prima. La produzione, avviata nel luglio 2024 tra i Cape Town Studios in Sudafrica, ha richiesto mesi di lavoro certosino.
Tredici eventi globali per i fan — tra Los Angeles, Tokyo, Parigi e Milano — hanno accompagnato il lancio. E per sottolineare ulteriormente quanto la piattaforma creda nel progetto, Netflix ha prodotto anche un podcast ufficiale, One Piece: Into the Grand Line – The Official Podcast, disponibile direttamente sulla piattaforma: sei episodi in cui i membri del cast analizzano uno per uno gli archi narrativi della stagione, con contributi dello stesso Eiichiro Oda. Non è un contenuto bonus buttato lì per accontentare i fan più accaniti: è un segnale preciso di come Netflix intenda costruire attorno a One Piece un ecosistema narrativo più ampio, capace di accompagnare gli spettatori anche dopo i titoli di coda. Non è il trattamento riservato a una scommessa — è quello riservato a un franchise in cui si crede davvero.

E la fiducia sembra corrisposta: la terza stagione è già in produzione, e l'attore Mackenyu Arata ha rivelato che Oda ha già in mente un arco narrativo specifico con cui concludere la serie live action — non per esaurimento del materiale, ovviamente, ma come scelta creativa consapevole. "Ha una visione di dove vuole arrivare", ha detto l'attore. "C'è un arco specifico che vuole che raggiungiamo. E quando ce lo ha detto, ci ha caricati moltissimo." Nessun nome, nessuno spoiler. Ma il fatto che il cast lo sappia già, e che ne parli con quell'entusiasmo, dice tutto sull'atmosfera che si respira attorno a questo progetto.
Ora che One Piece - Verso la Rotta Maggiore è finalmente disponibile, la domanda non è più "può funzionare un live action di One Piece?" Quella battaglia è già stata vinta.
La domanda è un'altra, e più interessante: può questa serie reggere il confronto con il materiale originale nel momento in cui la storia di Cappello di Paglia smette di essere un'avventura e diventa qualcosa di più grande, più pericoloso, più vivo?
Autore: Ironic74
Ai primi annunci, diciamolo, gli avevamo riso tutti dietro, ma invece, nel 2023, la prima stagione del live action di One Piece si è rivelata essere una bella sorpresa: molto fedele alle atmosfere del fumetto, generalmente burlona, avventurosa e caciarona ma anche emozionante e toccante dove serve. Pur con qualche inevitabile effetto cosplayer e degli effetti di computer grafica non sempre perfetti, è stato un piacere guardarla, fra le bella resa del tutto e la gradevole alchimia fra gli attori protagonisti, felicissimi di interpretare i propri beniamini del manga e capaci anche di dar loro un’inaspettata profondità, dato che adesso sono persone in carne e ossa e devono perciò risultare umani e credibili.

La seconda stagione si aspettava quindi con una certa curiosità, anche perché, andando avanti con la storia, ci sarebbe stato da affrontare un elefante, pardon, una renna nella stanza mica da poco.
Gli annunci ci avevano fatto, in realtà, tornare a ridere, dicendo che non intendevano usare la CG per fare Chopper. Eravamo quindi curiosissimi di vedere dove si sarebbe spinta la quota trash della serie: un bambino truccato e con un cappello con le corna? Dwayne Johnson truccato, peloso e con un cappello? Una renna vera ammaestrata e con un cappello?
Un po’ ci siamo rimasti male perché eravamo preparati a ridere con soluzioni trash, ma in realtà è, fortunatamente, stata scelta quella più comoda, ossia usare la CG. Del resto, oggi si può fare tranquillamente: se puoi fare Sonic, Alvin e i Chipmunks, Rocket Raccoon e Groot, i Pokémon in CG che interagiscono con attori umani, allora puoi fare anche Chopper senza problemi.
E problemi in realtà non ce ne sono, se escludiamo una riduzione delle varie trasformazioni che comunque anche nella serie originale non sono usate nemmeno più di tanto (e possono essere sempre recuperate nelle puntate future). Chopper è ancora lì così come l’abbiamo conosciuto, capace di farci intenerire e straziare il cuore col racconto della sua backstory.
Persino il doppiaggio italiano, a cura di Valentina Favazza, è molto simile a quello storico dell’anime effettuato da Federica Valenti, perciò non avvertiremo troppe differenze rispetto a quanto già conosciamo.

Questa seconda stagione copre gli eventi di Rogue Town, della Reverse Mountain e di Lovoon, di Whisky Peak, di Little Garden e del regno di Drum, lasciandosi per la terza il climax della grande battaglia del regno di Alabasta.
Come per la prima stagione, la base è quella, ma gli eventi vengono rinarrati con una certa libertà d’azione, pur mantenendo personaggi e avvenimenti di base.
I personaggi ci sono tutti e nella maggior parte dei casi sono usciti dritti dritti dalle pagine del manga a livello estetico. Giusto Bibi ci fa storcere un po’ il naso perché l’attrice ha la pelle nera mentre nel manga no, ma considerando le origini del personaggio ci può stare. In ogni caso, dopo qualche episodio di rodaggio, una volta che si scopre la sua vera identità ed entra a far parte del gruppo di Rufy, il personaggio acquisisce profondità, ci si affeziona e al colore della pelle non si bada praticamente più.
I nemici della Baroque Works sono esteticamente tutti identici alle loro controparti originali, addirittura ci si è presi la briga di mostrarne anche qualcuno che era solo stato citato e mai visto in manga e anime. Caratterialmente, si è molto puntato sul fatto che siano degli assassini, a volte psicopatici, a volte con fisse e manie particolari: Miss Golden Week, che nel manga è calma e priva di emozioni, qui diventa una psicopatica che gode nel fare degli altri i suoi giocattoli; Mr. Three ha un deviato senso dell’arte tutto suo; Miss Valentine gode nell’uccidere e torturare gli altri.

Molto lo fa anche il doppiaggio in italiano, che in taluni casi aiuta a dare ai personaggi una sfumatura differente da quella dell’anime: Wapol, assolutamente identico a com’è nell’originale, sostituendo alla roboante voce di Mario Zucca quella più giovanile e sorniona di Fabrizio Vidale ne guadagna in antipatia, mostrandosi uno pseudo-sovrano viziato e arrivista per cui è molto difficile parteggiare.
Stupenda invece la resa di molti personaggi secondari, da Crocus (impreziosito dalla voce italiana di Carlo Valli che gli sta a pennello) ai giganti Dori e Brogi (usciti dritti dritti da un live action di Asterix o da un film fantasy dei primi anni 2000, cosa anche amplificata dalla loro bellissima canzone, “Pray to the sun”, che sembra appunto uscita dalla colonna sonora del Signore degli Anelli o di Pirati dei Caraibi), da Tashigi a Dorton, dalla dottoressa Kureha (vedere Katey “Gemma Teller” Sagal che, a modo suo, fa un personaggio positivo, fa un effetto stranissimo) al dr. Hillk che ci ha fatto piangere come e più dell’anime.
Giusto Smoker risulta meno di mezza età e meno grezzo dell’originale, mentre un capitolo a parte merita Miss All Sunday, qui rappresentata in maniera fedelissima alle prime apparizioni: sexy, misteriosa e manipolatrice, nel suo costume da cow girl, col suo potere strambo ma ben rappresentato, aspettiamo di vederla nelle puntate successive dove il suo personaggio verrà esplorato maggiormente.

Come e più della prima stagione, il live action è stato realizzato con un grande amore nei confronti dell’opera originale, complice anche la collaborazione dell’autore stesso.
In questa parte della storia One Piece era ancora bello e genuino, privo delle lungaggini, del fanservice e del casino che lo caratterizzeranno di lì a qualche decina di volumi, perciò risulta bello anche il live action, col suo già collaudato mix di avventura, azione, umorismo e dramma.
I cinque protagonisti continuano a mantenere le caratteristiche che già avevamo amato: Rufy esaltato, mangione, avventuroso, pronto a tutto in nome dell’amicizia e dei suoi sogni; Zoro a metà tra il figo e lo stupido; Nami attaccata ai soldi ma anche amante dell’avventura e attaccata ai suoi amici più di quanto pensi; Usop pavido e fifone ma che nel momento del bisogno c’è sempre; Sanji che farebbe di tutto per la sua Nami.
Qui sono stati ulteriormente sviluppati, anche esplorandone lati non visti (o non visti a questo punto) nella serie originale, come Zoro perseguitato dal fantasma di Mihawk che lo ha sconfitto, Usop che compie un ottimo percorso di crescita tramite l’incontro coi gigati, Sanji che si apre a Nami raccontandole del suo passato, Nami che spinge Usop a telefonare a Kaya per raccontarle le sue avventure.
Impossibile non amare gli esilaranti battibecchi fra Zoro e Sanji, i momenti in cui Zoro si spara le pose e non capisci se devi prenderlo sul serio o ridergli dietro, i piccoli, teneri, momenti in cui i personaggi si aprono l’un l’altro e si rendono conto di volersi più bene di quanto pensino, di avere una grande fiducia reciproca e di fidarsi completamente del loro strambo ma caloroso capitano.

Riguardare il One Piece degli esordi con gli occhi di oggi permette anche di poter riscrivere pezzi della storia, riaggiustandoli con informazioni che nell’opera originale vengono rivelate successivamente, anche a distanza di anni.
Oggi si ha una visione non dico completa ma sicuramente molto più approfondita del mondo di One Piece, il live action ne è consapevole e quindi può permettersi di inserire citazioni, camei, Easter Egg relativi a cose future: Bartolomeo, Sabo, Nika, Brook, il passato di Sanji e molto altro fanno qui la loro comparsa anzitempo, stuzzicando i fan di lunga data e aiutando a rendere il mondo della storia ancora più vivo.
Se già “We are!”, la storia prima sigla giapponese, si era sentita in versione strumentale nella prima stagione e si risente anche qui, un piccolo, graditissimo, cameo, stavolta, tocca anche a “Believe”, la sigla giapponese relativa a questa parte dell’anime. Il modo in cui è stata inserita nella relativa scena è assolutamente geniale.
Autore: Kotaro
Dal punto di vista tecnico, la seconda stagione del live action di One Piece conferma in pieno quanto di buono si era già visto nella prima. La regia si trova questa volta ad affrontare una parte della storia ancora più ricca, popolata da nuovi personaggi, ambientazioni variegate e da una notevole quantità di situazioni potenzialmente difficili da tradurre in live action.

Eppure la serie sembra aver trovato ormai l’approccio giusto per mettere in scena l'eccentrico universo di Oda: la componente fantastica e le continue invenzioni visive dell’opera vengono infatti mantenute, ma organizzate in una grammatica cine-televisiva molto precisa, leggibile e coerente.
È anche questo a rendere credibili personaggi e antagonisti molto sopra le righe ma che non si trasformano mai in figure puramente caricaturali. Ed è evidente anche la qualità del lavoro produttivo. Scenografie, costumi, ricostruzioni e location hanno una complessità davvero notevole. Restituiscono ambienti vivi, spesso spettacolari e mai posticci, come hanno rilevato anche molte delle prime recensioni internazionali, che hanno lodato in particolare l'ottima tenuta del world building.
Ciò che mi ha colpito di più però è stato soprattutto il ritmo complessivo della stagione. Pur con episodi piuttosto lunghi, (tutti di circa un’ora), la scrittura riesce infatti a mantenersi sempre interessante evitando qualunque tempo morto.
La regia alterna con mano invisibile e sempre precisa il dipanarsi della storia, dosando con grande precisione comicità, avventura, emozioni e azione.
Gli scontri (su tutti la battaglia di Whisky Peak) sono messi in scena attraverso coreografie spettacolari e divertenti, volutamente accessibili e family-friendly quanto basta, ma senza diventare meno incisive o troppo annacquate.
Qualche effetto visivo lascia ancora qualche perplessità quando la storia si spinge verso le soluzioni più estreme del manga, ma si tratta di micro-inciampi circoscritti all’interno di una direzione generale molto precisa, che non perde mai il controllo dell’insieme.

Chopper era forse più di tutti il vero punto interrogativo di questa stagione, ed effettivamente al momento dello spoiler del suo aspetto qualche perplessità c’era stata anche da parte mia. Ma una volta inserito nel racconto, il personaggio funziona perfettamente: non solo si integra bene nell’universo visivo, ma diventa anche il centro di uno degli archi narrativi più riusciti in assoluto.
Anche la colonna sonora svolge il suo compito alla perfezione: Sonya Belousova e Giona Ostinelli accompagnano la stagione con un impianto musicale che rafforza il senso dell’avventura e del meraviglioso, sostenendo e valorizzando sia i momenti più epici sia quelli più emotivi e commoventi.
Autore: Rudido

La seconda stagione di One Piece non si limita a confermare quanto di buono fatto nella prima, in molti aspetti la supera!
Le location sono scelte con cura evidente, i costumi raggiungono un livello di fedeltà all'opera originale che difficilmente ci si aspetterebbe da una produzione live action, e persino molti personaggi secondari sembrano usciti direttamente dalle tavole di Oda. Qualche design troppo carnevalesco stride un po' con il resto, ma sono scivoloni minori in un quadro complessivo solido.
La vera prova del fuoco era Chopper, e bisogna ammetterlo: la versione kawaii in CGI è assolutamente riuscita, dolcissima senza risultare stucchevole, e la scelta di mantenerlo in quella forma il più possibile si rivela vincente. Qualche perplessità in più la lascia la sua trasformazione in bestione, che nella resa ricorda fin troppo Chewbacca e perde qualcosa dell'identità del personaggio, ma è un dettaglio che non compromette l'insieme.
Ciò che colpisce di più, però, è la capacità della serie di scavare nella psicologia dei protagonisti. I flashback e le ferite interiori della ciurma vengono trattati con una delicatezza che non ci si aspetta sempre da questo tipo di produzione, e la sensazione è che sia solo un assaggio: il passato di questi personaggi verrà raccontato con ancora più profondità nelle stagioni a venire.
Alcune scelte narrative, come l'anticipazione di certi personaggi rispetto alla timeline originale, tradiscono una regia consapevole del progetto nel suo insieme, quasi certamente concordata con Oda, che ha già in testa dove tutto questo deve arrivare, finale incluso. Non sono scorciatoie, ma mosse di un racconto che sa già dove vuole andare.
Il risultato è una stagione che si promuove senza riserve.
E ora che l'arco di Alabasta è stato introdotto in modo pressoché perfetto, l'attesa per la terza stagione è tutt'altro che paziente.
Le location sono scelte con cura evidente, i costumi raggiungono un livello di fedeltà all'opera originale che difficilmente ci si aspetterebbe da una produzione live action, e persino molti personaggi secondari sembrano usciti direttamente dalle tavole di Oda. Qualche design troppo carnevalesco stride un po' con il resto, ma sono scivoloni minori in un quadro complessivo solido.
La vera prova del fuoco era Chopper, e bisogna ammetterlo: la versione kawaii in CGI è assolutamente riuscita, dolcissima senza risultare stucchevole, e la scelta di mantenerlo in quella forma il più possibile si rivela vincente. Qualche perplessità in più la lascia la sua trasformazione in bestione, che nella resa ricorda fin troppo Chewbacca e perde qualcosa dell'identità del personaggio, ma è un dettaglio che non compromette l'insieme.
Ciò che colpisce di più, però, è la capacità della serie di scavare nella psicologia dei protagonisti. I flashback e le ferite interiori della ciurma vengono trattati con una delicatezza che non ci si aspetta sempre da questo tipo di produzione, e la sensazione è che sia solo un assaggio: il passato di questi personaggi verrà raccontato con ancora più profondità nelle stagioni a venire.
Alcune scelte narrative, come l'anticipazione di certi personaggi rispetto alla timeline originale, tradiscono una regia consapevole del progetto nel suo insieme, quasi certamente concordata con Oda, che ha già in testa dove tutto questo deve arrivare, finale incluso. Non sono scorciatoie, ma mosse di un racconto che sa già dove vuole andare.
Il risultato è una stagione che si promuove senza riserve.
E ora che l'arco di Alabasta è stato introdotto in modo pressoché perfetto, l'attesa per la terza stagione è tutt'altro che paziente.
Autore: Ironic74
*Ancora una volta, il live action di One Piece sorprende in positivo. Certo, qualche effetto speciale un po’ casereccio c’è ancora (la CG degli attacchi di Rufy continua a non essere granché), ma di contro i personaggi hanno molto cuore, sono stati resi con tanto amore nei confronti dell’opera originale e anche indagati con una certa profondità (la scena aggiuntiva in cui i giganti, Rufy e Bibi fanno una pira per onorare la memoria di Igaram è super toccante e sono contento che l’abbiano inserita).
I fan dell’opera originale apprezzeranno senz’altro, ma anche chi non la conosce chissà quanto potrà a mio avviso divertirsi.
I momenti topici che ci hanno fatto amare questa parte di One Piece ci sono tutti, e attendiamo con grande ansia di vedere la battaglia decisiva ad Alabasta, consci che il suo finale ci farà malissimo anche qui, ma ci saremo arrivati dopo tante avventure, battaglie, drammi, risate.
I fan dell’opera originale apprezzeranno senz’altro, ma anche chi non la conosce chissà quanto potrà a mio avviso divertirsi.
I momenti topici che ci hanno fatto amare questa parte di One Piece ci sono tutti, e attendiamo con grande ansia di vedere la battaglia decisiva ad Alabasta, consci che il suo finale ci farà malissimo anche qui, ma ci saremo arrivati dopo tante avventure, battaglie, drammi, risate.
Autore: Kotaro
*Nel complesso, la seconda stagione di One Piece live action è stata un’operazione produttivamente ambiziosa e pienamente riuscita.
Una sfida vinta grazie a un ottimo cast, a una scrittura solida e a delle regie capaci di trasformare la ricchezza e le bizzarrie dell'originale in uno spettacolo live credibile e trascinante.
Una sfida vinta grazie a un ottimo cast, a una scrittura solida e a delle regie capaci di trasformare la ricchezza e le bizzarrie dell'originale in uno spettacolo live credibile e trascinante.
Autore: Rudido
Trailer completo
Pro
- Ottima resa del manga, fedelmente riuscita: avventurosa, burlona, emozionante e toccante
- Caratterizzazione precisa e accattivante dei numerosi personaggi
- Ritmo narrativo impeccabile
- Coreografie e scontri spettacolari
- Location, costumi e ambientazioni credibili
- Gli Easter Egg per i fan dell'opera originale
- Presenza di momenti più introspettivi
Contro
- Effetti visivi in CG non sempre perfetti












chopper è reso credibile e hanno saggiamente usato il materiale a disposizione per dare informazioni già ora a differenza del manga dove si sanno molto dopo.
per me la cosa meno credibile restano i poteri di luffy ma quelli sono difficili da fare anche a budget alti basta vedere i poteri nel film i fantastici 4
certo con il passare del tempo quanti soldi dovranno spendere solo per rendere credibile la ciurma?
e fino dove possono arrivare con l'adattamento?
oda gli ha detto che in 6 anni finirà il manga e quindi useranno il time skip in mondo diverso?
vedremo
Non riesco proprio a prendere sul serio Godoy. Cioè, pare Elio, dai
Comunque dagli spezzoni che ho visto la recitazione sembra tutto fuorché buona.
E Chopper è orrendo
Quasi sicuramente
Anzi, togli il quasi
Ma l'ultimo episodio dove si ferma nella storia?
Mettetelo sotto spoiler per non fare spoiler ad altri. Grazie.
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